Una delle immagini più curiose che si è imposta ai nostri occhi durante il primo lockdown dello scorso inverno è stata l’affacciarsi degli animali nelle città, in spazi solitamente riservati all’uomo. Le immagini di quegli animali liberi di curiosare nell’umano erano direttamente connesse all’emergenza inedita che ci costringeva a rimanere rinchiusi nei nostri appartamenti. Al tempo stesso, sebbene indirettamente, proprio quelle immagini rinviavano ad un fattore più simbolico, ma non meno effettivo. Esse, infatti, erano il risultato della contrazione del nostro modo di essere, del tutto impensabile in condizioni normali. Per quale motivo, infatti, dovremmo contenerci?
Cos’è la contrazione? In quali condizioni essa si verifica?
Sembra che oggi l’unico modo generalmente accettato di vivere consista nella propagazione del proprio io, ovvero nell’affermazione delle sue esigenze, elevata a sistema di pensiero. All’interno di un tale orientamento individualistico l’unico accordo possibile è con coloro che perseguono intenti simili ai nostri. Gli altri cioè sono diventati tutt’al più soci: la socialità che ne deriva – ovvero, questo sistema di relazioni basate sul comune interesse – non maschera affatto i lineamenti narcisistici da cui essa proviene, ma anzi ne esibisce con ostentazione i tratti, come se essi fossero i segni distintivi di una superiorità di cui andare fieri.
È questo il modo in cui tocchiamo con mano la scomparsa della vergogna, evento nefasto lamentato da pochi.
La vergogna è un grande deterrente. Aiutati da essa, infatti, riusciamo a ritrovare un più equilibrato posizionamento nell’ordine delle cose. Invece di rendere assoluto il nostro sguardo su di esse, come se si fosse sovrani nell’ordine del visibile, la vergogna introduce un elemento di estraniazione e di titubanza. Essa è incertezza salutare che aiuta ad arretrare il proprio passo, sottraendogli ogni auto-attribuito diritto di precedenza. La vergogna ridimensiona le nostre ambizioni per cui lo stesso ordine delle cose è smarrito e ci ricolloca saggiamente nel contesto delle relazioni, a partire dall’inversione dello sguardo. Non più noi che guardiamo gli altri, ma gli altri che guardano noi.
In una cultura deprivata della vergogna ed incentrata sull’assolutezza di uno sguardo rivolto solamente ai propri interessi che spazio esiste per una interpretazione differente del nostro modo di vivere? Incentivato da un simile modo di pensare, riuscirò a considerare problematica la eventuale reificazione degli altri, subordinati al culto degli interessi dell’io?
Non sbaglieremmo se parlassimo di egolatria. Ora, il punto è che trascorriamo l’esistenza, ben installati in questo mood, ritenendolo normale. In tale normalità ogni futuro è sospeso. Ciò che conta è l’adesso, l’assoluto presente. Purtroppo.