Il triplice sentiero della ricerca dell’amore duraturo

Uno dei dolori più grandi che possono capitare nella vita di una persona è di non essere compresa appieno.

Non si tratta di fare i melodrammatici: le incomprensioni – lo sappiamo – non sono così rare, anzi potremmo dire che sono all’ordine del giorno.

Il fatto è che non essere compresi appieno non equivale ad una incomprensione passeggera.

Non essere compresi per ciò che si è, infatti, corrisponde ad un rifiuto nei confronti della parte più intima di noi stessi. Di conseguenza, il dolore che ne deriva non è riferibile solo ad una parte di noi, ma all’intero che siamo, la nostra stessa anima e si tratta di un dolore indimenticabile. Simone Weil, del resto, ci aveva già avvertiti: “Una sofferenza uniforme, trascorso un certo tempo, diventa intollerabile, perché l’energia che permette di sopportarla si esaurisce. Non è dunque vero che la sofferenza passata non conta più” (Quaderni, 2, 43).

Tra questi dolori incommensurabili c’è sicuramente il mal d’amore, il fatto di non riuscire a trovare una esatta corrispondenza nella vita affettiva e sentimentale. Si tratta di qualcosa di molto frequente cui si rivolge un vero e proprio mercato – le app o i siti di incontri – che sebbene sia patinato e glamour, una volta che sia riconosciuto nelle sue reali dinamiche, si rivela per ciò che realmente è: una transazione economica. Triste, non è vero?

Nella ricerca della felicità dal punto di vista affettivo bisognerebbe prestare attenzione ad alcuni elementi, che considerati insieme costituiscono una sorta di triplice sentiero dell’amore duraturo.

1) Non trascurare i “Core Gifts”. Ne parla Ken Page nel libro Deeper Dating. Si tratta dei “doni essenziali” che connotano la nostra personalità e ci rendono diversi dagli altri. Una vita affettiva appagante nasce nel momento in cui vi è una effettiva corrispondenza tra i doni essenziali di entrambi i partner. È questo il motivo per cui, se vogliamo costruire qualcosa di stabile, occorre dedicare del tempo a conoscere se stessi. È su questo “possesso”, infatti, che si può costruire la stabilità di una relazione affettiva. Ancora una volta, dunque, vale ribadire che la meditazione, che ci permette di portarci più vicini a ciò che siamo, non è una fuga dal mondo, ma l’esatto contrario. Quando, invece, i “Doni Essenziali” non sono riconosciuti, allora ci sentiamo rifiutati di un rifiuto profondo e non marginale ed incorriamo in quel dolore incommensurabile di cui parlavamo all’inizio.

2) Come mai siamo spesso attratti da chi alimenta le nostre insicurezze? Bisogna sapere riconoscere due tipi di attrazione: l’attrazione di privazione e l’attrazione di ispirazione. Entrambe creano attaccamenti profondi, ma solo la seconda incentiva i nostri doni essenziali, facendoci sentire realmente a nostro agio ed accettati in ogni modo possibile. La prima, invece, crea dipendenza, subalternità. Di conseguenza, ci sentiamo criticati, inadeguati o costretti ad elemosinare affetto da persone che sono emotivamente più disponibili. L’amore, si sa, ci rende vulnerabili.

3) Gestire la paura. Proprio perché tutti sappiamo, per averlo sperimentato almeno una volta nella vita, cosa significhi il dolore di non essere riconosciuti per ciò che siamo, tendiamo a sottrarci a tutte le occasioni in cui ciò può accadere di nuovo. Si tratta di una sorta di “postura antalgica”, simile a ciò che accade quando ci feriamo ad una parte del corpo e tendiamo ad assumere una posizione che ci eviti di sentire dolore nella parte ferita. Quando incontriamo persone che sono gentili, amorevoli ed emotivamente disponibili, alcuni di noi fuggono: è un modo di proteggerci, è una postura antalgica. In quel caso, siamo sabotatori di noi stessi. Un altro modo in cui la nostra paura dell’intimità si manifesta è ciò che Page chiama “l’onda di distanziamento”. Può assumere varie forme: perdere l’affetto per qualcuno da cui siamo stati inizialmente attratti; prendere in considerazione esclusivamente i suoi difetti o convincersi che, in fondo, non abbiamo tempo per una relazione. Quando arriva l’onda, il nostro istinto è di scappare. Buone notizie! L’onda può essere gestita, attraverso una buona dose di consapevolezza. Occorrerà allora ricordare che il nostro affetto non è scomparso, ma è stato solo sepolto dalla paura.

In conclusione, se volessimo ridurre ad un’unica indicazione la ricerca dell’amore autentico a cosa dovremmo mirare?

C’è un pensiero di Roland Barthes che sembra adattarsi bene a questo scopo. L’altro, se è altro, deve essere – in modo permanente – inclassificabile, atopico, senza collocazione categoriale: “indovino – dice lo studioso francese – che la vera originalità non è né in me né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione. Ciò che bisogna conquistare è l’originalità della relazione”.

L’idolatria delle pratiche, pratiche della idolatria

In genere, si tende a credere che le nostre azioni quotidiane rientrino tra le pratiche, cioè che esse non facciano riferimento alle teorie.

Si professa così una separazione netta tra il piano della realtà e quello della teoria: la prima sarebbe appannaggio degli uomini tutti d’un pezzo, che affrontano con coraggio le sfide quotidiane; la seconda sarebbe il luogo d’elezione degli intellettuali.

idolatrìa s. f. [dal lat. tardo idololatrīa e per aplologia idolatrīa, gr. eccles. εἰδωλολατρεία, comp. di εἴδωλον «idolo» e -λατρεία «-latria»]. – 1. Adorazione di un idolo o di idoli […]. 2. estens. Amore sviscerato, devozione senza limiti:

da Treccani

Un tale modo di pensare è comodo, ammettiamolo. Esso, infatti, presenta una versione semplificata e facilmente accessibile di ciò che in realtà risulta intrecciato. Si tratta, insomma, di una scorciatoia. È, tutto sommato, un modo per tenersi alla larga da domande che non riguardino direttamente la gestione dell’ordinario.

Il fatto è che, nemmeno volendolo, sarebbe possibile scindere le azioni concrete dagli approcci più generali in cui esse naturalmente si collocano. Finanche l’affermazione che “ci sono solo le pratiche” è espressione di una teoria. Per questo, anche solo per valutare l’efficacia delle nostre azioni nelle pratiche, occorrerebbe dare un’occhiata alle teorie a cui esse rinviano.

Qui è possibile rendersi conto di un altro inavvertito cortocircuito. Si ritiene infatti che l’interessarsi alle teorie sia un compito esclusivo degli esperti. L’attribuzione di una tale esclusività è il risultato dal teoreticismo che pervade la nostra cultura. All’interno di tale distorsione, sembra ammessa solo la dicotomia tra una cultura così alta da sfiorare la rarefazione e una cultura così bassa da coincidere con la banalità.

Le teorie meritano senz’altro il rispetto dovuto alla fatica con cui sono state concepite. Inoltre, esse indubitabilmente richiedono un impegno non episodico per confrontarsi con esse. Come tali, esse sono senz’altro ambito di elezione degli esperti. Tuttavia, bisogna guardarsi dal rischio che rispetto ed impegno nei confronti delle teorie si convertano in congedo e distanziazione dalla realtà. Se ciò accadesse, staremmo dimenticando che le teorie riguardano la vita di tutti, non solo di alcuni. Proprio per questo motivo, occuparsi di teorie non può essere appannaggio di un gruppo di professionisti. Dunque, l’expertise è un valore irrinunciabile, ma esso non può affermarsi a discapito della democrazia della partecipazione.

Possiamo allora tornare a porre a noi stessi la domanda su quali siano le teorie cui rinviano le nostre pratiche. Bisogna procedere risalendo la corrente nel tentativo di sottrarsi allo stordimento attivistico in cui siamo spesso immersi. Bisogna iniziare in modo graduale, per iniziare davvero. Spesso, infatti, i grandi propositi, per quanto belli siano, sono irrealizzabili. A volte, può essere sufficiente regalarsi pause mirate in cui liberiamo la mente dalla presa delle cose da fare. Si tratta di restituire a noi stessi un respiro più profondo che sappia andare oltre l’orizzonte limitato delle pur legittime preoccupazioni. In questo ampliamento di orizzonte, dissipate le nebbie, torniamo a considerare non più le impellenze che ci costringono a guardare per terra, ma il panorama che richiede uno sguardo innamorato del cielo. Fuor di metafora, bisogna farsi trovare disponibili a farsi catturare dalla bellezza che ci circonda di cui spesso non ci rendiamo neanche conto.

La bellezza, come ricordava Simone Weil, è “l’eternità in questo mondo” (Attesa di Dio). Essa ci restituisce ad una dimensione di ulteriorità in grado di saziare la nostra sete di senso.

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