Tempi veloci, decisioni oculate: perché la pazienza è la nuova valuta del mondo professionale

Elogio della impazienza?

Nel mondo moderno, dove la pazienza è esaltata come virtù, vediamo l’impazienza non come debolezza, ma come forza che ha plasmato la storia e spinto l’umanità avanti. È l’ardore interiore di chi non si ferma, desiderando di più, subito. Ha alimentato rivoluzioni, innovazioni e il nostro impulso a progredire. Laddove la pazienza invita all’attesa, l’impazienza incita all’azione e sfida lo status quo, portando a scoperte e creazioni rivoluzionarie. Sebbene possa portare a decisioni precipitose, l’impazienza ci ricorda il valore del tempo, spingendo imprenditori ed attivisti verso mete più elevate. Elogiamo l’impazienza come simbolo di crescita, evoluzione e il desiderio inesauribile di superare le aspettative.

Quanti di noi sarebbero d’accordo con questo elogio?

Il fatto è che quando pensiamo alle dinamiche relazionali che si svolgono nei luoghi di lavoro, l’impazienza può essere un fattore che crea fratture. Occorre, dunque, che essa sia seriamente considerata. I seguenti tre esempi chiariranno proprio l’impatto della pazienza sul luogo di lavoro:

1. Durante una videoconferenza, un manager interrompe ripetutamente un collega junior che sta cercando di proporre una nuova idea. Il giovane dipendente, sentendosi non ascoltato, rinuncia a condividere un potenziale miglioramento per il progetto.

2. In un team multiculturale, alcuni membri non riescono a comprendere le sottigliezze culturali delle comunicazioni degli altri. Questo porta a malintesi che generano ritardi nei progetti e tensioni all’interno del gruppo.

3. Un cliente invia una serie di e-mail dettagliate con feedback su un prodotto. Il team di sviluppo, sentendosi sotto pressione per le scadenze imminenti, ignora le comunicazioni e rilascia una versione non ottimizzata del prodotto, causando insoddisfazione nel cliente e perdite di vendita.

Introduzione: la pazienza ed il lavoro

L’ambiente lavorativo contemporaneo ha subito una trasformazione senza precedenti nel corso degli ultimi decenni. L’era digitale, insieme alle crescenti aspettative del mercato e alle esigenze dei consumatori, ha contribuito a creare un contesto professionale in cui la rapidità, l’efficienza e la competizione sono diventate componenti essenziali per il successo. Queste dinamiche, se da un lato possono spingere le aziende a eccellere e ad adattarsi in modo agile alle mutevoli circostanze, dall’altro possono mettere a dura prova la capacità degli individui di mantenere un’efficace comunicazione e di agire con una sincera integrità.

La comunicazione, in particolare, è diventata sempre più complessa. Con la proliferazione di piattaforme digitali e la velocità con cui le informazioni possono essere scambiate, la pressione su singoli lavoratori e team di mantenere la chiarezza, la coerenza e l’accuratezza è diventata immensa. A ciò si aggiunge la sfida di navigare attraverso la vasta gamma di personalità, background culturali e stili di comunicazione presenti in una tipica organizzazione moderna, e si può capire come la semplice arte di “parlare” e “ascoltare” possa diventare un compito arduo.

In questo scenario frenetico e spesso stressante, la pazienza si rivela non solo come una preziosa abilità, ma quasi come una necessità vitale. La pazienza, intesa come capacità di ascoltare, riflettere e rispondere senza precipitazione, è essenziale per mantenere relazioni lavorative sane. Inoltre, agire con pazienza può contribuire a ridurre i malintesi, minimizzare i conflitti e garantire che le decisioni siano prese dopo una riflessione ponderata piuttosto che come reazioni impulsive.

Ma la pazienza non beneficia solo la sfera interpersonale. Essa gioca un ruolo cruciale anche nel benessere di un individuo. In un ambiente in cui si è costantemente sotto pressione, prendersi il tempo per riflettere, respirare e valutare le situazioni con calma può essere di fondamentale importanza per il proprio benessere. Infine, un’organizzazione composta da individui pazienti, che comunicano efficacemente e agiscono con integrità, ha maggiori probabilità di prosperare, mantenendo una cultura aziendale solida e coesa e garantendo risultati sostenibili a lungo termine.

Nel suo testo Intelligenza emotiva, Daniel Goleman postula che l’intelligenza emotiva sia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire efficacemente le proprie emozioni e quelle altrui. Egli considera la pazienza non solo come una manifestazione di autocontrollo ma come un elemento cardine dell’intelligenza emotiva.

Goleman sottolinea che la pazienza è intrinsecamente legata a una comunicazione efficace, soprattutto in situazioni potenzialmente conflittuali. L’impazienza, a suo avviso, può causare decisioni precipitose e giudizi affrettati, mentre una comunicazione paziente può creare un ambiente più inclusivo e comprensivo.

Rivolgendoci alla filosofia antica, Aristotele, nel suo Etica Nicomachea, pone l’accento sulle virtù come mezzi per raggiungere una vita buona. Una delle virtù da lui enfatizzate è la phronesis, o “saggezza pratica”, che ha molte somiglianze con quello che Goleman chiama “intelligenza emotiva”. Per Aristotele, esercitare la phronesis significa avere la capacità di agire in modo giusto nelle diverse situazioni, bilanciando emozioni e ragione.

Mentre Goleman sottolinea l’importanza della pazienza come autocontrollo in contesti lavorativi, Aristotele vedrebbe la pazienza come parte della phronesis, un bilanciamento tra l’essere troppo precipitosi e troppo remissivi. Entrambi, quindi, concordano sul fatto che agire con consapevolezza e integrità in ambito professionale richiede una profonda comprensione sia delle proprie emozioni sia di quelle degli altri.

L’approccio di Goleman all’intelligenza emotiva offre strumenti moderni per comprendere l’importanza della pazienza nel mondo del lavoro, mentre Aristotele ci fornisce una prospettiva filosofica profonda su come le virtù, come la phronesis, siano essenziali per una vita buona. Con l’evoluzione delle dinamiche lavorative e l’enfasi crescente sul benessere emotivo, sia l’intelligenza emotiva di Goleman che la phronesis di Aristotele offrono preziose lezioni per le organizzazioni e gli individui. Le discussioni future potrebbero sicuramente beneficiare dall’incorporazione di entrambi questi quadri teorici.

Che cosa possiamo fare per portare la pazienza nei nostri contesti quotidiani, laddove ce n’è più bisogno?

Tre proposte per incrementare la pazienza

1. Sviluppo della consapevolezza emotiva: È essenziale coltivare la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può essere raggiunto dedicando tempo alla riflessione personale e all’autovalutazione. Tecniche come la meditazione o la mindfulness sono strumenti efficaci per raggiungere una consapevolezza profonda delle proprie emozioni e reazioni.

Esempio: Lucia, una manager di progetto, si rende conto che si irrita facilmente durante le riunioni quando le scadenze sono vicine. Decide di praticare la mindfulness ogni mattina per 10 minuti prima di iniziare la giornata lavorativa. Dopo qualche settimana, nota che è più calma e paziente durante le riunioni, anche in situazioni di stress, permettendo così una comunicazione più efficace con il suo team.

2. Formazione continua e simulazione di scenari: Investire nella formazione continua è cruciale per affinare e migliorare le competenze comunicative. Le organizzazioni possono sostenere questo processo offrendo workshop e seminari sull’intelligenza emotiva. Simulare scenari di conflitto o tensione può aiutare le persone a prepararsi a gestire tali situazioni con maggiore competenza.

Esempio: Un’azienda di software organizza un workshop in cui i dipendenti partecipano a role-playing di situazioni difficili, come un cliente insoddisfatto o tensioni interne al team. Marco, uno sviluppatore, attraverso questa simulazione, scopre nuove strategie per affrontare feedback critici e migliorare la sua capacità di rispondere con pazienza e comprensione.

3. Stabilire un ambiente di ascolto attivo: Promuovere un ambiente in cui l’ascolto attivo è al centro delle interazioni può portare a una comunicazione migliore e a relazioni lavorative più solide. L’ascolto attivo incoraggia la presenza mentale, evitando interruzioni premature e garantendo che il feedback sia costruttivo e mirato.

Esempio: Durante una riunione presso la banca, Marco, un analista finanziario, esprime le sue perplessità riguardo ad un investimento proposto. Invece di interromperlo o di pensare alla risposta mentre parla, i suoi colleghi, tra cui il responsabile del dipartimento e alcuni consulenti, lo ascoltano attentamente, ponendo domande per approfondire e capire meglio la sua analisi. Questo ambiente di ascolto attivo non solo facilita una decisione informata sull’investimento, ma rafforza anche la fiducia e la collaborazione all’interno del team bancario.

Conclusione

La dinamica frenetica dell’odierno mondo lavorativo rappresenta indubbiamente una sfida per molti, ma evidenzia anche una preziosa opportunità. Nei tre scenari menzionati, emerge chiaramente come la pazienza non sia un lusso, ma un elemento essenziale per garantire un’efficace comunicazione, prevenire disguidi e mantenere un ambiente lavorativo sano e produttivo. La pazienza non è solo una virtù da coltivare individualmente, ma anche un valore da promuovere a livello organizzativo.

Se le aziende e gli individui possono riconoscere e valorizzare l’importanza della pazienza in contesti lavorativi, possono aspettarsi una serie di benefici tangibili: riduzione dei conflitti, aumento della produttività, miglioramento del benessere dei dipendenti e, infine, un impatto positivo sul risultato finale.

La pazienza non è solo una dimostrazione di forza interiore, ma rappresenta anche la chiave per un ambiente di lavoro equilibrato e armonioso. In un’epoca caratterizzata da cambiamenti rapidi e incertezze, l’arte di essere pazienti, di ascoltare e di riflettere prima di agire, diventa ancora più cruciale. Facendo propria questa virtù, sia a livello individuale che aziendale, si può aspirare a un futuro lavorativo più prospero e soddisfacente.

Dirigere se stessi come fossimo un’orchestra

1.     Un peso sulla testa

Non è infrequente sperimentare un senso di sopraffazione, come se circostanze, occupazioni e preoccupazioni avessero eroso ogni aspetto della nostra vita. Sì, forse avremmo proprio bisogno di quella vacanza che abbiamo così a lungo desiderato, ma lo stesso indugiare su quella idea, invece di darci sollievo, ci riporta alla mente i problemi da cui vorremo provvisoriamente allontanarci. Sembra un vicolo cieco.

E così, si continua a lavorare o ad essere presenti laddove gli impegni lo richiedano, ma senza una reale spinta. Più che agire, è come se subissimo le nostre stesse azioni.

Sembra davvero difficile tenere insieme in modo armonico due aree della nostra vita, professione e famiglia. In alcuni casi, è come se non si dessero alternative: o lavorare o stare con i figli. In realtà, dividersi tra questi due ambiti è solo una parte del problema perché, se anche riuscissimo ad armonizzare la nostra presenza in entrambi, vi sarebbero comunque aree dalle quali ci saremmo tagliati fuori. Mi riferisco alla dimensione personale, a quella fisica, all’ambito intellettuale, emozionale e spirituale.

Esiste, infatti, una dimensione più squisitamente personale che non dovremmo accantonare: essa coinvolge i nostri hobby e le attività che sentiamo essere importanti per noi stessi. Anche dedicarsi del tempo, perfino per non fare niente o per andarsene a zonzo senza una particolare meta, rientra in questa fetta personale. Poi, c’è la fetta fisica: prendersi cura del proprio corpo, camminare, nuotare, fare fitness, ma anche nutrirsi con cura, dando ascolto alle proprie esigenze alimentari. La terza dimensione, la terza fetta, è quella intellettuale: consentire alla nostra curiosità di manifestarsi. Prendersi il tempo per leggere quel libro che ci aspetta sul comodino o partecipare ad uno spettacolo o ad una mostra. Quarto ambito cui prestare attenzione è la fetta emotiva, il modo in cui sentiamo noi stessi. Quando è stata l’ultima volta che avete scritto sul vostro diario? Quando vi siete soffermati a riflettere su come vi siete sentiti in seguito ad un determinato evento? L’ultima dimensione, la fetta spirituale, include le cose in cui profondamente crediamo, le convinzioni profonde o anche la fede religiosa.

2.     La vita come una grande torta

David J. McNeff in The Work-Life balance Myth ha proposto di immaginare che ogni ambito rappresenti una fetta di una torta ideale. Essere in equilibrio, vivere bene, significa prendersi cura di ciascuna di queste fette di torta.

Da un lato, non è facile porsi in ascolto di questa proposta. Siamo, infatti, convinti che la complessità dell’umano sia poco riducibile a spiegazioni così schematiche. Chi si ritiene più sgamato, poi, non potrà che considerare con aria di sufficienza simili proposte, ritenendole semplicistiche. D’altro canto, è pur vero che il lungo indugiare sulla ricerca della migliore teoria possibile, allontana l’adozione di soluzioni concrete. Una cosa sembra certa: rimanere imbambolati a vivere il disagio di una vita sotto sforzo è sicuramente sbagliato. Vale dunque la pena di considerare ogni opzione sul campo, anche il “metodo delle sette fette” di McNeff, forse con uno sguardo più benevolo. Ma poi, siamo davvero sicuri che la proposta del coach americano sia così semplice da attuare?

3.     Una vita bilanciata

Dunque, una vita bilanciata prevede che ogni giorno riserviamo un’attenzione consapevole a sette aree. Ora, giunti a questo punto, si presenta una obiezione fin troppo semplice: se già facciamo fatica a tenere insieme due tra queste aree, cioè la famiglia ed il lavoro, come è pensabile raggiungere un equilibrio allargando lo spettro delle attività invece di restringerlo?

Il punto è – spiega McNeff – che l’essere umano può volare alto, cioè può essere ciò che è, solo quando partecipa di tutti questi ambiti. L’esaurimento delle sue potenzialità si verifica a mano a mano che si diventa monodimensionali, concentrandosi solo su qualcuno di essi. Si tratta di un errore compiuto in buona fede. La madre di famiglia apprensiva, per esempio, dedicherà tutte le sue attenzioni al figlio e finirà con il sentirsi in colpa se pensa al suo lavoro che ha dovuto mettere da parte. La stessa cosa accadrà al padre che si sentirà indotto a dedicare ogni energia al lavoro, trascurando i figli. Si tratta di due esempi interscambiabili che rivelano una “attenzione escludente”. La soluzione, invece, consiste nella capacità della nostra attenzione di essere inclusiva, cioè di non ignorare tutte le altre “fette di torta”.

Una vita bilanciata prevede di riservare ogni giorno una attenzione consapevole a quelle dimensioni in cui la nostra umanità naturalmente si dispiega.

La maggior parte delle persone tende a concentrare tutte le proprie ore di veglia sulle proprie priorità principali, cioè la fetta familiare e quella professionale.

Adottare la proposta di McNeff richiede prima di tutto di fare un inventario di ogni area della nostra vita. Bisogna identificare le fette dormienti, perché è dedicandosi ad esse che sarà possibile gradualmente ristabilire un equilibrio. L’obiettivo di questo esercizio semplice è di scattare una foto alla nostra vita in un determinato momento, stando bene attenti a tenere a bada quella parte di noi che è sempre pronta a giudicare negativamente ogni nostra azione.

“Purtroppo, non ho più tempo per questo” è la frase che diciamo a noi stessi quando ci accorgiamo che ci sono effettivamente delle cose che non riusciamo più a fare. Inizia così quel processo di rassegnazione che ci porta a limitare il nostro raggio d’azione in ambiti sempre più limitati.

Bisogna cercare di riconoscere frasi di questo tipo ed attuare delle contromisure. Rendersi conto che si è oberati o che uno dei settori della nostra vita sta fagocitando gli altri è il primo passo. Il secondo è di iniziare un piccolo cambiamento, da mettere in pratica ogni giorno: per esempio, anche solo trovare cinque o dieci minuti per meditare o fare qualcosa in cui ci sentiamo riconosciuti.

4.     Conclusione

Immaginate un’orchestra sinfonica che si prepara a suonare. I musicisti aspettano che il direttore batta il suo leggio. Sollevano i loro strumenti. In risposta ai segnali del direttore, l’orchestra comincia a suonare come se fosse una “cosa” sola. Mentre i suoi membri suonano, il direttore comunica quando i violini devono prendere il comando, quando le trombe devono fare una pausa e così via, il tutto mantenendo il tempo.

Di fronte al gran numero di scelte possibili è come se fossimo il direttore d’orchestra di noi stessi.

Allo stesso modo, tu sei il direttore della tua orchestra, e hai sette strumenti da dirigere. Per mantenere la profondità e la struttura della musica, hai bisogno che ogni strumento sia presente e abbia successo – ma alla fine, sta a te portare il tuo senso di armonia.

Non importa quanto tu sia occupato, vivere in armonia ti permette di gestire lo stress e affrontare ogni giorno con un atteggiamento più brillante. Tutto questo concretamente può significare che non perderai la calma in un ingorgo inaspettato e che le soluzioni ai grandi problemi appariranno più facilmente disponibili.

Soprattutto, il Metodo delle Sette Fette ti aiuta a prestare attenzione agli eventi della tua giornata, per assicurarti di non essere completamente assorbito dagli alti e bassi emotivi della vita quotidiana. Ricorda che non è necessariamente quanto tempo passi su ogni fetta che conta, ma la qualità di quel tempo e la forza del tuo impegno. Molte persone che abbracciano il metodo delle sette fette a lungo termine riferiscono che “la vita sembra più un viaggio”, mentre prima sembrava più un lavoro di routine. Alla fine, vivere nelle Sette Fette non solo vi farà sentire meglio; quando inizierete a sentirvi a vostro agio, lo faranno anche tutti quelli che vi circondano.

 

La fontana del villaggio

Quante volte ci hanno detto che siamo troppo generosi? Che non ci risparmiamo mai? Si tratta di un complimento, che in realtà segnala anche un problema: non sapersi dare dei limiti. E così sulla scia di una non del tutto corretta interpretazione del multitasking, sia che si tratti della vita di relazione sia che si tratti del lavoro, siamo come una fontana a cui tutti attingono senza limiti.

Ancora oggi, nella struttura di molti piccoli centri, nella piazza principale è collocata una fontana. È la classica “fontana del villaggio”, la fonte a cui tutti gli abitanti andavano per attingere l’acqua senza cui la vita non era possibile. La presenza della fontana era possibile anche perché tutto il villaggio si prendeva cura che il corso del fiume potesse scorrere liberamente, senza essere ingombrato dai rami degli alberi che, cadendo, inevitabilmente finivano con l’occupare il letto dei ruscelli vicini. In altri termini, c’era equilibrio, c’era una relazione armonica che permetteva alla fontana di essere fonte di vita.

Ovviamente, non c’è niente di male nell’improntare la propria esistenza ad una generale generosità. Tuttavia, quando tale scelta scaturisce dalla mancata tutela delle proprie prerogative e dei propri legittimi bisogni, allora si va incontro ad una postura sbilanciata. È questa la ragione per cui occorre non nascondere le proprie esigenze nel tentativo di giungere ad un rapporto equilibrato tra le proprie esigenze e quelle degli altri.

Quali sono i segnali dai quali ci possiamo accorgere che abbiamo bisogno di limiti?

Bene, riflettete per un momento su alcune domande. Vi sentite spesso stressati, sopraffatti o esauriti dalla quantità di lavoro che dovete fare? Trovate che fate fatica a dire di no alle richieste di amici, familiari e colleghi di lavoro? Vi ritrovate mai ad evitare certe persone che non vi fanno sentire a vostro agio?

Se avete risposto sì a una di queste domande, allora potreste avere un problema di limiti. Questo perché, per quanto diversi possano sembrare questi problemi, in realtà si riducono tutti allo stesso problema fondamentale: hai permesso ai tuoi bisogni di passare in secondo piano rispetto a quelli di qualcun altro. I limiti, quindi, consistono nel farsi valere per se stessi. Avere dei limiti sani significa poter contare sulle persone della tua vita per trattarti in un modo che ti faccia sentire a tuo agio.

Quando pensiamo ai confini, quelli che ci vengono in mente per primi sono i confini fisici del nostro corpo e dello spazio personale. Ma i confini fisici rappresentano, in realtà, solo un tipo di confine. Per esempio, abbiamo anche limiti sessuali, che riguardano la limitazione di argomenti di conversazione inappropriati, battute a sfondo sessuale e altri comportamenti che non siamo disposti a tollerare.

Poi ci sono i limiti intellettuali ed emotivi, che riguardano il rispetto delle nostre opinioni e dei nostri sentimenti da parte degli altri, anche se non sono d’accordo con noi. Abbiamo anche dei limiti materiali, che riguardano il modo in cui gli altri usano i nostri beni. E, infine, abbiamo limiti di tempo, che riguardano la garanzia che gli altri capiscano il valore del nostro tempo.

Certamente, molti di questi limiti sono codificati nella cultura, come lo spazio personale, quindi non dovrebbe essere necessario dichiararli. Tuttavia, altri confini sono più individuali, e sono quelli che dobbiamo comunicare. Per esempio, quando incontri qualcuno per la prima volta, potresti dover fargli sapere che sei più uno che stringe le mani che uno che abbraccia.

Naturalmente, stabilire dei limiti non è sempre facile. Ci preoccupiamo di essere visti come soffocanti, bisognosi o troppo sensibili. Potremmo anche preoccuparci di danneggiare la relazione rendendo le cose imbarazzanti.

Ma, a lungo andare, non porre limiti è controproducente.

Se permettiamo agli altri di calpestare continuamente i nostri confini, la qualità delle nostre relazioni inevitabilmente diminuirà.

Quindi, sì, porre dei limiti può essere scomodo. Ma, alla fine, il disagio a breve termine è un piccolo prezzo da pagare per avere relazioni funzionali e a lungo termine.

Il viaggio dentro di sé

Questa settimana abbiamo letto Inner Engineering del mistico e yogi indiano Jaggi Vasudev, comunemente conosciuto come Sadhguru.

Le nostre domande al testo:

Più il mondo occidentale sembra girare velocemente, più grande diventa il nostro desiderio di un’ancora mentale stabile. Molti praticano lo yoga per sfuggire alla frenesia quotidiana. Sfortunatamente, per la maggior parte di noi, lo yoga è solo un esercizio fisico per preparare il nostro corpo alla prossima maratona lavorativa. Ma lo yoga è più di un corso di mantenimento della forma fisica. Lo yoga è una filosofia e una forma di preghiera. Lo yoga si rivolge ai centri energetici del corpo e affina la mente.

Qual è la sede della felicità?

Che valore ha l’equilibrio tra la mente, il corpo e le emozioni?

Quale rapporto tra l’identità ed il viaggiare?

1.     Felicità

Avete notato quanto sia difficile trovare la felicità? La risposta breve è che allontanarsi dal proprio vero io per avere successo nel lavoro è efficace solo inizialmente. Come dimostra una storia indiana, tale sbilanciamento a favore del lavoro non porta a una soddisfazione duratura.

La storia recita così:

Un giorno, un fagiano si lamentò con un toro, dicendo: “le mie ali sono così deboli che non riuscirò mai a raggiungere la cima di questo albero e a godermi il panorama”. Il toro disse che il fagiano avrebbe dovuto mangiare un piccolo pezzo di sterco ogni giorno. In questo modo sarebbe diventato più forte, e alla fine il fagiano sarebbe stato in grado di raggiungere i rami più alti. Il fagiano seguì il consiglio del toro e funzionò. L’uccello divenne più forte e alla fine fu in grado di volare in alto, appollaiandosi sulla cima dell’albero. Poi passò un contadino. Vedendo il grande e succulento fagiano sul ramo, lo tirò giù dall’albero e lo cucinò per cena.

Lo stesso vale per le persone: le stronzate ti porteranno solo fino a un certo punto!

Per trovare veramente l’appagamento, dovete notare come sperimentate il mondo dentro di voi. Questa è la chiave, poiché le persone tendono a fissarsi sul mondo esterno, convinte che sia lì che si trovano tutte le loro esperienze ed emozioni – negative o meno.

Tuttavia, questa è solo un’illusione. Per esempio, quando leggete un libro, dov’è il libro che state vedendo?

Qualsiasi persona razionale direbbe che è nelle sue mani, fuori di sé. Ma quando leggete, la luce cade sulle pagine, si riflette nei vostri occhi e si proietta sulla vostra retina. Il libro è visto dentro di essa. Proprio come ogni altra cosa nel mondo esterno, è dentro di te.

Afferrare questo concetto è essenziale, poiché la fissazione del mondo esterno impedisce a molte persone di trovare la realizzazione.

2.     Equilibrio

Probabilmente sapete già che il lavoro di squadra è essenziale per il successo. Lo stesso vale per un organismo individuale. Per funzionare correttamente, le diverse parti del vostro essere devono lavorare in sincronia.

Quindi, per raggiungere l’illuminazione, devi creare una stretta cooperazione tra il tuo corpo, la tua mente, le tue emozioni e la tua energia. Questo principio è splendidamente descritto in un’altra storia tradizionale indiana.

Quattro yogi stavano camminando nella foresta. Uno credeva fermamente nel potere dello yoga fisico, il secondo nello yoga della mente, il terzo nello yoga della preghiera e il quarto nello yoga dei chakra, o centri corporei di energia. Ognuno credeva che il suo metodo fosse supremo. Improvvisamente, cominciò a piovere e tutti gli yogi cercarono riparo in un antico tempio. Questa struttura non aveva muri ed era un semplice tetto su pilastri con una divinità al suo centro. Mentre la tempesta peggiorava e la pioggia cominciava a battere nel tempio, gli yogi si raggrupparono intorno alla divinità, abbracciandola infine insieme. In quel momento, Dio apparve loro. Ma erano perplessi. Perché Dio è apparso ora, quando avevano trascorso la loro vita lavorando e pregando per lui? Dio si mise a ridere e disse che era perché i quattro avevano finalmente unito le loro forze.

Esattamente la stessa unità è richiesta ad un individuo che cerca l’illuminazione; lo yoga è uno strumento per raggiungere questa connessione mettendo insieme il corpo, la mente, le emozioni e l’energia.

Secondo la filosofia yogica, se il corpo è in equilibrio ma la mente desidera il cibo o il sesso, il corpo cadrà rapidamente fuori equilibrio. Lo stesso vale per le emozioni e l’energia. Per raggiungere il vero equilibrio, è necessario meditare, praticare yoga fisico, pregare e fare esercizi che influenzano i centri energetici.

3.     Il viaggio

Molte persone ancora ritengono che gli insegnamenti spirituali siano qualcosa di esoterico. Anche quelli di noi che prendono sul serio la spiritualità spesso si chiedono da dove cominciare.


C’è una “Distinzione tra coloro che restano nella caverna,
chiudono gli occhi e immaginano il viaggio, e coloro
che lo fanno” Simone Weil

Viaggiare è un ottimo punto di partenza. Dopo tutto, ci sono luoghi sulla terra che immagazzinano energia spirituale.

Per anni, gli yogi e i mistici sono stati frustrati dalla mancanza di attenzione della gente alla loro conoscenza. Questa frustrazione ha fatto sì che prima di lasciare la terra, “scaricassero” la loro conoscenza ed energia spirituale in luoghi remoti ma accessibili come le cime delle alte montagne.

Un esempio è il monte Kailash in Tibet, che ospita un’enorme biblioteca spirituale ed è considerato sacro dalla maggior parte delle nazioni orientali. Infatti, gli indù e i buddisti lo considerano la casa dei loro dei.

Un altro di questi luoghi sacri è un piccolo tempio chiamato Kedarnath nell’Himalaya. Questo luogo religioso è dedicato al dio Shiva.

Quindi, l’energia mistica è immagazzinata in certi luoghi, e visitare questi siti è un ottimo modo per trovare l’illuminazione e per guarire. C’è una ricchezza di saggezza e di energia nel mondo, che aspetta di essere scoperta!

Ecco perché l’autore ha fatto un pellegrinaggio al Monte Kailash nel 2007. La sua salute era in declino da anni, e i medici avevano difficoltà a diagnosticare la sua malattia. Arrivando a Kailash, l’autore ha iniziato a collegare la sua energia con l’energia della montagna. Quasi immediatamente cominciò a guarire. L’energia è tornata nel suo corpo e, dopo poche ore dal suo arrivo, sembrava essere un uomo più giovane. Per molti cercatori di questo tipo, questa è la strada per un viaggio spirituale. Dovete semplicemente trovare un luogo sacro e un guru che vi guidi sul vostro cammino spirituale.

E tu, hai già trovato la tua meta?