Un pugno di sabbia

Rimanere con un pugno di sabbia in mano è un modo di dire piuttosto comune. In genere, viene utilizzato per indicare che una impresa si è conclusa con un nulla di fatto. Si potrebbe probabilmente estendere l’ambito di applicazione di tale modo di dire non solo all’esito non esaltante cui si è pervenuti, ma all’illusione stessa che ha dato vita all’impresa.

Evidentemente, deve esserci stato un momento iniziale in cui ciò che in seguito si sarebbe rivelato fasullo ci ha invece persuasi della sua fattibilità. E così ci siamo imbarcati in una attività di fatto impossibile. In buona fede, eravamo convinti di essere sulla rotta giusta.

Nei confronti di ciò che ci circonda – gli altri, prima di tutto, ma anche le cose con cui dobbiamo interagire nell’atto di vivere – generalmente esercitiamo una forma di controllo pressoché assoluto. Abbiamo ben chiaro quale sia il nostro interesse e lo tuteliamo, ritenendo legittimo subordinare al suo perseguimento ogni altra cosa, comprese le persone. Agendo in questo modo, il nostro “particolare”, consapevolmente o meno, si trasforma in un atto esecutivo con cui di fatto ordiniamo il mondo secondo uno schema binario: da una parte, ciò che è utile per il perseguimento del nostro interesse; dall’altra, ciò che non lo è.

Siamo ovviamente convinti che tale modo di procedere sia sacrosanto, anche perché, come spesso ci diciamo a voce alta, non fanno tutti così?

Va anche detto che il clima culturale in cui agiamo crea intorno a noi un’atmosfera di legittimazione per quei comportamenti basati sulla forza, sul controllo, sulla decisione di avere tutto in pugno. Quindi, se il risultato della nostra azione è la reificazione degli altri oppure se non riusciamo più a riconoscere un valore autonomo alle cose in cui siamo immersi (la natura, per esempio), a chi importa in fondo? L’importante, si dice, è rimanere concentrati su di sé, sui propri obiettivi, sul non differimento. La pratica del “prima noi, poi gli altri” è benaccetta a queste latitudini e non dovremmo stupirci che essa generi tanti consensi quando viene strumentalmente impiegata da qualche politico, proprio perché essa sembra inscritta nel nostro DNA.

Nell’evidenziare tali dinamiche, non intendo dividere il mondo in buoni o cattivi, sia chiaro. Sarebbe, in fondo, fin troppo facile. Ciò di cui parlo, infatti, non individua univocamente una categoria di persone, ma piuttosto va in scena nella vita di ciascuno di noi, temo senza particolari accezioni.

La cultura, quando presente, assomiglia all’incenso delle cerimonie religiose: crea un certo clima, ma – tristemente – nessuno ricorda più a cosa serva davvero.

E se questo scontato modo di vivere fosse invece quel pugno di sabbia di cui parlavo all’inizio? E se stessimo vivendo dentro un grande bluff di cui non ci stiamo fino in fondo accorgendo?

Podcast La vita desta

L’idolatria delle pratiche, pratiche della idolatria

In genere, si tende a credere che le nostre azioni quotidiane rientrino tra le pratiche, cioè che esse non facciano riferimento alle teorie.

Si professa così una separazione netta tra il piano della realtà e quello della teoria: la prima sarebbe appannaggio degli uomini tutti d’un pezzo, che affrontano con coraggio le sfide quotidiane; la seconda sarebbe il luogo d’elezione degli intellettuali.

idolatrìa s. f. [dal lat. tardo idololatrīa e per aplologia idolatrīa, gr. eccles. εἰδωλολατρεία, comp. di εἴδωλον «idolo» e -λατρεία «-latria»]. – 1. Adorazione di un idolo o di idoli […]. 2. estens. Amore sviscerato, devozione senza limiti:

da Treccani

Un tale modo di pensare è comodo, ammettiamolo. Esso, infatti, presenta una versione semplificata e facilmente accessibile di ciò che in realtà risulta intrecciato. Si tratta, insomma, di una scorciatoia. È, tutto sommato, un modo per tenersi alla larga da domande che non riguardino direttamente la gestione dell’ordinario.

Il fatto è che, nemmeno volendolo, sarebbe possibile scindere le azioni concrete dagli approcci più generali in cui esse naturalmente si collocano. Finanche l’affermazione che “ci sono solo le pratiche” è espressione di una teoria. Per questo, anche solo per valutare l’efficacia delle nostre azioni nelle pratiche, occorrerebbe dare un’occhiata alle teorie a cui esse rinviano.

Qui è possibile rendersi conto di un altro inavvertito cortocircuito. Si ritiene infatti che l’interessarsi alle teorie sia un compito esclusivo degli esperti. L’attribuzione di una tale esclusività è il risultato dal teoreticismo che pervade la nostra cultura. All’interno di tale distorsione, sembra ammessa solo la dicotomia tra una cultura così alta da sfiorare la rarefazione e una cultura così bassa da coincidere con la banalità.

Le teorie meritano senz’altro il rispetto dovuto alla fatica con cui sono state concepite. Inoltre, esse indubitabilmente richiedono un impegno non episodico per confrontarsi con esse. Come tali, esse sono senz’altro ambito di elezione degli esperti. Tuttavia, bisogna guardarsi dal rischio che rispetto ed impegno nei confronti delle teorie si convertano in congedo e distanziazione dalla realtà. Se ciò accadesse, staremmo dimenticando che le teorie riguardano la vita di tutti, non solo di alcuni. Proprio per questo motivo, occuparsi di teorie non può essere appannaggio di un gruppo di professionisti. Dunque, l’expertise è un valore irrinunciabile, ma esso non può affermarsi a discapito della democrazia della partecipazione.

Possiamo allora tornare a porre a noi stessi la domanda su quali siano le teorie cui rinviano le nostre pratiche. Bisogna procedere risalendo la corrente nel tentativo di sottrarsi allo stordimento attivistico in cui siamo spesso immersi. Bisogna iniziare in modo graduale, per iniziare davvero. Spesso, infatti, i grandi propositi, per quanto belli siano, sono irrealizzabili. A volte, può essere sufficiente regalarsi pause mirate in cui liberiamo la mente dalla presa delle cose da fare. Si tratta di restituire a noi stessi un respiro più profondo che sappia andare oltre l’orizzonte limitato delle pur legittime preoccupazioni. In questo ampliamento di orizzonte, dissipate le nebbie, torniamo a considerare non più le impellenze che ci costringono a guardare per terra, ma il panorama che richiede uno sguardo innamorato del cielo. Fuor di metafora, bisogna farsi trovare disponibili a farsi catturare dalla bellezza che ci circonda di cui spesso non ci rendiamo neanche conto.

La bellezza, come ricordava Simone Weil, è “l’eternità in questo mondo” (Attesa di Dio). Essa ci restituisce ad una dimensione di ulteriorità in grado di saziare la nostra sete di senso.

Podcast La Vita desta