C’è gente che si perde sulle strade del mondo

Nasce dalla consapevolezza della pochezza di un modo di esistere votato al culto del superfluo, la ricerca di un modo di essere alternativo in cui sia finalmente dato spazio all’altro. Sull’eventualità che un modo d’essere diverso possa effettivamente darsi non è però il caso di agitare stendardi trionfalistici. Vivere altrimenti è tutto fuorché semplice ed il motivo di tale difficoltà riposa prima di tutto nella forza dell’abitudine.

Se l’abitudine c’è, potremmo dire noi, è difficile sentire l’esigenza di rinunciarvi. Eppure, l’effrazione della monologia va tentata, va annunciata, va gridata, ieri come oggi, da parte di chi non voglia confondersi con essa.

Cambiare rotta, come se niente fosse, non è semplice, così come non lo sarebbe invertire la corsa di un treno lanciato ad alta velocità. A volte, invece, ad indicare l’urgenza di intraprendere un percorso diverso intervengono specifici eventi traumatici, individuali o collettivi [1].

Abbandonare la strada vecchia è tutt’altro che facile e, per coloro che sono convinti che non esistano altre vie, è veramente difficile.

Va anche detto che, in genere, i cambiamenti intervengono a fronte di un’insoddisfazione di fondo, appena percepibile in un mondo che ci rende satolli dal punto di vista emotivo. In aggiunta, va osservato come tale insoddisfazione andrebbe accolta ed interpretata alla luce di un senso critico che oggi risulta dimidiato dall’uso smodato dei beni con cui ci trastulliamo.

Insomma, per dirla in modo sintetico, ci troviamo nella stessa situazione descritta da Io che amo solo te di Sergio Endrigo: “C’è gente che ama mille cose / e si perde per le strade del mondo”.

Si giunge così nei pressi di un’altra questione: se la società individualistica, nuovo Saturno, alimenta se stessa divorando i suoi figli, sottraendo loro l’individualità, oberandoli con l’offerta di beni materiali che fanno soccombere le aspirazioni più autentiche, come è possibile dare alimento a quegli stessi figli, a noi tutti, perché possiamo trovare la forza per sottrarci alle sue lusinghe?

Saremo in grado di portarci fuori da quell’«educazione a metà» di cui parlava il filosofo ceco Tomáš Masaryk? Nella vita pubblica, egli sosteneva, è piuttosto semplice evidenziare ciò che non funziona. Tuttavia, messi in fuorigioco i fondamenti della vita sociale, è molto più arduo sostenere in positivo i valori che potrebbero dar luogo ad una vita sociale alternativa. Generalmente gli intellettuali sono più allenati sul primo versante che sul secondo. E così, demoliti i fondamenti, cioè i criteri stessi tramite cui distinguere i valori, il risultato è una moralità relativizzata in cui vige un’equivalenza delle opzioni. Si scambia per segno di progresso e per apertura mentale ciò che, se dovessimo chiamarlo per nome, sarebbe impoverimento e svuotamento dall’interno di quelle istanze su cui la nostra cultura si è costruita.


[1] È quanto suggerisce Diego Fares in Un trauma, una breccia (Civiltà Cattolica, 4081) a proposito degli esiti del lockdown.

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