Tempi veloci, decisioni oculate: perché la pazienza è la nuova valuta del mondo professionale

Elogio della impazienza?

Nel mondo moderno, dove la pazienza è esaltata come virtù, vediamo l’impazienza non come debolezza, ma come forza che ha plasmato la storia e spinto l’umanità avanti. È l’ardore interiore di chi non si ferma, desiderando di più, subito. Ha alimentato rivoluzioni, innovazioni e il nostro impulso a progredire. Laddove la pazienza invita all’attesa, l’impazienza incita all’azione e sfida lo status quo, portando a scoperte e creazioni rivoluzionarie. Sebbene possa portare a decisioni precipitose, l’impazienza ci ricorda il valore del tempo, spingendo imprenditori ed attivisti verso mete più elevate. Elogiamo l’impazienza come simbolo di crescita, evoluzione e il desiderio inesauribile di superare le aspettative.

Quanti di noi sarebbero d’accordo con questo elogio?

Il fatto è che quando pensiamo alle dinamiche relazionali che si svolgono nei luoghi di lavoro, l’impazienza può essere un fattore che crea fratture. Occorre, dunque, che essa sia seriamente considerata. I seguenti tre esempi chiariranno proprio l’impatto della pazienza sul luogo di lavoro:

1. Durante una videoconferenza, un manager interrompe ripetutamente un collega junior che sta cercando di proporre una nuova idea. Il giovane dipendente, sentendosi non ascoltato, rinuncia a condividere un potenziale miglioramento per il progetto.

2. In un team multiculturale, alcuni membri non riescono a comprendere le sottigliezze culturali delle comunicazioni degli altri. Questo porta a malintesi che generano ritardi nei progetti e tensioni all’interno del gruppo.

3. Un cliente invia una serie di e-mail dettagliate con feedback su un prodotto. Il team di sviluppo, sentendosi sotto pressione per le scadenze imminenti, ignora le comunicazioni e rilascia una versione non ottimizzata del prodotto, causando insoddisfazione nel cliente e perdite di vendita.

Introduzione: la pazienza ed il lavoro

L’ambiente lavorativo contemporaneo ha subito una trasformazione senza precedenti nel corso degli ultimi decenni. L’era digitale, insieme alle crescenti aspettative del mercato e alle esigenze dei consumatori, ha contribuito a creare un contesto professionale in cui la rapidità, l’efficienza e la competizione sono diventate componenti essenziali per il successo. Queste dinamiche, se da un lato possono spingere le aziende a eccellere e ad adattarsi in modo agile alle mutevoli circostanze, dall’altro possono mettere a dura prova la capacità degli individui di mantenere un’efficace comunicazione e di agire con una sincera integrità.

La comunicazione, in particolare, è diventata sempre più complessa. Con la proliferazione di piattaforme digitali e la velocità con cui le informazioni possono essere scambiate, la pressione su singoli lavoratori e team di mantenere la chiarezza, la coerenza e l’accuratezza è diventata immensa. A ciò si aggiunge la sfida di navigare attraverso la vasta gamma di personalità, background culturali e stili di comunicazione presenti in una tipica organizzazione moderna, e si può capire come la semplice arte di “parlare” e “ascoltare” possa diventare un compito arduo.

In questo scenario frenetico e spesso stressante, la pazienza si rivela non solo come una preziosa abilità, ma quasi come una necessità vitale. La pazienza, intesa come capacità di ascoltare, riflettere e rispondere senza precipitazione, è essenziale per mantenere relazioni lavorative sane. Inoltre, agire con pazienza può contribuire a ridurre i malintesi, minimizzare i conflitti e garantire che le decisioni siano prese dopo una riflessione ponderata piuttosto che come reazioni impulsive.

Ma la pazienza non beneficia solo la sfera interpersonale. Essa gioca un ruolo cruciale anche nel benessere di un individuo. In un ambiente in cui si è costantemente sotto pressione, prendersi il tempo per riflettere, respirare e valutare le situazioni con calma può essere di fondamentale importanza per il proprio benessere. Infine, un’organizzazione composta da individui pazienti, che comunicano efficacemente e agiscono con integrità, ha maggiori probabilità di prosperare, mantenendo una cultura aziendale solida e coesa e garantendo risultati sostenibili a lungo termine.

Nel suo testo Intelligenza emotiva, Daniel Goleman postula che l’intelligenza emotiva sia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire efficacemente le proprie emozioni e quelle altrui. Egli considera la pazienza non solo come una manifestazione di autocontrollo ma come un elemento cardine dell’intelligenza emotiva.

Goleman sottolinea che la pazienza è intrinsecamente legata a una comunicazione efficace, soprattutto in situazioni potenzialmente conflittuali. L’impazienza, a suo avviso, può causare decisioni precipitose e giudizi affrettati, mentre una comunicazione paziente può creare un ambiente più inclusivo e comprensivo.

Rivolgendoci alla filosofia antica, Aristotele, nel suo Etica Nicomachea, pone l’accento sulle virtù come mezzi per raggiungere una vita buona. Una delle virtù da lui enfatizzate è la phronesis, o “saggezza pratica”, che ha molte somiglianze con quello che Goleman chiama “intelligenza emotiva”. Per Aristotele, esercitare la phronesis significa avere la capacità di agire in modo giusto nelle diverse situazioni, bilanciando emozioni e ragione.

Mentre Goleman sottolinea l’importanza della pazienza come autocontrollo in contesti lavorativi, Aristotele vedrebbe la pazienza come parte della phronesis, un bilanciamento tra l’essere troppo precipitosi e troppo remissivi. Entrambi, quindi, concordano sul fatto che agire con consapevolezza e integrità in ambito professionale richiede una profonda comprensione sia delle proprie emozioni sia di quelle degli altri.

L’approccio di Goleman all’intelligenza emotiva offre strumenti moderni per comprendere l’importanza della pazienza nel mondo del lavoro, mentre Aristotele ci fornisce una prospettiva filosofica profonda su come le virtù, come la phronesis, siano essenziali per una vita buona. Con l’evoluzione delle dinamiche lavorative e l’enfasi crescente sul benessere emotivo, sia l’intelligenza emotiva di Goleman che la phronesis di Aristotele offrono preziose lezioni per le organizzazioni e gli individui. Le discussioni future potrebbero sicuramente beneficiare dall’incorporazione di entrambi questi quadri teorici.

Che cosa possiamo fare per portare la pazienza nei nostri contesti quotidiani, laddove ce n’è più bisogno?

Tre proposte per incrementare la pazienza

1. Sviluppo della consapevolezza emotiva: È essenziale coltivare la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può essere raggiunto dedicando tempo alla riflessione personale e all’autovalutazione. Tecniche come la meditazione o la mindfulness sono strumenti efficaci per raggiungere una consapevolezza profonda delle proprie emozioni e reazioni.

Esempio: Lucia, una manager di progetto, si rende conto che si irrita facilmente durante le riunioni quando le scadenze sono vicine. Decide di praticare la mindfulness ogni mattina per 10 minuti prima di iniziare la giornata lavorativa. Dopo qualche settimana, nota che è più calma e paziente durante le riunioni, anche in situazioni di stress, permettendo così una comunicazione più efficace con il suo team.

2. Formazione continua e simulazione di scenari: Investire nella formazione continua è cruciale per affinare e migliorare le competenze comunicative. Le organizzazioni possono sostenere questo processo offrendo workshop e seminari sull’intelligenza emotiva. Simulare scenari di conflitto o tensione può aiutare le persone a prepararsi a gestire tali situazioni con maggiore competenza.

Esempio: Un’azienda di software organizza un workshop in cui i dipendenti partecipano a role-playing di situazioni difficili, come un cliente insoddisfatto o tensioni interne al team. Marco, uno sviluppatore, attraverso questa simulazione, scopre nuove strategie per affrontare feedback critici e migliorare la sua capacità di rispondere con pazienza e comprensione.

3. Stabilire un ambiente di ascolto attivo: Promuovere un ambiente in cui l’ascolto attivo è al centro delle interazioni può portare a una comunicazione migliore e a relazioni lavorative più solide. L’ascolto attivo incoraggia la presenza mentale, evitando interruzioni premature e garantendo che il feedback sia costruttivo e mirato.

Esempio: Durante una riunione presso la banca, Marco, un analista finanziario, esprime le sue perplessità riguardo ad un investimento proposto. Invece di interromperlo o di pensare alla risposta mentre parla, i suoi colleghi, tra cui il responsabile del dipartimento e alcuni consulenti, lo ascoltano attentamente, ponendo domande per approfondire e capire meglio la sua analisi. Questo ambiente di ascolto attivo non solo facilita una decisione informata sull’investimento, ma rafforza anche la fiducia e la collaborazione all’interno del team bancario.

Conclusione

La dinamica frenetica dell’odierno mondo lavorativo rappresenta indubbiamente una sfida per molti, ma evidenzia anche una preziosa opportunità. Nei tre scenari menzionati, emerge chiaramente come la pazienza non sia un lusso, ma un elemento essenziale per garantire un’efficace comunicazione, prevenire disguidi e mantenere un ambiente lavorativo sano e produttivo. La pazienza non è solo una virtù da coltivare individualmente, ma anche un valore da promuovere a livello organizzativo.

Se le aziende e gli individui possono riconoscere e valorizzare l’importanza della pazienza in contesti lavorativi, possono aspettarsi una serie di benefici tangibili: riduzione dei conflitti, aumento della produttività, miglioramento del benessere dei dipendenti e, infine, un impatto positivo sul risultato finale.

La pazienza non è solo una dimostrazione di forza interiore, ma rappresenta anche la chiave per un ambiente di lavoro equilibrato e armonioso. In un’epoca caratterizzata da cambiamenti rapidi e incertezze, l’arte di essere pazienti, di ascoltare e di riflettere prima di agire, diventa ancora più cruciale. Facendo propria questa virtù, sia a livello individuale che aziendale, si può aspirare a un futuro lavorativo più prospero e soddisfacente.

Mindsight. Vedersi con gli occhi degli altri

Daniel J. Siegel, psichiatra statunitense, professore di psichiatria alla School of Medicine della University of California, nonché direttore esecutivo del Mindful Awareness Research Center e del Mindsight, qualche anno fa ha scritto Mindsight in cui propone una via alla minduflness, basata sulle più recenti conoscenze sulla mente.

Mindsight è la capacità di comprendere la relazione tra la mente, il corpo e le nostre emozioni. A volte ci troviamo in situazioni in cui reagiamo in modo imprevedibile, come arrabbiarsi o sentire un impulso di fuga. Ma per capire queste reazioni, dobbiamo essere consapevoli del nostro mondo interiore e questo è dove entra in gioco la vista mentale che è la traduzione del termine usato da Siegel.

La vista mentale ci aiuta a capire la connessione tra il corpo e la mente e a controllare le nostre emozioni più forti. La mindfulness, come la meditazione, sono esempi di mindsight che ci aiutano a diventare più consapevoli del nostro respiro e battito cardiaco.

Ma la vista mentale non è solo per i momenti di calma, è uno strumento utile anche nei momenti difficili. Ad esempio, quando i nostri figli litigano, spesso diventiamo frustrati, ma in realtà è il nostro battito cardiaco in aumento che causa questa emozione. Se siamo consapevoli del nostro battito cardiaco, possiamo imparare a controllarlo e gestire meglio la situazione.

Inoltre, la mindsight ci incoraggia a vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri, il che è importante per la nostra capacità di empatia. Con una buona visione mentale, la vita sarà più pacifica e meno caotica

1.              L’io armonico

L’obiettivo della pratica del Mindsight è di creare un Sé equilibrato e armonioso. Immaginate di camminare su una fune tesa, dove l’equilibrio è la chiave per non cadere. Analogamente, nella vita, trovare il giusto equilibrio tra routine rigide e comportamenti spontanei, tra pensiero razionale e intuitivo, è fondamentale per creare un Sé armonioso e felice.

Per ottenere questo equilibrio, la terapia basata sul Mindsight utilizza la metafora del fiume che scorre dolcemente. Invece di lottare contro i cambiamenti nella vita, basta fare spazio a questi ultimi, come fa un fiume che si adatta alle rocce e agli ostacoli senza perdere il suo corso originale.

Come la luna influenza le maree, le nostre esperienze passate e le relazioni influenzano la nostra personalità. È importante accettare che è normale avere comportamenti diversi e che la nostra personalità cambierà con il tempo. Creare un equilibrio tra pensiero analitico e intuitivo, come un musicista che suona le note giuste, è un altro importante passo per ottenere un Sé armonioso.

2.              Training

Il potere della Mindsight in psicoterapia è come un’arma a doppio taglio: da un lato, ci permette di capire come il nostro cervello modella il nostro modo di vedere il mondo e, dall’altro, ci permette di sfruttare questa comprensione per allenare il nostro cervello.

Mindsight è come un personal trainer per la mente, che ci aiuta a rafforzare la relazione tra i nostri pensieri attraverso la riflessione consapevole. È come creare una rete di fili elettrici che si interconnettono tra di loro, diventando sempre più forti con il tempo.

Inoltre, Mindsight è come un amplificatore per la memoria, che ci permette di rievocare eventi passati o futuri con la stessa vivida potenza della stessa esperienza.

Grazie a Mindsight, possiamo diventare più forti nel gestire le sfide inaspettate della vita, in quanto essa aumenta la consapevolezza delle varie aree del cervello responsabili delle nostre emozioni, giudizi morali, attenzione, senso del tempo e identità. È  come avere una mappa per la propria mente, che ci permette di navigare verso una vita più equilibrata e felice.

3.              Alla ricerca della pace interiore

Mindsight è come un personal trainer per la parte destra del nostro cervello, aiutandolo a sviluppare la muscolatura della consapevolezza emotiva. È come navigare in un oceano di emozioni, imparando a governare la barca della propria mente.

Parlare dei propri sentimenti potrebbe sembrare una semplice questione di trasparenza, ma a volte le emozioni sono come nuvole che fluttuano nell’orizzonte interiore, difficili da identificare e comprendere. Mindsight ci aiuta a fare luce su queste nuvole, addestrandoci a guardare dentro di noi con maggiore consapevolezza.

Per esercitare l’emisfero destro, possiamo provare ad esplorare le nostre emozioni come un esploratore esplora un territorio sconosciuto. Ad esempio, potremmo tenere un diario emozionale, dove registriamo tutte le sensazioni emotive, o partecipare a giochi di comunicazione non verbale che ci aiutino a riconoscere le emozioni degli altri.

In momenti di stress o emozioni intense, possiamo usare tecniche che ci aiutino a concentrarci sulle sensazioni fisiche del corpo. È come un viaggio introspettivo attraverso il nostro corpo, alla ricerca di un luogo sicuro dove trovare pace interiore. Con la pratica, diventeremo maestri nella navigazione delle nostre emozioni, capaci di governare la barca della nostra mente con sicurezza e calma.Inizio moduloFine modulo

4.              Gestire le emozioni

Mindsight ci aiuta a capire che le emozioni non sono tratti permanenti che ci definiscono, ma esperienze temporanee. Mentre può essere facile consigliare a qualcuno di “rimanere calmo”, gestire le emozioni può essere molto difficile. Molti di noi trovano le emozioni opprimenti e stressanti, ma la mindsight ci insegna che sono solo momenti passeggeri nell’esperienza umana, non segnali che siamo difettosi e disfunzionali.

Attraverso pratiche come la meditazione, alleniamo la nostra mente a concentrarsi su una sola cosa e a ricondurre l’attenzione quando viene distratta. Questo ci fa comprendere che i pensieri e le emozioni sono solo esperienze temporanee e non la base della nostra personalità.

Immaginare la propria mente come un oceano, con i pensieri e le emozioni che si muovono sulla superficie come onde, è un altro esempio di pratica di mindsight. Anche le tempeste più intense sono solo sensazioni fugaci, mentre alla base dell’oceano c’è sempre calma. Questa visualizzazione ci ricorda che le emozioni sono solo momentanei stati d’animo e che possiamo trovare pace interiore.

La mindsight si basa su tre pilastri fondamentali: osservazione, obiettività e apertura. Imparando a incorporare questi elementi nella nostra vita, siamo in grado di comprendere meglio le nostre emozioni.

Impareremo ad osservare la nostra mente quando i pensieri distraenti ci allontanano dalla concentrazione, sia che si tratti di meditazione, lavoro o sonno. Poi, alleneremo la nostra obiettività seguendo il percorso dei nostri pensieri e comprendendo come influenzano i nostri sentimenti. Infine, rimanendo aperti e accettando che i pensieri negativi sono temporanei, impareremo ad accettare le emozioni come parte naturale dell’esperienza umana e ad utilizzarle per crescere e migliorare.

5.              Esperienze infantili

Chi sono stati i vostri insegnanti nei primi anni di vita? I vostri genitori, molto probabilmente! Ma i genitori fanno molto di più che insegnarci a leggere o ad andare in bicicletta. Impariamo molto anche da tutto ciò che ci insegnano a livello inconscio.

Nel bene e nel male, la nostra educazione modella il modo in cui oggi interagiamo con le persone. I bambini cresciuti da genitori che hanno mostrato affetto solo in modo incoerente spesso sentono di non potersi fidare di nessuno quando diventano adulti: non nelle amicizie, non nel lavoro, nemmeno nelle relazioni d’amore.

Allo stesso modo, i bambini che hanno dovuto assumersi molte responsabilità in giovane età hanno imparato che mostrare debolezza è un fallimento. Ciò significa che da adulti hanno difficoltà ad aprirsi con i propri sentimenti: fin dall’infanzia, infatti, non si sentivano a proprio agio nell’essere visti come vulnerabili.

Anche se queste idee sbagliate apprese durante l’infanzia ci accompagnano da molto tempo, possiamo superarle con la consapevolezza. Un ottimo modo per iniziare è quello di annotare il maggior numero possibile di primi ricordi, oltre ad alcuni dei più recenti.

Questo vi aiuterà a liberarvi di tutto e a capire quale narrazione avete usato per dare un senso al vostro passato di bambini. Esaminate la storia che raccontate di voi stessi e considerate la possibilità che non ci sia bisogno di una narrazione perfettamente coerente. Piuttosto, siamo tutti costituiti da molteplici narrazioni in ogni fase e aspetto della nostra vita.

La narrazione della vostra vita precedente rivelerà come le vostre attuali difficoltà siano legate al modo in cui percepite la vostra infanzia. Questo vi aiuta a vedere questi schemi per quello che sono: dannosi. Scoprire storie alternative da raccontare sulla vostra infanzia e sulla vostra vita adulta è il primo passo per abbattere i muri che avete costruito intorno a voi da bambini.

6.              Vita di coppia

Nella vita di coppia, possiamo scegliere di essere un faro che guida il dialogo verso la calma oppure una tempesta che scatena l’inferno. La scelta è tra essere ricettivi o reattivi.

La metafora del faro rappresenta la ricettività, dove si accoglie l’altro con ascolto attento e comprensione. È come se illuminassimo la via verso una risoluzione pacifica dei problemi. La metafora della tempesta, invece, rappresenta la reattività, dove ogni lamentela del partner diventa un’occasione per attaccare, difendersi o fuggire. È come se scatenassimo una tempesta che rende impossibile una comunicazione costruttiva.

Per essere ricettivi, è importante rivalutare le nostre narrazioni e condividerle con il partner, in modo da comprendere le sue motivazioni ed emozioni. Un altro esempio è il metodo del timeout, dove si interrompe la conversazione per riflettere e riprenderla in un secondo momento, quando si è in uno stato emotivo più equilibrato. Un terzo esempio potrebbe essere quello di praticare la meditazione o la consapevolezza per migliorare la capacità di essere presenti al momento e di ascoltare l’altro senza pregiudizi.

In sintesi, scegliamo di essere fari che illuminano il dialogo o tempeste che lo oscurano. Utilizziamo la vista mentale per essere ricettivi e creare relazioni sane e durature.

7.              Traumi

Il passato è un’ombra che ci segue lungo tutta la vita, lasciando la sua impronta sui nostri comportamenti, emozioni e pensieri. È come un puzzle composto da tante tessere, alcune delle quali sono state sepolte e dimenticate negli angoli più remoti della nostra mente, ma che continuano a influenzare la nostra vita. Le esperienze infantili sono come semi che vengono piantati nella terra fertile della mente e crescono fino a diventare alberi rigogliosi che plasmano la nostra personalità e il nostro modo di affrontare la vita. Allo stesso modo, anche le esperienze della giovane età adulta possono lasciare la loro traccia, come profonde cicatrici sulle foglie dell’albero della vita.

Con tecniche di mindfulness come la scansione corporea, possiamo scavare nel sottosuolo della nostra mente per recuperare i ricordi sepolti. E’ come scavare un pozzo per trovare l’acqua sorgiva che alimenta la vita. Questo processo può portare alla luce esperienze represse e aiutarci a superare i traumi.

La vista mentale è un’arma potente per affrontare le incertezze della vita. E’ come un faro che guida la nave durante la tempesta, illuminando la via verso la sicurezza. Tuttavia, la tendenza umana a preferire la prevedibilità a situazioni incerte può alimentare comportamenti disfunzionali, come il disturbo ossessivo-compulsivo. E’ come essere intrappolati in una spirale di pensieri ossessivi che ci impediscono di vivere serenamente.

Fortunatamente, anche questo disturbo può essere affrontato con la vista mentale. Immaginate di prendere per mano l’impulso angosciante e di iniziare una discussione con lui, come se fosse una persona reale. È come trovare un compagno di viaggio con cui condividere le preoccupazioni e trovare una soluzione insieme. A poco a poco, sarà sempre più facile gestire questi impulsi e vivere una vita serena e libera.

Buon tempo e buon sonno

Perché è importante rilassarsi? Sembra una domanda banale. In realtà, c’è un forte legame tra il lavoro, il benessere e il rilassamento. Quando siamo ben riposati e rilassati, infatti, siamo in grado di affrontare le sfide del lavoro con maggiore energia e concentrazione. Inoltre, il rilassamento ci aiuta a gestire meglio lo stress e le emozioni, il che ci permette di lavorare in modo più efficace e di evitare errori dovuti all’impulsività o all’irrazionalità. Quindi, prendersi del tempo per rilassarsi è importante non solo per il nostro benessere personale, ma anche per la nostra capacità di lavorare in modo efficace e produttivo.

Vi invito ad ascoltare il brano “Weightless” dei Marconi Union, un brano progettato appositamente per aiutare le persone a rilassarsi, ridurre l’ansia e lo stress. Utilizza, infatti, una combinazione di suoni e melodie che aiutano a calmare il sistema nervoso e a promuovere uno stato di rilassamento profondo. Che ne dite, proviamo?

Ogni sera, dal lunedì al venerdì, su Linkedin, arriva “A ‘na certa”, la nostra proposta di una meditazione per il riposo sereno, in modo da affrontare con energia la giornata successiva.

I princìpi del successo

Jack Canfield è uno scrittore statunitense, speaker motivazionale, entrato nel Guinness dei primati per essere entrato con sette suoi libri nella ambitissima lista dei best-seller del New York Times. The Success Principles, tradotto in italiano da Gribaudi, è uno di questi libri.

Va osservato come, a volte, soprattutto in ambienti intellettuali, questo genere di pubblicistica sia vista con una certa sufficienza. Si ritiene che i suoi contenuti, nel tentativo di essere divulgativi, finiscano con il banalizzare le questioni di cui trattano. È senz’altro vero che una riflessione, se ridotta a un prontuario con risposte preconfenzionate, possa mostrare diversi limiti. D’altro canto, per essere obiettivi, non andrebbe dimenticato come la ricercatezza dello stile dei libri dei critici sia tale da essere apprezzabile da un numero veramente esiguo di persone e non sia perciò destinata al grande pubblico. Che cosa bisognerebbe fare, a questo punto? A noi sembra che bisognerebbe rivolgere ai best seller o, più in generale, ai libri di alta divulgazione, uno sguardo più benevolo. In fondo, essi riescono a fendere le nebbie del generale disinteresse, facendo cogliere l’importanza della questione del senso, cioè che una vita priva di senso non sia degna di essere vissuta. Vi sembra poco? Sta poi a ciascun lettore, dopo che si sia confrontato con i contenuti divulgativi, scegliere se continuare l’approfondimento magari rivolgendosi ai libri specialistici scritti proprio dai critici.

C’è, infine, un altro aspetto che non bisognerebbe trascurare. I libri divulgativi molto spesso riescono ad includere diversi stili di scrittura. Si tratta di una proprietà che non può essere data per scontata, spesso del tutto assente nei libri specialistici.

Può, in tal senso, essere utile richiamare quanto osservato da Perelman e Olbrechts-Tyteca nel Trattato dell’argomentazione: “Non basta parlare o scrivere, occorre pure essere ascoltati e letti. Non è senza importanza poter disporre di qualche ascoltatore, avere un largo uditorio”[1].

Tornando al volume di Canfield, secondo l’autore, il punto da cui partire nel mirare al proprio successo così come al perseguimento dei propri obiettivi.

Dipende da te

La prima cosa di cui occorre assumere una chiara consapevolezza è che ognuno di noi è il direttore della propria vita. Quando falliamo, per esempio, tendiamo ad attribuire agli altri il fallimento alle cose che ci sono successe. Tuttavia, se nell’immediato questo può essere vero, alla lunga il modo in cui questi eventi incidono su di noi dipende da come noi rispondiamo ad essi.

Si immagini la circostanza in cui tu riceva un compenso inaspettato. Puoi farti un regalo subito o puoi investire quella somma. Se opti per la prima soluzione, non avrai più denaro. Se scegli invece la seconda opzione, hai fatto un investimento che in un secondo momento può portare ad un guadagno più alto. Si tratta di un esempio semplice che, però, ci fa rendere conto che se vogliamo vedere miglioramenti nella nostra vita, abbiamo bisogno di modificare il tipo di atteggiamento. È fin troppo facile lamentarsi delle proprie circostanze, ma se si riserva più attenzione a come stiamo vivendo e alle scelte che si compiono, apparirà subito chiaro se siamo sulla strada giusta per il successo.

Un altro esempio? In questo momento, sei in forma o fuori forma. Chiediti: che cosa sto facendo – o non facendo – perché il mio corpo si trovi in questa situazione? Se il tuo obiettivo è perdere peso, dovrai diventare consapevole della quantità di calorie incamerate ogni giorno e del tuo livello di attività. Sii onesto con te testo: mangi bene? Dovresti rinunciare a qualche alimento?

Nessuno dice che il cambiamento sia facile. Richiede disciplina, persistenza e qualche sperimentazione.

Trova il tuo scopo

Non è raro che succeda di non avere proprio idea di come sia il successo. Capita a molti e non c’è da preoccuparsi. Questo, però, non significa che sia utile rimanere in un tale stato di indifferenziata incertezza.

Si può in un qualche modo intervenire su di essa. Per esempio, si può rallentare un po’ il ritmo frenetico delle nostre giornate per provare a contemplare. Quando si usa questo termine, è facile che vengano in mente esercizi ascetici riservati ai mistici. Abbiamo bisogno, per dirlo con il titolo di un libro di José Tolentino Mendonça, di una Mistica della vita quotidiana. La prima cosa da fare in tal senso è di esaminare la propria ragione di essere: perché esisti? Bisogna, in altri termini, interrogarsi sullo scopo della propria vita. Prenditi il tempo che serve per fare questo lavoro su di te, perché ne vale la pena.

Identifica due tra i più forti tratti della tua personalità; descrivi il modo in cui interagisci con gli altri; immagina il tuo mondo ideale.

Il passo successivo è creare una visione, una immagine mentale del vostro futuro perfetto. Quale sarebbe il vostro lavoro perfetto? Quando tempo libero vorreste avere? Che tipo di amici o di relazioni?

A volte, si preferisce avere i piedi per terra perché ci si sente più concreti. Il problema è che in questo modo si potranno conseguire solo risultati ordinari. Il presidente americano John F. Kennedy, che immaginava di portare un uomo sulla luna, è stato un visionario. Lo stesso si può dire che Martin Luther King, che immaginava un’America libera e uguale.

Avere una visione non significa non essere in grado di agire concretamente. Tutt’altro. Una volta che avete in mente la vostra visione, suddividetela in obiettivi più piccoli e specifici. Definire un obiettivo per ogni parte della vostra visione ridurrà il divario tra la vostra realtà attuale e il successo finale.

Affermazione e visualizzazione

Realizzare la propria visione richiede di superare la propria comfort zone. Due pratiche possono aiutare in tal senso. Si tratta della affermazione e della visualizzazione.

L’affermazione inizia quando dichiarate il vostro obiettivo come se fosse già stato realizzato all’interno di una frase completa. Le affermazioni più efficaci sono in prima persona. Esempio: la frase “Mi piace guidare la mia nuova Lamborghini gialla” è molto più efficace di “Voglio una macchina nuova”. A questo primo esercizio, se ne può aggiungere un altro. Le vostre affermazioni, infatti, vanno collegate con una immagine vivida della vostra affermazione. È ciò che gli studiosi chiamano la visualizzazione.

Per farlo, chiudete gli occhi e immaginate l’affermazione nel modo più dettagliato possibile. Se la vostra affermazione è: “Mi piace rilassarmi nella veranda della mia villa a Madrid”, visualizzate i colori della vostra casa, i mobili della veranda e così via. Poi, aggiungete suoni, odori e sapori alla vostra immagine mentale. Che cosa si prova a sedersi sul divano della propria veranda?

Più riempite la vostra visualizzazione di emozioni e dettagli sensoriali, più intensamente la sentirete, più sarà forte la motivazione che vi darà lo slancio per raggiungere il vostro obiettivo.

Affrontare con perseveranza gli ostacoli

Ora che siete sulla buona strada per raggiungere il successo finale, dovete prepararvi ad affrontare i potenziali ostacoli e, se dipendete dagli altri nel conseguire i vostri obiettivi, il possibile rifiuto.

Il rifiuto è solo un ostacolo sulla strada del successo. Se qualcuno vi dice “no”, continuate a provarci finché qualcuno non vi dirà “sì”, tenendo sempre a mente il vostro prossimo passo.

Il fondatore del Kentucky Fried Chicken, Harland Sanders, non era nuovo ai rifiuti. Infatti, si è sentito dire “no” più di 300 volte quando ha proposto la sua idea imprenditoriale prima che qualcuno dicesse “sì”. Se avesse mollato al primo rifiuto, non ci sarebbero più di 11.000 ristoranti KFC nel mondo!

Anche Stephen King ha quasi buttato via il manoscritto del suo libro Carrie dopo aver ricevuto molti rifiuti iniziali. Ma poiché non si è arreso, Carrie ha finito per vendere più di 4 milioni di copie ed è stato trasformato in un film.

Nel cammino verso la vita dei vostri sogni, dovete eccellere in ciò che fate. Un principio importante su cui concentrarsi è quello di diventare un esperto. Non abbiate paura di continuare a provare e di lavorare per raggiungere il vostro obiettivo un passo alla volta.

Prendiamo, ad esempio, la scrittrice Debbie Macomber. Le ci sono voluti cinque anni di duro lavoro prima di vendere il suo primo libro. Ha scritto per due anni e mezzo mentre cresceva i figli. Per aumentare la pressione, il marito voleva che rinunciasse al suo sogno e tornasse a lavorare. Tuttavia, Macomber sapeva di potercela fare e ha trascorso altri due anni e mezzo a perseguire il suo sogno, nonostante la scarsità di denaro, senza mai prendersi una vacanza e perdendo molto sonno. Alla fine ne è valsa la pena: ha pubblicato oltre 100 libri e molti sono diventati best seller.

La perseveranza, dunque, è la chiave del successo.

Il lavoro da portare a termine

Dopo aver esplorato i fondamenti del successo, concentriamoci sul lavoro da portare a termine prima di poter davvero realizzare i vostri sogni.

In primo luogo, dovete affrontare le questioni incompiute. Avete dei progetti che avete abbandonato o lasciato a metà? Dovete pulire l’armadio o finire di pagare le tasse dell’anno scorso? Queste piccole cose possono sottrarre energie preziose al raggiungimento dei vostri obiettivi più importanti.

Vedetela in questo modo: è meglio avere cinque progetti completati che 15 progetti incompleti.

Un metodo utile è quello di programmare un fine settimana di completamento, in cui ci si prende del tempo per ripulire la lavagna da tutte le attività incompiute. Siate chiari e decisi: o lo fate, o lo delegate, o lo rimandate.

Anche se la scelta di rimandare un progetto non sembra produttiva, si differenzia dalla procrastinazione perché si decide consapevolmente di accantonare l’oggetto. Questa “pulizia” non si applica solo alle cose tangibili della vostra vita, ma anche alle vostre relazioni.

Quanta energia state sprecando serbando rancore nei confronti di un collega che ha venduto il vostro lavoro come suo? E quell’amica che non c’è mai quando avete bisogno di lei? Per andare avanti, dovete perdonare. Perdonare non significa fare un favore a qualcun altro, ma significa che avete lasciato andare e scaricato la tensione per il vostro bene.

Se vuoi veramente dimenticare qualcuno, non odiarlo. Tutti quelli che odi sono scolpiti nel tuo cuore; se vuoi lasciar andar qualcosa, non puoi odiare. #crescitapersonale #vitadesta @gscarafile

Immaginate come vi sentireste fantastici se all’improvviso foste in pace con gli altri!

Una tecnica efficace per aiutarvi a perdonare qualcuno è scrivere a voi stessi una “lettera di verità totale” per sfogare la vostra rabbia. Scrivete le cose che vi hanno fatto arrabbiare e noterete che riconoscere il vostro dolore e il vostro rancore è il primo passo verso il perdono.

L’ordine dei pensieri

Una volta che vi sarete occupati delle questioni in sospeso, vi sembrerà di aver già fatto progressi significativi verso i vostri obiettivi. Ora assicuratevi che anche i vostri pensieri siano in ordine.

Ammettetelo: spesso siete il vostro peggior nemico. La maggior parte di noi nutre pensieri negativi su di sé, le cosiddette convinzioni limitanti, in cui ci fissiamo sulle cose che pensiamo di non poter fare. Questa mentalità può essere molto dannosa, come dimostra questo esempio.

Un ferroviere è rimasto intrappolato in un vagone merci refrigerato mentre effettuava delle riparazioni. Preso dal panico, non riusciva a smettere di pensare alla possibilità di morire congelato e decise di scrivere un ultimo messaggio alla sua famiglia. Il mattino seguente fu trovato morto nel vagone. Sebbene mostrasse i segni fisici della morte per congelamento, il sistema di raffreddamento del vagone era in realtà fuori uso e la temperatura all’interno del vagone era di 13°C. L’uomo era morto essenzialmente a causa del suo pensiero negativo.

Per avere successo, è necessario arginare, se non eliminare completamente, i pensieri negativi.

Tuttavia, se si guarda abbastanza in profondità, l’amore per se stessi si trova spesso sotto l’autocritica. Potreste pensare: “Sono grasso e pigro”, ma se esaminate questo pensiero, quello che state dicendo è: “Ho paura”.

Avete paura di ammalarvi a causa del sovrappeso e nell’autocritica vi chiedete di prendervi più cura del vostro corpo. In realtà, dentro di voi state dicendo: “Ci tengo a me stesso. Voglio essere sano e forte e merito di sentirmi bene con il mio corpo!”. Questa è un’espressione di amore per se stessi.

Passando dal giudizio all’ammissione della paura, alla richiesta di azione e al riconoscimento dell’amore, inizierete a cambiare le vostre convinzioni limitanti in pensieri positivi e benefici. Quindi smettete di giudicarvi e iniziate a parlare a voi stessi come se conosceste il vostro vero valore!

Da soli?

La determinazione personale è fondamentale nel percorso verso il successo, ma non è possibile percorrerlo da soli. Le persone di grande successo hanno sempre altri che le ispirano o le guidano lungo il percorso.

Una cosa che potete fare è creare un gruppo di supporto.  Prendete in considerazione l’idea di individuare sei persone con cui siete in confidenza e organizzate conferenze programmate o chiamate via Skype in cui ciascuno ha a disposizione 15 minuti per porre domande. Per ottenere il massimo valore da queste sessioni, ogni membro del gruppo dovrebbe eccellere in un’abilità che desiderate imparare o aver raggiunto un obiettivo che desiderate.

Ad esempio, se siete proprietari di una piccola impresa, potrebbe essere vantaggioso includere nel gruppo uno o due imprenditori di successo del vostro settore. Anche altri professionisti come consulenti, avvocati o banchieri d’investimento possono essere di grande aiuto.

Un altro modo efficace per trovare sostegno è quello di individuare un mentore. Anche se la tentazione di chiedere consigli ad amici o colleghi è forte, è molto più utile rivolgersi a persone che hanno già realizzato ciò che si vuole ottenere. Non dovete essere timidi nell’avvicinarvi a persone di successo, perché la maggior parte di esse sarà desiderosa di condividere con voi la propria ricetta per il successo.

Per esempio, quando l’oratore motivazionale Les Brown iniziò la sua carriera, solo il Dr. Norman Vincent Peale, un acclamato guru motivazionale, aveva fiducia in lui. Quando Brown si rivolse a Peale, quest’ultimo fu onorato di condividere le sue esperienze e si assicurò che Brown fosse ben equipaggiato per diventare un coach e un oratore di successo.

Relazioni

Per trarre il massimo beneficio dalla vostra rete di supporto, dovete prima gettare una solida base di onestà e apprezzamento per costruire relazioni significative.

Dire la verità può spaventare. Ma dobbiamo dire la verità se vogliamo creare e favorire i nostri legami con gli altri.

Considerate la storia di Jack Canfield e Larry Prince e della loro organizzazione no-profit, la Foundation for Self-Esteem.

I due uomini avevano presentato una proposta per progettare un programma di formazione per chi cerca lavoro per l’Ufficio per l’istruzione della contea di Los Angeles. Tuttavia, quando si sono resi conto delle restrizioni del programma, hanno deciso di informare i funzionari della contea che non potevano rispettare i regolamenti, rischiando così di perdere la gara e la sovvenzione di 730.000 dollari.

Ma grazie alla loro onestà, hanno finito per vincere il concorso!

Oltre all’onestà, l’apprezzamento degli altri è spesso sottovalutato nelle relazioni. In uno studio condotto su circa 200 aziende, i dipendenti hanno classificato l’apprezzamento come il primo motivatore di un elenco di dieci temi motivazionali; i dirigenti e i supervisori, invece, hanno classificato l’apprezzamento all’ottavo posto.

È chiaro che vogliamo essere più apprezzati sul lavoro; quindi assicuratevi di fare la vostra parte mostrando apprezzamento per gli altri. Come si fa esattamente? Dipende dal tipo di persona che siete, se uditiva, visiva o tattile. Il modo migliore per apprezzare gli altri è quello di scoprire cosa li rende interessanti e combinare diversi modi per esprimere apprezzamento.

Per esempio, si può invitare qualcuno a cena, dargli una pacca incoraggiante sulle spalle, lodarlo al telefono o scrivergli un biglietto di ringraziamento.

Ma è fondamentale essere il più autentici possibile. Non bisogna nascondere la verità quando è necessario dirla. Ma ricordate anche di onorare e ringraziare le persone che vi sostengono.

Sui diversi significati di “ricchezza”

Siete d’accordo che “il denaro è la radice di tutti i mali”?

Se è così, dovete ridefinire il significato di ricchezza per voi. La maggior parte di noi pensa che la ricchezza riguardi solo il denaro, i nostri beni o possedimenti. Tuttavia, è molto di più: la ricchezza contiene anche aspetti intellettuali, umani e civici.

Per quanto riguarda le attività finanziarie, ci si può chiedere: quali obiettivi ho per i miei beni e quali azioni e obbligazioni vorrei possedere?

Oltre ai beni materiali, cercate di capire come le vostre relazioni, la vostra salute, le regole cui vi ispirate quando agite e le vostre abitudini siano collegate al modo in cui create la ricchezza. Considerate anche la vostra formazione, la vostra reputazione e le vostre competenze.

Tenendo a mente questi fattori, potete iniziare a far sì che la vostra ricchezza funzioni a vostro vantaggio. Molte persone di successo considerano il loro patrimonio umano e intellettuale più prezioso di quello finanziario, poiché la salute, la felicità e le relazioni costituiscono la base per un successo finanziario duraturo.

Un altro fattore che contribuirà notevolmente al vostro benessere personale è quello di offrire il vostro tempo a una causa meritevole. Aiutare gli altri ha un effetto notevole nel mantenerci soddisfatti e contenti della nostra vita.

Gli studi sul volontariato hanno dimostrato che le persone che aiutano gli altri hanno una vita più lunga e più sana. Inoltre, chi inizia a fare volontariato e ad aiutare gli altri fin da giovane ha maggiori probabilità di avere una carriera di successo in seguito.

Considerate quali sono le cause che vi stanno più a cuore. Ad esempio, se amate leggere, potreste fare volontariato per leggere ai non vedenti. Potreste anche avviare un’attività di produzione di libri per non vedenti.

Per ottenere il massimo da ciò che la vita può offrire, è necessario diventare “ricchi”, il che significa molto di più che disporre di beni finanziari.


[1] C. Perelman, C. Olbrechts-Tyteca, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, Torino , p. 19.

Dirigere se stessi come fossimo un’orchestra

1.     Un peso sulla testa

Non è infrequente sperimentare un senso di sopraffazione, come se circostanze, occupazioni e preoccupazioni avessero eroso ogni aspetto della nostra vita. Sì, forse avremmo proprio bisogno di quella vacanza che abbiamo così a lungo desiderato, ma lo stesso indugiare su quella idea, invece di darci sollievo, ci riporta alla mente i problemi da cui vorremo provvisoriamente allontanarci. Sembra un vicolo cieco.

E così, si continua a lavorare o ad essere presenti laddove gli impegni lo richiedano, ma senza una reale spinta. Più che agire, è come se subissimo le nostre stesse azioni.

Sembra davvero difficile tenere insieme in modo armonico due aree della nostra vita, professione e famiglia. In alcuni casi, è come se non si dessero alternative: o lavorare o stare con i figli. In realtà, dividersi tra questi due ambiti è solo una parte del problema perché, se anche riuscissimo ad armonizzare la nostra presenza in entrambi, vi sarebbero comunque aree dalle quali ci saremmo tagliati fuori. Mi riferisco alla dimensione personale, a quella fisica, all’ambito intellettuale, emozionale e spirituale.

Esiste, infatti, una dimensione più squisitamente personale che non dovremmo accantonare: essa coinvolge i nostri hobby e le attività che sentiamo essere importanti per noi stessi. Anche dedicarsi del tempo, perfino per non fare niente o per andarsene a zonzo senza una particolare meta, rientra in questa fetta personale. Poi, c’è la fetta fisica: prendersi cura del proprio corpo, camminare, nuotare, fare fitness, ma anche nutrirsi con cura, dando ascolto alle proprie esigenze alimentari. La terza dimensione, la terza fetta, è quella intellettuale: consentire alla nostra curiosità di manifestarsi. Prendersi il tempo per leggere quel libro che ci aspetta sul comodino o partecipare ad uno spettacolo o ad una mostra. Quarto ambito cui prestare attenzione è la fetta emotiva, il modo in cui sentiamo noi stessi. Quando è stata l’ultima volta che avete scritto sul vostro diario? Quando vi siete soffermati a riflettere su come vi siete sentiti in seguito ad un determinato evento? L’ultima dimensione, la fetta spirituale, include le cose in cui profondamente crediamo, le convinzioni profonde o anche la fede religiosa.

2.     La vita come una grande torta

David J. McNeff in The Work-Life balance Myth ha proposto di immaginare che ogni ambito rappresenti una fetta di una torta ideale. Essere in equilibrio, vivere bene, significa prendersi cura di ciascuna di queste fette di torta.

Da un lato, non è facile porsi in ascolto di questa proposta. Siamo, infatti, convinti che la complessità dell’umano sia poco riducibile a spiegazioni così schematiche. Chi si ritiene più sgamato, poi, non potrà che considerare con aria di sufficienza simili proposte, ritenendole semplicistiche. D’altro canto, è pur vero che il lungo indugiare sulla ricerca della migliore teoria possibile, allontana l’adozione di soluzioni concrete. Una cosa sembra certa: rimanere imbambolati a vivere il disagio di una vita sotto sforzo è sicuramente sbagliato. Vale dunque la pena di considerare ogni opzione sul campo, anche il “metodo delle sette fette” di McNeff, forse con uno sguardo più benevolo. Ma poi, siamo davvero sicuri che la proposta del coach americano sia così semplice da attuare?

3.     Una vita bilanciata

Dunque, una vita bilanciata prevede che ogni giorno riserviamo un’attenzione consapevole a sette aree. Ora, giunti a questo punto, si presenta una obiezione fin troppo semplice: se già facciamo fatica a tenere insieme due tra queste aree, cioè la famiglia ed il lavoro, come è pensabile raggiungere un equilibrio allargando lo spettro delle attività invece di restringerlo?

Il punto è – spiega McNeff – che l’essere umano può volare alto, cioè può essere ciò che è, solo quando partecipa di tutti questi ambiti. L’esaurimento delle sue potenzialità si verifica a mano a mano che si diventa monodimensionali, concentrandosi solo su qualcuno di essi. Si tratta di un errore compiuto in buona fede. La madre di famiglia apprensiva, per esempio, dedicherà tutte le sue attenzioni al figlio e finirà con il sentirsi in colpa se pensa al suo lavoro che ha dovuto mettere da parte. La stessa cosa accadrà al padre che si sentirà indotto a dedicare ogni energia al lavoro, trascurando i figli. Si tratta di due esempi interscambiabili che rivelano una “attenzione escludente”. La soluzione, invece, consiste nella capacità della nostra attenzione di essere inclusiva, cioè di non ignorare tutte le altre “fette di torta”.

Una vita bilanciata prevede di riservare ogni giorno una attenzione consapevole a quelle dimensioni in cui la nostra umanità naturalmente si dispiega.

La maggior parte delle persone tende a concentrare tutte le proprie ore di veglia sulle proprie priorità principali, cioè la fetta familiare e quella professionale.

Adottare la proposta di McNeff richiede prima di tutto di fare un inventario di ogni area della nostra vita. Bisogna identificare le fette dormienti, perché è dedicandosi ad esse che sarà possibile gradualmente ristabilire un equilibrio. L’obiettivo di questo esercizio semplice è di scattare una foto alla nostra vita in un determinato momento, stando bene attenti a tenere a bada quella parte di noi che è sempre pronta a giudicare negativamente ogni nostra azione.

“Purtroppo, non ho più tempo per questo” è la frase che diciamo a noi stessi quando ci accorgiamo che ci sono effettivamente delle cose che non riusciamo più a fare. Inizia così quel processo di rassegnazione che ci porta a limitare il nostro raggio d’azione in ambiti sempre più limitati.

Bisogna cercare di riconoscere frasi di questo tipo ed attuare delle contromisure. Rendersi conto che si è oberati o che uno dei settori della nostra vita sta fagocitando gli altri è il primo passo. Il secondo è di iniziare un piccolo cambiamento, da mettere in pratica ogni giorno: per esempio, anche solo trovare cinque o dieci minuti per meditare o fare qualcosa in cui ci sentiamo riconosciuti.

4.     Conclusione

Immaginate un’orchestra sinfonica che si prepara a suonare. I musicisti aspettano che il direttore batta il suo leggio. Sollevano i loro strumenti. In risposta ai segnali del direttore, l’orchestra comincia a suonare come se fosse una “cosa” sola. Mentre i suoi membri suonano, il direttore comunica quando i violini devono prendere il comando, quando le trombe devono fare una pausa e così via, il tutto mantenendo il tempo.

Di fronte al gran numero di scelte possibili è come se fossimo il direttore d’orchestra di noi stessi.

Allo stesso modo, tu sei il direttore della tua orchestra, e hai sette strumenti da dirigere. Per mantenere la profondità e la struttura della musica, hai bisogno che ogni strumento sia presente e abbia successo – ma alla fine, sta a te portare il tuo senso di armonia.

Non importa quanto tu sia occupato, vivere in armonia ti permette di gestire lo stress e affrontare ogni giorno con un atteggiamento più brillante. Tutto questo concretamente può significare che non perderai la calma in un ingorgo inaspettato e che le soluzioni ai grandi problemi appariranno più facilmente disponibili.

Soprattutto, il Metodo delle Sette Fette ti aiuta a prestare attenzione agli eventi della tua giornata, per assicurarti di non essere completamente assorbito dagli alti e bassi emotivi della vita quotidiana. Ricorda che non è necessariamente quanto tempo passi su ogni fetta che conta, ma la qualità di quel tempo e la forza del tuo impegno. Molte persone che abbracciano il metodo delle sette fette a lungo termine riferiscono che “la vita sembra più un viaggio”, mentre prima sembrava più un lavoro di routine. Alla fine, vivere nelle Sette Fette non solo vi farà sentire meglio; quando inizierete a sentirvi a vostro agio, lo faranno anche tutti quelli che vi circondano.

 

The courage to show your face

When living incognito

Thinking outside the box attracts the judgement of conformists. Now, since nobody likes to be criticised, we tend to reduce the occasions when this can happen. And so we live undercover, a bit like those animals who, before acting, feel what is around them with their eyes.
Being cautious is, of course, a good thing. However, beyond a certain threshold, prudence can lead to omissive behaviour: one prefers not to act, in order not to make mistakes. In practice, it is like living with the handbrake on.

The point is that the individuality that each of us is can not always be realised by following predefined paths, i.e. by staying safe from all risks. We should, therefore, understand when the fear of making mistakes or of being criticised has turned into something more toxic which, by inhibiting our actions, goes so far as to undermine our self-confidence.


We are ourselves when we think for ourselves and when we act consistently. Being constantly ‘undercover’, while seemingly making us feel safe, can in the long run undermine our self-confidence.
By not acting ourselves, we are living someone else’s life. We become anonymous, while we think we are doing our own best. The more time that passes in this chameleon-like state, the more our identity weakens.

Unhinging the concatenation of thoughts


The difficulty in acting appropriately can arise from not being able to govern one’s fears.
Uncontrolled fear can arise from the way thoughts are linked together. Chains of thoughts are not always functional. The anxieties and worries that accompany our days can creep into our thoughts and alter their flow. When this happens, it is easier to come to wrong conclusions.

The result is a situation of bewilderment, chronic uncertainty and disorientation. One can get out of this problematic picture by starting to identify the sequences of thoughts. Isolating these sequences helps to identify the exact point at which the dysfunction has entered and to remedy it. A dysfunction is a logical alteration, a hypertrophic reaction not based on any premise, a real leap in the dark. We must find the courage to confront these changes, to ‘see them in the face’ so to speak. It is necessary to find the natural rhythm of one’s own thoughts, isolating the disturbing ones which, generated by excessive anxiety, make us go astray.


If, for example, I can’t go for a walk in the country because I’m blocked by the idea that I might be chased by the dogs I might meet, I must first put the thoughts in sequence:
(1) I am going for a walk in the country
(2) I’ll be chased by dogs.
Seeing the concatenation is the first step in recognising its illegitimacy.

It will be easier to realise that reaction (2) is taken for granted when in truth it is only an eventuality. I will then be able to further interrogate the reasons why this happens, devoting myself to that special time that is self-care. A perceptive look at oneself, the habit of returning to questioning and meditation, helps us to reorder our thoughts, to have control over ourselves.

The unexpected contraction

When we talk about the grammar of the inner life, or, to put it another way, when we talk about how we are made, the temptation to resort to predefined recipes is strong. Of course, given the frequency with which cooks are on video, one might think of a “culinary conversion”, but this is a temptation we can resist, at least for now.

A decisive element of an ordered life—that is, a life in which the difference in value between things is recognised as meaningful—is the right distance between us and the world. It is a middle way between bravado or hypertrophy of the ego and solipsistic closure.

La fontana del villaggio

Quante volte ci hanno detto che siamo troppo generosi? Che non ci risparmiamo mai? Si tratta di un complimento, che in realtà segnala anche un problema: non sapersi dare dei limiti. E così sulla scia di una non del tutto corretta interpretazione del multitasking, sia che si tratti della vita di relazione sia che si tratti del lavoro, siamo come una fontana a cui tutti attingono senza limiti.

Ancora oggi, nella struttura di molti piccoli centri, nella piazza principale è collocata una fontana. È la classica “fontana del villaggio”, la fonte a cui tutti gli abitanti andavano per attingere l’acqua senza cui la vita non era possibile. La presenza della fontana era possibile anche perché tutto il villaggio si prendeva cura che il corso del fiume potesse scorrere liberamente, senza essere ingombrato dai rami degli alberi che, cadendo, inevitabilmente finivano con l’occupare il letto dei ruscelli vicini. In altri termini, c’era equilibrio, c’era una relazione armonica che permetteva alla fontana di essere fonte di vita.

Ovviamente, non c’è niente di male nell’improntare la propria esistenza ad una generale generosità. Tuttavia, quando tale scelta scaturisce dalla mancata tutela delle proprie prerogative e dei propri legittimi bisogni, allora si va incontro ad una postura sbilanciata. È questa la ragione per cui occorre non nascondere le proprie esigenze nel tentativo di giungere ad un rapporto equilibrato tra le proprie esigenze e quelle degli altri.

Quali sono i segnali dai quali ci possiamo accorgere che abbiamo bisogno di limiti?

Bene, riflettete per un momento su alcune domande. Vi sentite spesso stressati, sopraffatti o esauriti dalla quantità di lavoro che dovete fare? Trovate che fate fatica a dire di no alle richieste di amici, familiari e colleghi di lavoro? Vi ritrovate mai ad evitare certe persone che non vi fanno sentire a vostro agio?

Se avete risposto sì a una di queste domande, allora potreste avere un problema di limiti. Questo perché, per quanto diversi possano sembrare questi problemi, in realtà si riducono tutti allo stesso problema fondamentale: hai permesso ai tuoi bisogni di passare in secondo piano rispetto a quelli di qualcun altro. I limiti, quindi, consistono nel farsi valere per se stessi. Avere dei limiti sani significa poter contare sulle persone della tua vita per trattarti in un modo che ti faccia sentire a tuo agio.

Quando pensiamo ai confini, quelli che ci vengono in mente per primi sono i confini fisici del nostro corpo e dello spazio personale. Ma i confini fisici rappresentano, in realtà, solo un tipo di confine. Per esempio, abbiamo anche limiti sessuali, che riguardano la limitazione di argomenti di conversazione inappropriati, battute a sfondo sessuale e altri comportamenti che non siamo disposti a tollerare.

Poi ci sono i limiti intellettuali ed emotivi, che riguardano il rispetto delle nostre opinioni e dei nostri sentimenti da parte degli altri, anche se non sono d’accordo con noi. Abbiamo anche dei limiti materiali, che riguardano il modo in cui gli altri usano i nostri beni. E, infine, abbiamo limiti di tempo, che riguardano la garanzia che gli altri capiscano il valore del nostro tempo.

Certamente, molti di questi limiti sono codificati nella cultura, come lo spazio personale, quindi non dovrebbe essere necessario dichiararli. Tuttavia, altri confini sono più individuali, e sono quelli che dobbiamo comunicare. Per esempio, quando incontri qualcuno per la prima volta, potresti dover fargli sapere che sei più uno che stringe le mani che uno che abbraccia.

Naturalmente, stabilire dei limiti non è sempre facile. Ci preoccupiamo di essere visti come soffocanti, bisognosi o troppo sensibili. Potremmo anche preoccuparci di danneggiare la relazione rendendo le cose imbarazzanti.

Ma, a lungo andare, non porre limiti è controproducente.

Se permettiamo agli altri di calpestare continuamente i nostri confini, la qualità delle nostre relazioni inevitabilmente diminuirà.

Quindi, sì, porre dei limiti può essere scomodo. Ma, alla fine, il disagio a breve termine è un piccolo prezzo da pagare per avere relazioni funzionali e a lungo termine.

Uno sguardo d’insieme sulla vita

Nel simbolo taoista dello yin-yang, un cerchio che è metà scuro e metà chiaro, ci sono due punti. Nel cuore dell’oscurità, si può trovare la luce. E circondata dalla luce, l’oscurità è riconosciuta.

Meno astrattamente, il simbolo significa che anche se le cose non ci vanno bene nella vita, non dobbiamo essere insensibili alla felicità. E se le cose ci vanno bene e siamo felici, non possiamo ignorare la possibilità di soffrire in futuro. Il risultato di una tale integrazione – la capacità di accettare entrambi gli stati, profondamente, allo stesso tempo – è una felicità duratura.

La definizione di felicità della cultura occidentale di solito non fa spazio alla sofferenza. I media e i presupposti culturali suggeriscono che provare dolore o tristezza è vergognoso o degno di biasimo. E alla base di questi messaggi c’è l’aspettativa che dovremmo essere in grado di sopprimere qualsiasi sentimento di paura o perdita.

Il dolore è, per natura, un’esperienza isolante che può farci sentire disconnessi dall’umanità e dalla vita. Quando definiamo il dolore come inaccettabile, la vita diventa ancora più costrittiva. Ma se diventiamo disposti a relazionarci pienamente con la vita, inclusa la sofferenza, possiamo spostare il nostro cuore dall’isolamento alla vera connessione.

Un modo per arrivarci è la meditazione. Nella meditazione, impariamo a prestare davvero attenzione – a diventare consapevoli degli stati mentali costruttivi e ad incarnarli, e a lasciare andare quelli che non ci servono.

Il concetto buddista di Mettā

Il concetto buddista di “Mettā” non ha un esatto equivalente nella cultura occidentale. Tale concetto, infatti, comprende amore, gentilezza e amicizia. Nella nostra cultura, invece, l’amore è di solito associato alla passione o al sentimentalismo, che sono entrambi legati al volere o al possesso.

Il Buddha ha insegnato che gli stati di sofferenza, come la rabbia o la paura, sopprimono temporaneamente le forze positive come l’amore o la saggezza, ma non possono mai distruggerle. D’altra parte, una forza positiva come Mettā è così forte che può effettivamente sradicare le forze negative.

Se sei come la maggior parte delle persone, puoi guardare agli altri per scoprire se sei amabile o capace di provare amore. Facendo così, stai essenzialmente cercando un riflesso dell’innata radiosità che ci connota. In altri termini, stai cercando il tuo centro fuori di te. La consapevolezza interiore è essenziale per essere in grado di offrire “amore” genuino agli altri. Così, quando pratichiamo Mettā, è importante iniziare a dirigere l’amorevole gentilezza verso noi stessi.

Ecco una semplice meditazione che puoi provare. Per iniziare, siediti comodamente e chiudi gli occhi. Prova a lasciare andare l’analisi e l’aspettativa per i prossimi 10-15 minuti. Inizia a riflettere sul bene che c’è in te – ricorda un momento in cui sei stato generoso o premuroso, e prova piacere in questo pensiero. Se non ti viene in mente nulla, sposta delicatamente la tua attenzione su una qualità che ti piace di te stesso, o sul tuo desiderio di essere felice.

Classicamente, quattro frasi sono ripetute durante la pratica di Mettā:

1) “Possa io essere libero dal pericolo”.

2) “Possa io avere la felicità mentale”.

3) “Possa io avere la felicità fisica”.

4) “Possa io avere facilità di benessere”.

Ripeti queste frasi a te stesso, più e più volte.

Poi comincia a dirigere la tua pratica verso gli altri. Per prima cosa, passa al “benefattore” – qualcuno per cui sentite gratitudine e rispetto. Poi, concentrati su qualcuno nei cui confronti senti di essere neutrale. Dopo questo, sarai pronto a dirigere Mettā verso “il nemico” – qualcuno verso cui provi rabbia o paura. A questo punto, l’amore condizionato si dispiega in una forza incondizionata.

Se il dolore fisico sorge in qualsiasi momento della tua meditazione, cambia delicatamente la postura. Possono anche sorgere sentimenti di indegnità. Continuate a respirare, accettate la loro presenza, ricordate la bellezza del vostro desiderio di essere felici e tornate alle frasi.

Ostacoli del desiderio

Siamo pieni di desideri, non è vero?

Il desiderio ci spinge fuori da noi stessi, ci spinge ad essere migliori.

Non tutti la pensano così. Potremmo perfino dire che una tale mentalità è propria soltanto del mondo occidentale. Ci sono altre visioni possibili del desiderare. Nel mondo buddista, il desiderio assume perfino una connotazione negativa.

Con il desiderio, infatti, proietti tutte le tue speranze e i tuoi sogni di realizzazione su qualche oggetto. Ci si affeziona a questo incanto temporaneo, credendo che questo oggetto da solo ci renderà felici – e quando inevitabilmente non lo fa, soffrite.

Nel buddismo, l’attaccamento è chiamato la radice della sofferenza a causa delle due qualità che lo accompagnano: la ricerca e la protezione. Nella ricerca, si perde la felicità del semplice essere e si è sempre in uno stato di divenire il cui inevitabile correlato è la caduta, l’implosione della tensione verso l’oggetto perseguito. Inseguendo i desideri, si perde di vista ciò che si ha realmente e si finisce con un continuo senso di perdita o risentimento.

Vivere senza attaccamento significa essere tutt’uno con la propria vita, essere fermi e in pace. Con Mettā, non ci si concentra sul futuro – ciò che si vuole, di cui ci si preoccupa o da cui ci si deve difendere. La pratica rimuove il senso del tempo, l’aspettativa e la delusione in modo da poter semplicemente permettere alle cose di essere come sono.

Nella tua pratica Mettā, prenditi del tempo per riflettere sulla felicità. Per prima cosa, considera le cose che ti renderebbero felice. Ricorda di andare oltre la felicità condizionata o fugace. Poi, pensa a cosa significa per te l’amicizia. Il Buddha ha detto che mantenere una “saggia compagnia”, o avere buoni amici, è una delle più grandi risorse per la felicità e la libertà.

Dirigi l’amorevolezza verso te stesso per qualche minuto, e poi rifletti su un amico. Dite il suo nome, immaginatelo, sentite la sua presenza. Contempla le sue amabili qualità, deliziati del suo umano bisogno di essere felice, e dirigi le frasi di Mettā verso di lei. Se ti viene in mente un altro amico, permetti a te stesso di concentrarti su di lui. Se la tua mente vaga, torna delicatamente a ripetere le frasi.

Recuperare se stessi

La felicità viene davvero da dentro. Perseguendo il sentiero buddista dell’amorevolezza nella meditazione e nella vita quotidiana, puoi tornare in contatto con la tua bellezza intrinseca, imparare a liberarti degli stati d’essere improduttivi, sviluppare la compassione verso te stesso e gli altri, e liberare la tua mente. La tua ricerca ti condurrà alla realizzazione che sei profondamente connesso a tutti e tutto ciò che ti circonda – e con essa arriverà una gioiosa libertà che si traduce in una felicità vera e duratura.

A handful of sand

It has happened to all of us, at least once, to realize that things were different from what we thought. It can happen when you look at a painting.

In 1533 Hans Holbein the Younger painted The Ambassadors, in which he portrayed two illustrious men of his time. The two men are surrounded by a series of objects (books, a map of the sky and the earth) that refer to the power they possess. All the clues seem to suggest that the painting, while depicting the two men, is at the same time a way of referring to man’s power over the world. Just as we convince ourselves that we have grasped the meaning of the painting, we notice that at the feet of the ambassadors is a strange figure that we at first struggle to recognize exactly. In fact, Holbein has painted an anamorphic object that can only be seen from a certain position.

The strange object turns out to be a skull and its presence profoundly changes the meaning of the painting. Thus, we were convinced that we were dealing with a representation of the power of man, but instead we are dealing with a representation of man’s impotence in the face of death. This is exactly the opposite of our first conclusion.

The wonder that pervades us in the case of Holbein’s painting is something that can also happen in life when our expectations are overtaken by events or something new.

Being proved wrong can happen more than once. So, we ask ourselves, how do we realize that we are wrong in an assessment? How do we open our eyes?

There is a beautiful expression by Edith Stein. With regard to the search for meaning, the philosopher said that we must “look at the world with our eyes wide open”.

Not being caught unprepared by unforeseen situations means taking into account the possibility of that happening.

So, yes, we can be wrong in our assessments or choices and it should not be a drama to admit it.

Mistakes can happen, but they are more likely to happen when we are so confident that we even rule out the possibility of things being different from what we thought. This is the threshold at which a legitimate confidence turns into something else: a presumptuous superiority, more insidious the more unconscious it is.