Il diritto di essere se stessi

1. Sotto mentite spoglie

Pensare fuori dagli schemi, si sa, attira i giudizi dei conformisti. Ora, siccome a nessuno piace essere criticato, si tende a ridurre le occasioni in cui ciò può accadere. E così si vive sottocoperta, un po’ come quegli animali che, prima di agire, sentono con lo sguardo cosa c’è intorno.

Essere prudenti è, ovviamente, positivo. Tuttavia, oltre una certa soglia, la prudenza può dare luogo a condotte omissive: si preferisce non agire, per non incorrere in errori. In pratica, è come vivere con il freno a mano tirato.

Il punto è che non sempre l’individualità che ognuno di noi è può realizzarsi seguendo sentieri prefissati, cioè stando al riparo da ogni rischio. Dovremmo, perciò, capire quando la paura di sbagliare o di essere criticati si sia trasformata in qualcosa di più tossico che, inibendo le nostre azioni, arriva fino al punto di minare la fiducia in noi stessi.

Siamo noi stessi quando pensiamo con la nostra testa e quando agiamo coerentemente. Essere costantemente “sotto copertura”, se apparentemente ci fa sentire sicuri, a lungo andare può minare la fiducia in noi stessi.

Rinunciando ad agire in prima persona, infatti, viviamo la vita di un altro. Diventiamo anonimi, mentre pensiamo di fare il nostro interesse. Più passa il tempo in questo stato camaleontico, più la nostra identità si indebolisce.

2. Scardinare la concatenazione dei pensieri

La difficoltà di agire in modo appropriato può scaturire anche dal non riuscire a governare le proprie paure.

Una paura incontrollata può scaturire dal modo in cui i pensieri sono tra loro collegati. Non sempre, infatti, le concatenazioni dei pensieri sono funzionali. Le ansie e le preoccupazioni che accompagnano le nostre giornate possono insinuarsi all’interno dei pensieri ed alterarne il flusso. Quando ciò accade, è più facile giungere a conclusioni sbagliate. Il risultato è una situazione di smarrimento, di incertezza cronica, di disorientamento. Si può venire fuori da questo quadro problematico, cominciando con l’individuare le sequenze dei pensieri.

Isolare tali sequenze aiuta a cogliere il punto esatto in cui la disfunzione ha fatto il suo ingresso e a porvi rimedio. Una disfunzione è una alterazione logica, una reazione ipertrofica non fondata su alcuna premessa, un vero e proprio salto al buio. Bisogna trovare il coraggio di mettersi di fronte a tali alterazioni, “vederle in faccia” per così dire. Occorre ritrovare il ritmo naturale dei propri pensieri, isolando quelli molesti che, generati dalle ansie in eccesso, ci fanno andare fuori strada.

Se, volendo fare un esempio, non riesco a fare una passeggiata in campagna perché bloccato dalla idea che potrei essere inseguito dai cani che potrei incontrare, debbo in primo luogo mettere in sequenza i pensieri:

(1) Vado a passeggiare in campagna

(2) Sarò inseguito dai cani

Vedere la concatenazione è il primo passo per riconoscerne i motivi di illegittimità. Sarà, infatti, più facile rendersi conto che la reazione (2) è data per certa quando invece si tratta soltanto di un’eventualità. Potrò così ulteriormente interrogare i motivi per cui ciò accade, dedicandomi quel tempo speciale che è la cura di sé. Uno sguardo avvertito su se stessi, la consuetudine di tornare ad interrogarsi, ci aiuta a riordinare i pensieri, ad avere il governo di noi stessi.

L’inaspettata gioia della vita ordinaria

Le nostre domande al testo

Perché i tratti negativi delle persone ci colpiscono di più di quelli positivi?

Perché ci identifichiamo con il possesso delle cose? C’è un modo per uscirne?

È vero che un livello medio di autostima è preferibile rispetto ad uno alto?

Perché ho un numero esiguo di amici?

Le persone di bell’aspetto sono davvero più felici?

1. Sentirsi sotto attacco

Il neuroscienziato Dr. John Cacioppo ha condotto uno studio in cui ha mostrato ai suoi soggetti diversi set di immagini e misurato la reazione del loro cervello. Ha così scoperto che le persone si impegnavano di più quando guardavano immagini negative, come pistole e animali morti. Le foto positive – cose come pizza e gelato – non creavano lo stesso livello di eccitazione.

TEDx Talks. John Cacioppo spiega l’importanza dell’interazione sociale tra gli umani, come appartenenti

Il dottor Cacioppo ha concluso che le informazioni negative sembrano innescare una maggiore risposta mentale.

Altri studi hanno scoperto che siamo più veloci a individuare una faccia arrabbiata in una folla che una faccia allegra. Questo fenomeno è chiamato effetto di superiorità della rabbia. Peggio ancora, il nostro pregiudizio negativo colpisce anche le nostre relazioni interpersonali. Tendiamo a vedere le caratteristiche negative delle persone come più significative dei loro tratti positivi.

Ma perché siamo così negativi? La risposta si trova nel nostro passato evolutivo e in una regione del nostro cervello chiamata amigdala.

L’amigdala gioca un ruolo chiave nelle emozioni e nel processo decisionale. È particolarmente sensibile alle informazioni negative. Questa sensibilità si è evoluta con i nostri antenati preistorici. Le loro vite erano incredibilmente difficili. Dovevano affrontare molte aggressioni da parte dei membri della loro stessa tribù e i predatori erano una minaccia sempre presente. In altre parole, se i nostri antenati non fossero stati programmati per stare sempre all’erta, è probabile che non sarebbero vissuti abbastanza a lungo per riprodursi.

Per fortuna, la vita moderna non è così pericolosa. Ma l’evoluzione si muove lentamente, e la vostra amigdala sta ancora esaminando le minacce.

2. Dall’identità del possesso al “decluttering”

Hai mai la sensazione di vivere un’esistenza mediocre?

Gli altri sono andati a vivere in un posto bellissimo, tu sei rimasto nella tua città natale; gli altri si godono una villa spaziosa, tu vivi in un appartamento in affitto di media grandezza; gli altri sfoggiano capi firmati, tu sei bloccata su un abbigliamento medio.

Ecco, ci sono gli altri (splendidi) e poi ci sei tu…

Se questo genere di lamenti ti suona familiare, allora sei vittima del cosiddetto pregiudizio di negatività. È una cosa nota da molto tempo, in realtà. Ricordi il detto secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde? Ma non è tutto così semplice. In realtà, nemmeno nel caso in cui fosse possibile prevedere il mantenimento di un livello costante di piacere, le cose andrebbero bene.

Alcune ricerche hanno mostrato che il nostro piacere è più intenso solo se è interrotto, piuttosto che costante. Forse anche per questo amiamo circondarci di cose che immaginiamo ci conferiscano quella stabilità cui aspiriamo. Collezioniamo cose (a volte, purtroppo, anche relazioni).

Oggi sembra diffondersi anche una consapevolezza opposta. Negli ultimi tempi, infatti, hanno ottenuto una certa notorietà i cosiddetti ‘esperti di decluttering’ come la minimalista giapponese Marie Kondo. Nei documentari che la riguardano o nei suoi libri la vediamo in azione mentre aiuta le persone a separarsi delle cose che hanno accumulato. Questa presa di distanza dalle cose è sicuramente un modo per fare ordine nella propria vita.

3 Autostima

Che aspetto ha una persona perfetta o una persona realizzata? Se dovessimo dar credito ai modelli che ci vengono proposti, una persona realizzata vola sulle ali dell’autostima e non è mai disturbata dall’ansia o dalla rabbia. Esiste davvero questa persona ideale?

In realtà, alti livelli di autostima sono spesso collegati alla protervia, l’atteggiamento per cui si tende a reificare gli altri più a considerarli per ciò che sono.

Alti livelli di autostima possono sfociare nella protervia, l’atteggiamento per cui si tende a reificare gli altri

Da questo punto di vista, un livello di autostima medio è senz’altro preferibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che si debba perseguire l’ansia o non cercarne di ridurre i livelli, quando presenti. L’ansia è un’emozione perfettamente naturale. E lo stesso vale per la rabbia. E, per di più, è anche utile. La rabbia ti permette di sapere quando i tuoi confini sono stati superati, o quando hai bisogno di fare un cambiamento nel tuo ambiente o nelle tue relazioni.

Un modo per ridurre l’ansia è di non perdere mai di vista il quadro generale all’interno del quale la nostra vicenda personale si inserisce.

Per esempio, uno studio ha chiesto ai partecipanti di parlare in pubblico. Naturalmente, i partecipanti si sentivano stressati di fronte ad una tale eventualità. Ma i ricercatori hanno trovato un modo per abbassare i livelli di stress dei loro soggetti. Come? Hanno semplicemente chiesto ai partecipanti di pensare ai loro obiettivi generali di vita prima di parlare.

4 Le relazioni

Desideri ardentemente relazioni migliori? Forse vorresti più amici o più romanticismo nella tua vita sentimentale. Se queste insicurezze ti suonano familiari, non temere: è tutto perfettamente naturale.

Oggi ci aspettiamo che le nostre relazioni siano straordinarie. Quando si tratta di amicizie, per esempio, vogliamo il patinato gruppo allargato di compagni che vediamo nelle sitcom. Ma non solo una tale aspettativa non è realistica, non è nemmeno conforme a come gli esseri umani sono “progettati”.

Infatti, cercare di mantenere troppe amicizie non ci rende affatto felici, ma crea una pressione nota come tensione di ruolo. Gli psicologi evolutivi credono che gli esseri umani siano davvero capaci di avere solo uno o due migliori amici, e non più di cinque amici intimi.

Questo non vuol dire che le tue amicizie non siano importanti. Avere un buon amico può rendere il viaggio della tua vita più semplice – a volte letteralmente. Uno studio ha chiesto alle persone di camminare su una collina e poi stimare quanto fosse ripida la salita. Il risultato è stato che quando si è con un amico, la salita appare molto più facile. Quindi la chiave dell’amicizia è la qualità, non la quantità.

Potresti anche sentire che la tua relazione romantica non è così straordinaria come quelle che vedi tappezzate sui social media. Forse ti senti invidioso delle coppie che postano infinite foto di loro stessi sui social network. Ma questi post potrebbero non raccontare la storia intera. Uno studio ha scoperto che più le persone promuovono la loro vita amorosa sui social media, meno si sentono sicure delle loro relazioni. Quindi la prossima volta che paragonate la vostra relazione piuttosto ordinaria alle storie d’amore su Instagram di altre persone, chiedetevi perché quella coppia sul vostro feed ha bisogno di ostentare il suo amore.

5. Il corpo

Ti sei mai trovato a scorrere il tuo feed di Instagram e a desiderare di avere anche tu un aspetto tonico e muscoloso, come quell’influencer con un milione di iscritti? Se l’hai fatto, allora non sei solo. Ma le persone di bell’aspetto sono davvero più felici?

Forse la prima cosa da dire è che la bellezza è negli occhi di chi guarda.

Gli esperti ritengono che la maggior parte delle persone sottovaluta la propria attrattiva di circa il 20%. Inoltre, la ricerca ha scoperto che il tuo partner ti trova più attraente di quanto farebbe un estraneo medio. Quindi, anche se la società pensa che tu abbia un aspetto ordinario, il tuo partner probabilmente pensa che tu sia straordinario.

L’autrice del libro, Catherine Gray, discute in tv i motivi per cui associamo il bere a tutto ciò che facciamo, divertimento incluso.

Esisti, se ti utilizzo

Per certi versi, l’idea che le cose esistono in quanto sono utili per me presenta qualche analogia con un ragionamento del filosofo inglese George Berkeley, il quale nel Settecento aveva sostenuto che “esse est (is) percipi” (Trattato sui principi della conoscenza umana), ovvero ciò che possiamo dire delle cose è che noi le percepiamo, mentre di ciò che sta oltre tale percezione non possiamo dire niente.

Nella versione di quel principio inconsapevolmente praticata ai nostri giorni, il nostro interesse per le cose si esaurisce non appena sia superato l’orizzonte limitato della loro utilizzabilità: ciò che possiamo dire delle cose è che noi le utilizziamo.  Che esse possano avere un destino, cioè delle finalità intrinseche, che si possa eventualmente accordare il proprio comportamento al rispetto di tali condizioni è questione che non giunge a sfiorare il livello dell’azione dei singoli, esclusivamente orientata al godimento dell’esistente o, come dicevo all’inizio, alla propagazione della propria sfera.

A rappresentare il nostro consueto modo di vivere potrebbero essere chiamati i personaggi di Botero. Essi sono dilatati, come se avessero già o fossero in procinto di fagocitare ciò che li circonda, come se con la loro presenza tendessero a coprire lo sfondo che pure li fa esistere. Sarebbe fin troppo facile attribuire tale dilatazione alla dimensione fisica dei corpi ritratti. In realtà, ciò che colpisce è la dimensione simbolica di tale dilatazione. Essa rinvia alle nostre azioni, a quella continua ed ininterrotta fagocitosi del reale che rischia seriamente di obliterare lo sfondo, ciò da cui veniamo. Esso è così oscurato dalla nostra ombra ed erroneamente dichiarato inesistente.

Nella ricerca di un’assoluta visibilità senza contenuto, ci siamo trasformati, chi più chi meno, in influencer, crogiolandoci su successi temporanei che, tuttavia, se traguardati attraverso la lente dei valori, risulterebbero per ciò che sono: effimeri, passeggeri, vacui.

Podcast “La vita desta”

L’inaspettata contrazione

Una delle immagini più curiose che si è imposta ai nostri occhi durante il primo lockdown dello scorso inverno è stata l’affacciarsi degli animali nelle città, in spazi solitamente riservati all’uomo. Le immagini di quegli animali liberi di curiosare nell’umano erano direttamente connesse all’emergenza inedita che ci costringeva a rimanere rinchiusi nei nostri appartamenti. Al tempo stesso, sebbene indirettamente, proprio quelle immagini rinviavano ad un fattore più simbolico, ma non meno effettivo. Esse, infatti, erano il risultato della contrazione del nostro modo di essere, del tutto impensabile in condizioni normali. Per quale motivo, infatti, dovremmo contenerci?

Cos’è la contrazione? In quali condizioni essa si verifica?

Sembra che oggi l’unico modo generalmente accettato di vivere consista nella propagazione del proprio io, ovvero nell’affermazione delle sue esigenze, elevata a sistema di pensiero. All’interno di un tale orientamento individualistico l’unico accordo possibile è con coloro che perseguono intenti simili ai nostri. Gli altri cioè sono diventati tutt’al più soci: la socialità che ne deriva – ovvero, questo sistema di relazioni basate sul comune interesse – non maschera affatto i lineamenti narcisistici da cui essa proviene, ma anzi ne esibisce con ostentazione i tratti, come se essi fossero i segni distintivi di una superiorità di cui andare fieri.

È questo il modo in cui tocchiamo con mano la scomparsa della vergogna, evento nefasto lamentato da pochi.

La vergogna è un grande deterrente. Aiutati da essa, infatti, riusciamo a ritrovare un più equilibrato posizionamento nell’ordine delle cose. Invece di rendere assoluto il nostro sguardo su di esse, come se si fosse sovrani nell’ordine del visibile, la vergogna introduce un elemento di estraniazione e di titubanza. Essa è incertezza salutare che aiuta ad arretrare il proprio passo, sottraendogli ogni auto-attribuito diritto di precedenza. La vergogna ridimensiona le nostre ambizioni per cui lo stesso ordine delle cose è smarrito e ci ricolloca saggiamente nel contesto delle relazioni, a partire dall’inversione dello sguardo. Non più noi che guardiamo gli altri, ma gli altri che guardano noi.

In una cultura deprivata della vergogna ed incentrata sull’assolutezza di uno sguardo rivolto solamente ai propri interessi che spazio esiste per una interpretazione differente del nostro modo di vivere? Incentivato da un simile modo di pensare, riuscirò a considerare problematica la eventuale reificazione degli altri, subordinati al culto degli interessi dell’io?

Non sbaglieremmo se parlassimo di egolatria. Ora, il punto è che trascorriamo l’esistenza, ben installati in questo mood, ritenendolo normale. In tale normalità ogni futuro è sospeso. Ciò che conta è l’adesso, l’assoluto presente. Purtroppo.