La ragione meditativa

Se qualcuno ci dicesse che scopo del ragionare – e del ragionare bene – è “fare completa luce” quando ci sono delle incertezze, nessuno – credo – avrebbe da obiettare alcunché. In effetti, la vita quotidiana è costellata di tante e tali complicazioni che è del tutto naturale andare in cerca di soluzioni che semplifichino e rendano la vita un po’ più semplice.

In questo tempo delicato, in cui stiamo fronteggiando la pandemia, è interessante notare quale sia la reazione di fronte a quanti avanzino, in buona fede, perplessità o dubbi su uno dei temi al centro delle discussioni politiche (che si tratti di dubbi relativi ad una particolare scelta politica o all’efficacia dei vaccini).

Generalmente si tende a reagire con un senso di fastidio, riferito non tanto al merito del dubbio, ma al dubitare stesso, come se venisse a complicare inutilmente la realtà.

L’impressione è che lo spazio del dubbio sia venuto trasformandosi in un fastidio cui si rinuncia volentieri.

E così, i pensieri di coloro che invitano a frequentare il dubbio sembrano oramai formulati in una lingua di cui sia scomparso il lessico.

Per questo, non è banale sforzarsi di frequentare nuove forme espressive per comunicare.

Non si tratta di una scelta dettata da un estrinseco gusto della varietà. È, invece, una reale esigenza che nasce per la sua “inscape”, cioè per la sua qualità intrinseca.

E, allora “Quel fare completa luce” di cui parlavo all’inizio, quando diventi l’orizzonte esclusivo in cui le nostre azioni si collocano rischia di diventare un fattore di debolezza più che di forza.

E questo è paradossale, incredibilmente.

In proposito, c’è una intensa riflessione di Flannery O’Connor in Natura e scopo della narrativa: “La mente che sa capire – diceva la scrittrice – non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà, attraverso il contatto con il mistero”