Esisti, se ti utilizzo

Per certi versi, l’idea che le cose esistono in quanto sono utili per me presenta qualche analogia con un ragionamento del filosofo inglese George Berkeley, il quale nel Settecento aveva sostenuto che “esse est (is) percipi” (Trattato sui principi della conoscenza umana), ovvero ciò che possiamo dire delle cose è che noi le percepiamo, mentre di ciò che sta oltre tale percezione non possiamo dire niente.

Nella versione di quel principio inconsapevolmente praticata ai nostri giorni, il nostro interesse per le cose si esaurisce non appena sia superato l’orizzonte limitato della loro utilizzabilità: ciò che possiamo dire delle cose è che noi le utilizziamo.  Che esse possano avere un destino, cioè delle finalità intrinseche, che si possa eventualmente accordare il proprio comportamento al rispetto di tali condizioni è questione che non giunge a sfiorare il livello dell’azione dei singoli, esclusivamente orientata al godimento dell’esistente o, come dicevo all’inizio, alla propagazione della propria sfera.

A rappresentare il nostro consueto modo di vivere potrebbero essere chiamati i personaggi di Botero. Essi sono dilatati, come se avessero già o fossero in procinto di fagocitare ciò che li circonda, come se con la loro presenza tendessero a coprire lo sfondo che pure li fa esistere. Sarebbe fin troppo facile attribuire tale dilatazione alla dimensione fisica dei corpi ritratti. In realtà, ciò che colpisce è la dimensione simbolica di tale dilatazione. Essa rinvia alle nostre azioni, a quella continua ed ininterrotta fagocitosi del reale che rischia seriamente di obliterare lo sfondo, ciò da cui veniamo. Esso è così oscurato dalla nostra ombra ed erroneamente dichiarato inesistente.

Nella ricerca di un’assoluta visibilità senza contenuto, ci siamo trasformati, chi più chi meno, in influencer, crogiolandoci su successi temporanei che, tuttavia, se traguardati attraverso la lente dei valori, risulterebbero per ciò che sono: effimeri, passeggeri, vacui.

Podcast “La vita desta”