La mappa e la bussola. Trasformare un fallimento in un successo

Spencer Silver è un ricercatore della 3M al quale nel 1968 era stato affidato il compito di sviluppare un nuovo tipo di colla, particolarmente resistente. Nonostante tutti gli sforzi, il risultato era stato di giungere a realizzare una colla scarsamente appiccicosa.

Alexander Fleming era uno scienziato inglese, scomparso nel 1955. Un giorno, tornato nel suo laboratorio, si era reso conto che alcune capsule di Petri, il classico recipiente piatto di forma cilindrica generalmente utilizzato negli esperimenti, erano state accidentalmente lasciate scoperte. Fu dunque sorpreso di scoprire che nelle capsule era comparsa una muffa intorno a cui i batteri infettivi su cui stava svolgendo le sue ricerche erano praticamente scomparsi.

Come reagirono i due uomini di fronte a ciò che era successo?

Spencer Silver, insieme al suo collega Arthur Fry, decise di verificare quali possibilità di sviluppo industriale vi fossero per la colla scadente che aveva scoperto. Da quella intuizione, nacquero così i Post-it che tutti noi conosciamo.

Il dr. Fleming trasse da quella occasionale scoperta un insegnamento più generale e così nacque la penicillina. Per questa scoperta gli fu conferito il Premo Nobel nel 1945.

In pratica, sia Spencer Silver che Alexander Fleming erano stati in grado di trasformare un fallimento in un successo.

Generalmente, noi lasciamo che un errore interrompa il ritmo del nostro cercare. Per questo, sbagliare è visto come un evento definitivamente negativo. In genere, un errore non è un incentivo a cercare meglio, ma una sorta di buco nero in grado di assorbire ogni nostra energia ed ogni sviluppo ulteriore delle nostre ricerche. Per questo, nei due episodi citati il modo di reagire all’errore non è affatto scontato o rubricabile come qualcosa di eccezionale, compiuto da uomini straordinari.

In che modo, Silver e Fleming trasformano un fallimento in un successo?

La serendipità

Per indicare un tipo di scoperta avvenuta in modo inaspettato esiste un termine specifico: serendipità. Il conio della parola risale al 1754 ad opera dello scrittore inglese Horace Walpole.

Oggi, gli studiosi ci aiutano a considerare la serendipità non come un singolo evento eccezionale, ma come un processo. Essa è il risultato di semi piantati nei mesi precedenti, attraverso un atteggiamento volto a valorizzare tutto ciò che ci accade.

Che cosa significa esattamente “valorizzare”ciò che ci accade? Per dirlo con una immagine, la serendipità consiste nel collegare i puntini rimasti sottotraccia.

Nei due esempi da cui siamo partiti, la trasformazione di un fallimento in un successo fu dovuta alla perseveranza, alla curiosità, all’apertura nei confronti di altre possibilità da parte dei due protagonisti.

È facile sviluppare un tale approccio mentale? Non sempre.

Occorre in primo luogo superare alcuni ostacoli:

  1. Sottovalutare l’imprevisto. Capita ogni volta che pensiamo che la vita sia piena di cose prevedibili e già viste;
  2. Anticipare la realtà. Consiste nell’andar incontro agli eventi della vita, anteponendo sistematicamente tutto ciò che già conosciamo. È, questo, un modo per depotenziare il carattere di novità che potrebbe scaturire dalle cose;
  3. Il post-razionalismo. Spesso si tende a guardare indietro a un evento insolito e a trasformarlo in qualcosa di prevedibile. In effetti, è più comodo pensare a tutto ciò che accade come una parte sensata e coerente di una narrazione già in atto piuttosto che a qualcosa di inedito che si presenta per la prima volta di fronte a noi.

Pensare la serendipità come un processo significa allora anche essere perseveranti e pazienti. Non importa se la nostra strada potrà essere costellata da insuccessi, esperimenti falliti e mancanze. Ciò che conta è considerare ogni singolo evento negativo come un seme di qualcosa di positivo che potrà svilupparsi nel futuro.

Concludendo, avere un piano, cioè sapere che cosa si vuole cercare di ottenere nella vita, è importante. Infatti, per trovare i luoghi dove le opportunità di ottenere il successo sono alte, è necessario avere un piano. Ma un piano troppo rigido – cioè una mappa chiaramente definita – può rivelarsi controproducente. Molto meglio scambiare la mappa con una bussola. Se conoscete la direzione generale in cui volete andare, sarete in grado di adattarvi se il paesaggio cambia intorno a voi. Richiede coraggio e fiducia in se stessi, ma percorrere il proprio cammino vi porterà a opportunità che potrebbero cambiare la vostra fortuna.

Un pugno di sabbia

Rimanere con un pugno di sabbia in mano è un modo di dire piuttosto comune. In genere, viene utilizzato per indicare che una impresa si è conclusa con un nulla di fatto. Si potrebbe probabilmente estendere l’ambito di applicazione di tale modo di dire non solo all’esito non esaltante cui si è pervenuti, ma all’illusione stessa che ha dato vita all’impresa.

Evidentemente, deve esserci stato un momento iniziale in cui ciò che in seguito si sarebbe rivelato fasullo ci ha invece persuasi della sua fattibilità. E così ci siamo imbarcati in una attività di fatto impossibile. In buona fede, eravamo convinti di essere sulla rotta giusta.

Nei confronti di ciò che ci circonda – gli altri, prima di tutto, ma anche le cose con cui dobbiamo interagire nell’atto di vivere – generalmente esercitiamo una forma di controllo pressoché assoluto. Abbiamo ben chiaro quale sia il nostro interesse e lo tuteliamo, ritenendo legittimo subordinare al suo perseguimento ogni altra cosa, comprese le persone. Agendo in questo modo, il nostro “particolare”, consapevolmente o meno, si trasforma in un atto esecutivo con cui di fatto ordiniamo il mondo secondo uno schema binario: da una parte, ciò che è utile per il perseguimento del nostro interesse; dall’altra, ciò che non lo è.

Siamo ovviamente convinti che tale modo di procedere sia sacrosanto, anche perché, come spesso ci diciamo a voce alta, non fanno tutti così?

Va anche detto che il clima culturale in cui agiamo crea intorno a noi un’atmosfera di legittimazione per quei comportamenti basati sulla forza, sul controllo, sulla decisione di avere tutto in pugno. Quindi, se il risultato della nostra azione è la reificazione degli altri oppure se non riusciamo più a riconoscere un valore autonomo alle cose in cui siamo immersi (la natura, per esempio), a chi importa in fondo? L’importante, si dice, è rimanere concentrati su di sé, sui propri obiettivi, sul non differimento. La pratica del “prima noi, poi gli altri” è benaccetta a queste latitudini e non dovremmo stupirci che essa generi tanti consensi quando viene strumentalmente impiegata da qualche politico, proprio perché essa sembra inscritta nel nostro DNA.

Nell’evidenziare tali dinamiche, non intendo dividere il mondo in buoni o cattivi, sia chiaro. Sarebbe, in fondo, fin troppo facile. Ciò di cui parlo, infatti, non individua univocamente una categoria di persone, ma piuttosto va in scena nella vita di ciascuno di noi, temo senza particolari accezioni.

La cultura, quando presente, assomiglia all’incenso delle cerimonie religiose: crea un certo clima, ma – tristemente – nessuno ricorda più a cosa serva davvero.

E se questo scontato modo di vivere fosse invece quel pugno di sabbia di cui parlavo all’inizio? E se stessimo vivendo dentro un grande bluff di cui non ci stiamo fino in fondo accorgendo?

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