Individualismo o individualità?

L’individualismo rappresenta la deformazione dell’individualità. Nel denunciare le lacune del primo, non bisogna compiere l’errore di sbarazzarsi della seconda. L’individualità, la cifra di ciò che siamo, infatti è un valore irrinunciabile. Esso non va confusa con l’egoismo, che ne rappresenta invece una caricatura

Una tale confusione è presente nei difensori d’ufficio dell’alterità a tutti i costi. Schierarsi a favore dell’altro, sempre e comunque; ritenere che le prerogative dell’altro siano superiori a quelle dell’io; avere orecchie solo per l’altro, ignorando le voci che si levano dalla propria parte è generalmente considerato nobile. Temo che non lo sia e che anzi, dal punto di vista pratico, cioè dei benefici pratici che dovrebbero venire a quell’altro che si vorrebbe tutelare, sia finanche controproducente.

L’opzione a favore dell’alterità sempre e comunque è valida in alcuni laboratori del pensiero, si pensi alla filosofia di Lévinas, il quale teorizza che l’unica forma autentica di relazione è quella in cui l’io è ostaggio dell’altro. Trapiantare una tale indicazione sic et simpliciter nella realtà è l’esercizio dei puri e dei disincarnati, non molto avvezzi con il principio di realtà e con quell’idea di etica che va oltre le intenzioni.

Nelle pratiche, è proprio la tutela dell’altro a richiedere l’adozione di strategie ben diverse. È in quella pretesa di imporre la tutela dell’altro come unica opzione praticabile che si rivela il pregiudizio sull’individualità o quella confusione tra individualismo e individualità di cui parlavo poc’anzi.

Vale dunque la pena di chiarire a chi abbia ancora voglia di mettersi in ascolto che guardare il mondo dal punto di vista dell’io è simile a farsi preparare un vestito su misura. Non c’è niente di male, a meno che non si pretenda di voler tenere per sé tutta la stoffa disponibile. Dunque, sia che si tratti di relazioni interpersonali che di politica estera, è del tutto immotivato negare le prerogative individuali (che, in genere, è la propria parte).

C’è, anzi, un valore specifico nel dare ascolto e nel riconoscere spazio all’individuo che ciascuno di noi è, al proprio modo di raccontare gli eventi, alle sintesi che possiamo suggerire, alla propria storia, alle proprie tradizioni cui immotivatamente si ritiene troppo facilmente di dover rinunciare per fare spazio all’altro.

C’è gente che si perde sulle strade del mondo

Nasce dalla consapevolezza della pochezza di un modo di esistere votato al culto del superfluo, la ricerca di un modo di essere alternativo in cui sia finalmente dato spazio all’altro. Sull’eventualità che un modo d’essere diverso possa effettivamente darsi non è però il caso di agitare stendardi trionfalistici. Vivere altrimenti è tutto fuorché semplice ed il motivo di tale difficoltà riposa prima di tutto nella forza dell’abitudine.

Se l’abitudine c’è, potremmo dire noi, è difficile sentire l’esigenza di rinunciarvi. Eppure, l’effrazione della monologia va tentata, va annunciata, va gridata, ieri come oggi, da parte di chi non voglia confondersi con essa.

Cambiare rotta, come se niente fosse, non è semplice, così come non lo sarebbe invertire la corsa di un treno lanciato ad alta velocità. A volte, invece, ad indicare l’urgenza di intraprendere un percorso diverso intervengono specifici eventi traumatici, individuali o collettivi [1].

Abbandonare la strada vecchia è tutt’altro che facile e, per coloro che sono convinti che non esistano altre vie, è veramente difficile.

Va anche detto che, in genere, i cambiamenti intervengono a fronte di un’insoddisfazione di fondo, appena percepibile in un mondo che ci rende satolli dal punto di vista emotivo. In aggiunta, va osservato come tale insoddisfazione andrebbe accolta ed interpretata alla luce di un senso critico che oggi risulta dimidiato dall’uso smodato dei beni con cui ci trastulliamo.

Insomma, per dirla in modo sintetico, ci troviamo nella stessa situazione descritta da Io che amo solo te di Sergio Endrigo: “C’è gente che ama mille cose / e si perde per le strade del mondo”.

Si giunge così nei pressi di un’altra questione: se la società individualistica, nuovo Saturno, alimenta se stessa divorando i suoi figli, sottraendo loro l’individualità, oberandoli con l’offerta di beni materiali che fanno soccombere le aspirazioni più autentiche, come è possibile dare alimento a quegli stessi figli, a noi tutti, perché possiamo trovare la forza per sottrarci alle sue lusinghe?

Saremo in grado di portarci fuori da quell’«educazione a metà» di cui parlava il filosofo ceco Tomáš Masaryk? Nella vita pubblica, egli sosteneva, è piuttosto semplice evidenziare ciò che non funziona. Tuttavia, messi in fuorigioco i fondamenti della vita sociale, è molto più arduo sostenere in positivo i valori che potrebbero dar luogo ad una vita sociale alternativa. Generalmente gli intellettuali sono più allenati sul primo versante che sul secondo. E così, demoliti i fondamenti, cioè i criteri stessi tramite cui distinguere i valori, il risultato è una moralità relativizzata in cui vige un’equivalenza delle opzioni. Si scambia per segno di progresso e per apertura mentale ciò che, se dovessimo chiamarlo per nome, sarebbe impoverimento e svuotamento dall’interno di quelle istanze su cui la nostra cultura si è costruita.


[1] È quanto suggerisce Diego Fares in Un trauma, una breccia (Civiltà Cattolica, 4081) a proposito degli esiti del lockdown.

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