Tempi veloci, decisioni oculate: perché la pazienza è la nuova valuta del mondo professionale

Elogio della impazienza?

Nel mondo moderno, dove la pazienza è esaltata come virtù, vediamo l’impazienza non come debolezza, ma come forza che ha plasmato la storia e spinto l’umanità avanti. È l’ardore interiore di chi non si ferma, desiderando di più, subito. Ha alimentato rivoluzioni, innovazioni e il nostro impulso a progredire. Laddove la pazienza invita all’attesa, l’impazienza incita all’azione e sfida lo status quo, portando a scoperte e creazioni rivoluzionarie. Sebbene possa portare a decisioni precipitose, l’impazienza ci ricorda il valore del tempo, spingendo imprenditori ed attivisti verso mete più elevate. Elogiamo l’impazienza come simbolo di crescita, evoluzione e il desiderio inesauribile di superare le aspettative.

Quanti di noi sarebbero d’accordo con questo elogio?

Il fatto è che quando pensiamo alle dinamiche relazionali che si svolgono nei luoghi di lavoro, l’impazienza può essere un fattore che crea fratture. Occorre, dunque, che essa sia seriamente considerata. I seguenti tre esempi chiariranno proprio l’impatto della pazienza sul luogo di lavoro:

1. Durante una videoconferenza, un manager interrompe ripetutamente un collega junior che sta cercando di proporre una nuova idea. Il giovane dipendente, sentendosi non ascoltato, rinuncia a condividere un potenziale miglioramento per il progetto.

2. In un team multiculturale, alcuni membri non riescono a comprendere le sottigliezze culturali delle comunicazioni degli altri. Questo porta a malintesi che generano ritardi nei progetti e tensioni all’interno del gruppo.

3. Un cliente invia una serie di e-mail dettagliate con feedback su un prodotto. Il team di sviluppo, sentendosi sotto pressione per le scadenze imminenti, ignora le comunicazioni e rilascia una versione non ottimizzata del prodotto, causando insoddisfazione nel cliente e perdite di vendita.

Introduzione: la pazienza ed il lavoro

L’ambiente lavorativo contemporaneo ha subito una trasformazione senza precedenti nel corso degli ultimi decenni. L’era digitale, insieme alle crescenti aspettative del mercato e alle esigenze dei consumatori, ha contribuito a creare un contesto professionale in cui la rapidità, l’efficienza e la competizione sono diventate componenti essenziali per il successo. Queste dinamiche, se da un lato possono spingere le aziende a eccellere e ad adattarsi in modo agile alle mutevoli circostanze, dall’altro possono mettere a dura prova la capacità degli individui di mantenere un’efficace comunicazione e di agire con una sincera integrità.

La comunicazione, in particolare, è diventata sempre più complessa. Con la proliferazione di piattaforme digitali e la velocità con cui le informazioni possono essere scambiate, la pressione su singoli lavoratori e team di mantenere la chiarezza, la coerenza e l’accuratezza è diventata immensa. A ciò si aggiunge la sfida di navigare attraverso la vasta gamma di personalità, background culturali e stili di comunicazione presenti in una tipica organizzazione moderna, e si può capire come la semplice arte di “parlare” e “ascoltare” possa diventare un compito arduo.

In questo scenario frenetico e spesso stressante, la pazienza si rivela non solo come una preziosa abilità, ma quasi come una necessità vitale. La pazienza, intesa come capacità di ascoltare, riflettere e rispondere senza precipitazione, è essenziale per mantenere relazioni lavorative sane. Inoltre, agire con pazienza può contribuire a ridurre i malintesi, minimizzare i conflitti e garantire che le decisioni siano prese dopo una riflessione ponderata piuttosto che come reazioni impulsive.

Ma la pazienza non beneficia solo la sfera interpersonale. Essa gioca un ruolo cruciale anche nel benessere di un individuo. In un ambiente in cui si è costantemente sotto pressione, prendersi il tempo per riflettere, respirare e valutare le situazioni con calma può essere di fondamentale importanza per il proprio benessere. Infine, un’organizzazione composta da individui pazienti, che comunicano efficacemente e agiscono con integrità, ha maggiori probabilità di prosperare, mantenendo una cultura aziendale solida e coesa e garantendo risultati sostenibili a lungo termine.

Nel suo testo Intelligenza emotiva, Daniel Goleman postula che l’intelligenza emotiva sia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire efficacemente le proprie emozioni e quelle altrui. Egli considera la pazienza non solo come una manifestazione di autocontrollo ma come un elemento cardine dell’intelligenza emotiva.

Goleman sottolinea che la pazienza è intrinsecamente legata a una comunicazione efficace, soprattutto in situazioni potenzialmente conflittuali. L’impazienza, a suo avviso, può causare decisioni precipitose e giudizi affrettati, mentre una comunicazione paziente può creare un ambiente più inclusivo e comprensivo.

Rivolgendoci alla filosofia antica, Aristotele, nel suo Etica Nicomachea, pone l’accento sulle virtù come mezzi per raggiungere una vita buona. Una delle virtù da lui enfatizzate è la phronesis, o “saggezza pratica”, che ha molte somiglianze con quello che Goleman chiama “intelligenza emotiva”. Per Aristotele, esercitare la phronesis significa avere la capacità di agire in modo giusto nelle diverse situazioni, bilanciando emozioni e ragione.

Mentre Goleman sottolinea l’importanza della pazienza come autocontrollo in contesti lavorativi, Aristotele vedrebbe la pazienza come parte della phronesis, un bilanciamento tra l’essere troppo precipitosi e troppo remissivi. Entrambi, quindi, concordano sul fatto che agire con consapevolezza e integrità in ambito professionale richiede una profonda comprensione sia delle proprie emozioni sia di quelle degli altri.

L’approccio di Goleman all’intelligenza emotiva offre strumenti moderni per comprendere l’importanza della pazienza nel mondo del lavoro, mentre Aristotele ci fornisce una prospettiva filosofica profonda su come le virtù, come la phronesis, siano essenziali per una vita buona. Con l’evoluzione delle dinamiche lavorative e l’enfasi crescente sul benessere emotivo, sia l’intelligenza emotiva di Goleman che la phronesis di Aristotele offrono preziose lezioni per le organizzazioni e gli individui. Le discussioni future potrebbero sicuramente beneficiare dall’incorporazione di entrambi questi quadri teorici.

Che cosa possiamo fare per portare la pazienza nei nostri contesti quotidiani, laddove ce n’è più bisogno?

Tre proposte per incrementare la pazienza

1. Sviluppo della consapevolezza emotiva: È essenziale coltivare la capacità di riconoscere e comprendere le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può essere raggiunto dedicando tempo alla riflessione personale e all’autovalutazione. Tecniche come la meditazione o la mindfulness sono strumenti efficaci per raggiungere una consapevolezza profonda delle proprie emozioni e reazioni.

Esempio: Lucia, una manager di progetto, si rende conto che si irrita facilmente durante le riunioni quando le scadenze sono vicine. Decide di praticare la mindfulness ogni mattina per 10 minuti prima di iniziare la giornata lavorativa. Dopo qualche settimana, nota che è più calma e paziente durante le riunioni, anche in situazioni di stress, permettendo così una comunicazione più efficace con il suo team.

2. Formazione continua e simulazione di scenari: Investire nella formazione continua è cruciale per affinare e migliorare le competenze comunicative. Le organizzazioni possono sostenere questo processo offrendo workshop e seminari sull’intelligenza emotiva. Simulare scenari di conflitto o tensione può aiutare le persone a prepararsi a gestire tali situazioni con maggiore competenza.

Esempio: Un’azienda di software organizza un workshop in cui i dipendenti partecipano a role-playing di situazioni difficili, come un cliente insoddisfatto o tensioni interne al team. Marco, uno sviluppatore, attraverso questa simulazione, scopre nuove strategie per affrontare feedback critici e migliorare la sua capacità di rispondere con pazienza e comprensione.

3. Stabilire un ambiente di ascolto attivo: Promuovere un ambiente in cui l’ascolto attivo è al centro delle interazioni può portare a una comunicazione migliore e a relazioni lavorative più solide. L’ascolto attivo incoraggia la presenza mentale, evitando interruzioni premature e garantendo che il feedback sia costruttivo e mirato.

Esempio: Durante una riunione presso la banca, Marco, un analista finanziario, esprime le sue perplessità riguardo ad un investimento proposto. Invece di interromperlo o di pensare alla risposta mentre parla, i suoi colleghi, tra cui il responsabile del dipartimento e alcuni consulenti, lo ascoltano attentamente, ponendo domande per approfondire e capire meglio la sua analisi. Questo ambiente di ascolto attivo non solo facilita una decisione informata sull’investimento, ma rafforza anche la fiducia e la collaborazione all’interno del team bancario.

Conclusione

La dinamica frenetica dell’odierno mondo lavorativo rappresenta indubbiamente una sfida per molti, ma evidenzia anche una preziosa opportunità. Nei tre scenari menzionati, emerge chiaramente come la pazienza non sia un lusso, ma un elemento essenziale per garantire un’efficace comunicazione, prevenire disguidi e mantenere un ambiente lavorativo sano e produttivo. La pazienza non è solo una virtù da coltivare individualmente, ma anche un valore da promuovere a livello organizzativo.

Se le aziende e gli individui possono riconoscere e valorizzare l’importanza della pazienza in contesti lavorativi, possono aspettarsi una serie di benefici tangibili: riduzione dei conflitti, aumento della produttività, miglioramento del benessere dei dipendenti e, infine, un impatto positivo sul risultato finale.

La pazienza non è solo una dimostrazione di forza interiore, ma rappresenta anche la chiave per un ambiente di lavoro equilibrato e armonioso. In un’epoca caratterizzata da cambiamenti rapidi e incertezze, l’arte di essere pazienti, di ascoltare e di riflettere prima di agire, diventa ancora più cruciale. Facendo propria questa virtù, sia a livello individuale che aziendale, si può aspirare a un futuro lavorativo più prospero e soddisfacente.

Mindsight. Vedersi con gli occhi degli altri

Daniel J. Siegel, psichiatra statunitense, professore di psichiatria alla School of Medicine della University of California, nonché direttore esecutivo del Mindful Awareness Research Center e del Mindsight, qualche anno fa ha scritto Mindsight in cui propone una via alla minduflness, basata sulle più recenti conoscenze sulla mente.

Mindsight è la capacità di comprendere la relazione tra la mente, il corpo e le nostre emozioni. A volte ci troviamo in situazioni in cui reagiamo in modo imprevedibile, come arrabbiarsi o sentire un impulso di fuga. Ma per capire queste reazioni, dobbiamo essere consapevoli del nostro mondo interiore e questo è dove entra in gioco la vista mentale che è la traduzione del termine usato da Siegel.

La vista mentale ci aiuta a capire la connessione tra il corpo e la mente e a controllare le nostre emozioni più forti. La mindfulness, come la meditazione, sono esempi di mindsight che ci aiutano a diventare più consapevoli del nostro respiro e battito cardiaco.

Ma la vista mentale non è solo per i momenti di calma, è uno strumento utile anche nei momenti difficili. Ad esempio, quando i nostri figli litigano, spesso diventiamo frustrati, ma in realtà è il nostro battito cardiaco in aumento che causa questa emozione. Se siamo consapevoli del nostro battito cardiaco, possiamo imparare a controllarlo e gestire meglio la situazione.

Inoltre, la mindsight ci incoraggia a vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri, il che è importante per la nostra capacità di empatia. Con una buona visione mentale, la vita sarà più pacifica e meno caotica

1.              L’io armonico

L’obiettivo della pratica del Mindsight è di creare un Sé equilibrato e armonioso. Immaginate di camminare su una fune tesa, dove l’equilibrio è la chiave per non cadere. Analogamente, nella vita, trovare il giusto equilibrio tra routine rigide e comportamenti spontanei, tra pensiero razionale e intuitivo, è fondamentale per creare un Sé armonioso e felice.

Per ottenere questo equilibrio, la terapia basata sul Mindsight utilizza la metafora del fiume che scorre dolcemente. Invece di lottare contro i cambiamenti nella vita, basta fare spazio a questi ultimi, come fa un fiume che si adatta alle rocce e agli ostacoli senza perdere il suo corso originale.

Come la luna influenza le maree, le nostre esperienze passate e le relazioni influenzano la nostra personalità. È importante accettare che è normale avere comportamenti diversi e che la nostra personalità cambierà con il tempo. Creare un equilibrio tra pensiero analitico e intuitivo, come un musicista che suona le note giuste, è un altro importante passo per ottenere un Sé armonioso.

2.              Training

Il potere della Mindsight in psicoterapia è come un’arma a doppio taglio: da un lato, ci permette di capire come il nostro cervello modella il nostro modo di vedere il mondo e, dall’altro, ci permette di sfruttare questa comprensione per allenare il nostro cervello.

Mindsight è come un personal trainer per la mente, che ci aiuta a rafforzare la relazione tra i nostri pensieri attraverso la riflessione consapevole. È come creare una rete di fili elettrici che si interconnettono tra di loro, diventando sempre più forti con il tempo.

Inoltre, Mindsight è come un amplificatore per la memoria, che ci permette di rievocare eventi passati o futuri con la stessa vivida potenza della stessa esperienza.

Grazie a Mindsight, possiamo diventare più forti nel gestire le sfide inaspettate della vita, in quanto essa aumenta la consapevolezza delle varie aree del cervello responsabili delle nostre emozioni, giudizi morali, attenzione, senso del tempo e identità. È  come avere una mappa per la propria mente, che ci permette di navigare verso una vita più equilibrata e felice.

3.              Alla ricerca della pace interiore

Mindsight è come un personal trainer per la parte destra del nostro cervello, aiutandolo a sviluppare la muscolatura della consapevolezza emotiva. È come navigare in un oceano di emozioni, imparando a governare la barca della propria mente.

Parlare dei propri sentimenti potrebbe sembrare una semplice questione di trasparenza, ma a volte le emozioni sono come nuvole che fluttuano nell’orizzonte interiore, difficili da identificare e comprendere. Mindsight ci aiuta a fare luce su queste nuvole, addestrandoci a guardare dentro di noi con maggiore consapevolezza.

Per esercitare l’emisfero destro, possiamo provare ad esplorare le nostre emozioni come un esploratore esplora un territorio sconosciuto. Ad esempio, potremmo tenere un diario emozionale, dove registriamo tutte le sensazioni emotive, o partecipare a giochi di comunicazione non verbale che ci aiutino a riconoscere le emozioni degli altri.

In momenti di stress o emozioni intense, possiamo usare tecniche che ci aiutino a concentrarci sulle sensazioni fisiche del corpo. È come un viaggio introspettivo attraverso il nostro corpo, alla ricerca di un luogo sicuro dove trovare pace interiore. Con la pratica, diventeremo maestri nella navigazione delle nostre emozioni, capaci di governare la barca della nostra mente con sicurezza e calma.Inizio moduloFine modulo

4.              Gestire le emozioni

Mindsight ci aiuta a capire che le emozioni non sono tratti permanenti che ci definiscono, ma esperienze temporanee. Mentre può essere facile consigliare a qualcuno di “rimanere calmo”, gestire le emozioni può essere molto difficile. Molti di noi trovano le emozioni opprimenti e stressanti, ma la mindsight ci insegna che sono solo momenti passeggeri nell’esperienza umana, non segnali che siamo difettosi e disfunzionali.

Attraverso pratiche come la meditazione, alleniamo la nostra mente a concentrarsi su una sola cosa e a ricondurre l’attenzione quando viene distratta. Questo ci fa comprendere che i pensieri e le emozioni sono solo esperienze temporanee e non la base della nostra personalità.

Immaginare la propria mente come un oceano, con i pensieri e le emozioni che si muovono sulla superficie come onde, è un altro esempio di pratica di mindsight. Anche le tempeste più intense sono solo sensazioni fugaci, mentre alla base dell’oceano c’è sempre calma. Questa visualizzazione ci ricorda che le emozioni sono solo momentanei stati d’animo e che possiamo trovare pace interiore.

La mindsight si basa su tre pilastri fondamentali: osservazione, obiettività e apertura. Imparando a incorporare questi elementi nella nostra vita, siamo in grado di comprendere meglio le nostre emozioni.

Impareremo ad osservare la nostra mente quando i pensieri distraenti ci allontanano dalla concentrazione, sia che si tratti di meditazione, lavoro o sonno. Poi, alleneremo la nostra obiettività seguendo il percorso dei nostri pensieri e comprendendo come influenzano i nostri sentimenti. Infine, rimanendo aperti e accettando che i pensieri negativi sono temporanei, impareremo ad accettare le emozioni come parte naturale dell’esperienza umana e ad utilizzarle per crescere e migliorare.

5.              Esperienze infantili

Chi sono stati i vostri insegnanti nei primi anni di vita? I vostri genitori, molto probabilmente! Ma i genitori fanno molto di più che insegnarci a leggere o ad andare in bicicletta. Impariamo molto anche da tutto ciò che ci insegnano a livello inconscio.

Nel bene e nel male, la nostra educazione modella il modo in cui oggi interagiamo con le persone. I bambini cresciuti da genitori che hanno mostrato affetto solo in modo incoerente spesso sentono di non potersi fidare di nessuno quando diventano adulti: non nelle amicizie, non nel lavoro, nemmeno nelle relazioni d’amore.

Allo stesso modo, i bambini che hanno dovuto assumersi molte responsabilità in giovane età hanno imparato che mostrare debolezza è un fallimento. Ciò significa che da adulti hanno difficoltà ad aprirsi con i propri sentimenti: fin dall’infanzia, infatti, non si sentivano a proprio agio nell’essere visti come vulnerabili.

Anche se queste idee sbagliate apprese durante l’infanzia ci accompagnano da molto tempo, possiamo superarle con la consapevolezza. Un ottimo modo per iniziare è quello di annotare il maggior numero possibile di primi ricordi, oltre ad alcuni dei più recenti.

Questo vi aiuterà a liberarvi di tutto e a capire quale narrazione avete usato per dare un senso al vostro passato di bambini. Esaminate la storia che raccontate di voi stessi e considerate la possibilità che non ci sia bisogno di una narrazione perfettamente coerente. Piuttosto, siamo tutti costituiti da molteplici narrazioni in ogni fase e aspetto della nostra vita.

La narrazione della vostra vita precedente rivelerà come le vostre attuali difficoltà siano legate al modo in cui percepite la vostra infanzia. Questo vi aiuta a vedere questi schemi per quello che sono: dannosi. Scoprire storie alternative da raccontare sulla vostra infanzia e sulla vostra vita adulta è il primo passo per abbattere i muri che avete costruito intorno a voi da bambini.

6.              Vita di coppia

Nella vita di coppia, possiamo scegliere di essere un faro che guida il dialogo verso la calma oppure una tempesta che scatena l’inferno. La scelta è tra essere ricettivi o reattivi.

La metafora del faro rappresenta la ricettività, dove si accoglie l’altro con ascolto attento e comprensione. È come se illuminassimo la via verso una risoluzione pacifica dei problemi. La metafora della tempesta, invece, rappresenta la reattività, dove ogni lamentela del partner diventa un’occasione per attaccare, difendersi o fuggire. È come se scatenassimo una tempesta che rende impossibile una comunicazione costruttiva.

Per essere ricettivi, è importante rivalutare le nostre narrazioni e condividerle con il partner, in modo da comprendere le sue motivazioni ed emozioni. Un altro esempio è il metodo del timeout, dove si interrompe la conversazione per riflettere e riprenderla in un secondo momento, quando si è in uno stato emotivo più equilibrato. Un terzo esempio potrebbe essere quello di praticare la meditazione o la consapevolezza per migliorare la capacità di essere presenti al momento e di ascoltare l’altro senza pregiudizi.

In sintesi, scegliamo di essere fari che illuminano il dialogo o tempeste che lo oscurano. Utilizziamo la vista mentale per essere ricettivi e creare relazioni sane e durature.

7.              Traumi

Il passato è un’ombra che ci segue lungo tutta la vita, lasciando la sua impronta sui nostri comportamenti, emozioni e pensieri. È come un puzzle composto da tante tessere, alcune delle quali sono state sepolte e dimenticate negli angoli più remoti della nostra mente, ma che continuano a influenzare la nostra vita. Le esperienze infantili sono come semi che vengono piantati nella terra fertile della mente e crescono fino a diventare alberi rigogliosi che plasmano la nostra personalità e il nostro modo di affrontare la vita. Allo stesso modo, anche le esperienze della giovane età adulta possono lasciare la loro traccia, come profonde cicatrici sulle foglie dell’albero della vita.

Con tecniche di mindfulness come la scansione corporea, possiamo scavare nel sottosuolo della nostra mente per recuperare i ricordi sepolti. E’ come scavare un pozzo per trovare l’acqua sorgiva che alimenta la vita. Questo processo può portare alla luce esperienze represse e aiutarci a superare i traumi.

La vista mentale è un’arma potente per affrontare le incertezze della vita. E’ come un faro che guida la nave durante la tempesta, illuminando la via verso la sicurezza. Tuttavia, la tendenza umana a preferire la prevedibilità a situazioni incerte può alimentare comportamenti disfunzionali, come il disturbo ossessivo-compulsivo. E’ come essere intrappolati in una spirale di pensieri ossessivi che ci impediscono di vivere serenamente.

Fortunatamente, anche questo disturbo può essere affrontato con la vista mentale. Immaginate di prendere per mano l’impulso angosciante e di iniziare una discussione con lui, come se fosse una persona reale. È come trovare un compagno di viaggio con cui condividere le preoccupazioni e trovare una soluzione insieme. A poco a poco, sarà sempre più facile gestire questi impulsi e vivere una vita serena e libera.

Uno sguardo d’insieme sulla vita

Nel simbolo taoista dello yin-yang, un cerchio che è metà scuro e metà chiaro, ci sono due punti. Nel cuore dell’oscurità, si può trovare la luce. E circondata dalla luce, l’oscurità è riconosciuta.

Meno astrattamente, il simbolo significa che anche se le cose non ci vanno bene nella vita, non dobbiamo essere insensibili alla felicità. E se le cose ci vanno bene e siamo felici, non possiamo ignorare la possibilità di soffrire in futuro. Il risultato di una tale integrazione – la capacità di accettare entrambi gli stati, profondamente, allo stesso tempo – è una felicità duratura.

La definizione di felicità della cultura occidentale di solito non fa spazio alla sofferenza. I media e i presupposti culturali suggeriscono che provare dolore o tristezza è vergognoso o degno di biasimo. E alla base di questi messaggi c’è l’aspettativa che dovremmo essere in grado di sopprimere qualsiasi sentimento di paura o perdita.

Il dolore è, per natura, un’esperienza isolante che può farci sentire disconnessi dall’umanità e dalla vita. Quando definiamo il dolore come inaccettabile, la vita diventa ancora più costrittiva. Ma se diventiamo disposti a relazionarci pienamente con la vita, inclusa la sofferenza, possiamo spostare il nostro cuore dall’isolamento alla vera connessione.

Un modo per arrivarci è la meditazione. Nella meditazione, impariamo a prestare davvero attenzione – a diventare consapevoli degli stati mentali costruttivi e ad incarnarli, e a lasciare andare quelli che non ci servono.

Il concetto buddista di Mettā

Il concetto buddista di “Mettā” non ha un esatto equivalente nella cultura occidentale. Tale concetto, infatti, comprende amore, gentilezza e amicizia. Nella nostra cultura, invece, l’amore è di solito associato alla passione o al sentimentalismo, che sono entrambi legati al volere o al possesso.

Il Buddha ha insegnato che gli stati di sofferenza, come la rabbia o la paura, sopprimono temporaneamente le forze positive come l’amore o la saggezza, ma non possono mai distruggerle. D’altra parte, una forza positiva come Mettā è così forte che può effettivamente sradicare le forze negative.

Se sei come la maggior parte delle persone, puoi guardare agli altri per scoprire se sei amabile o capace di provare amore. Facendo così, stai essenzialmente cercando un riflesso dell’innata radiosità che ci connota. In altri termini, stai cercando il tuo centro fuori di te. La consapevolezza interiore è essenziale per essere in grado di offrire “amore” genuino agli altri. Così, quando pratichiamo Mettā, è importante iniziare a dirigere l’amorevole gentilezza verso noi stessi.

Ecco una semplice meditazione che puoi provare. Per iniziare, siediti comodamente e chiudi gli occhi. Prova a lasciare andare l’analisi e l’aspettativa per i prossimi 10-15 minuti. Inizia a riflettere sul bene che c’è in te – ricorda un momento in cui sei stato generoso o premuroso, e prova piacere in questo pensiero. Se non ti viene in mente nulla, sposta delicatamente la tua attenzione su una qualità che ti piace di te stesso, o sul tuo desiderio di essere felice.

Classicamente, quattro frasi sono ripetute durante la pratica di Mettā:

1) “Possa io essere libero dal pericolo”.

2) “Possa io avere la felicità mentale”.

3) “Possa io avere la felicità fisica”.

4) “Possa io avere facilità di benessere”.

Ripeti queste frasi a te stesso, più e più volte.

Poi comincia a dirigere la tua pratica verso gli altri. Per prima cosa, passa al “benefattore” – qualcuno per cui sentite gratitudine e rispetto. Poi, concentrati su qualcuno nei cui confronti senti di essere neutrale. Dopo questo, sarai pronto a dirigere Mettā verso “il nemico” – qualcuno verso cui provi rabbia o paura. A questo punto, l’amore condizionato si dispiega in una forza incondizionata.

Se il dolore fisico sorge in qualsiasi momento della tua meditazione, cambia delicatamente la postura. Possono anche sorgere sentimenti di indegnità. Continuate a respirare, accettate la loro presenza, ricordate la bellezza del vostro desiderio di essere felici e tornate alle frasi.

Ostacoli del desiderio

Siamo pieni di desideri, non è vero?

Il desiderio ci spinge fuori da noi stessi, ci spinge ad essere migliori.

Non tutti la pensano così. Potremmo perfino dire che una tale mentalità è propria soltanto del mondo occidentale. Ci sono altre visioni possibili del desiderare. Nel mondo buddista, il desiderio assume perfino una connotazione negativa.

Con il desiderio, infatti, proietti tutte le tue speranze e i tuoi sogni di realizzazione su qualche oggetto. Ci si affeziona a questo incanto temporaneo, credendo che questo oggetto da solo ci renderà felici – e quando inevitabilmente non lo fa, soffrite.

Nel buddismo, l’attaccamento è chiamato la radice della sofferenza a causa delle due qualità che lo accompagnano: la ricerca e la protezione. Nella ricerca, si perde la felicità del semplice essere e si è sempre in uno stato di divenire il cui inevitabile correlato è la caduta, l’implosione della tensione verso l’oggetto perseguito. Inseguendo i desideri, si perde di vista ciò che si ha realmente e si finisce con un continuo senso di perdita o risentimento.

Vivere senza attaccamento significa essere tutt’uno con la propria vita, essere fermi e in pace. Con Mettā, non ci si concentra sul futuro – ciò che si vuole, di cui ci si preoccupa o da cui ci si deve difendere. La pratica rimuove il senso del tempo, l’aspettativa e la delusione in modo da poter semplicemente permettere alle cose di essere come sono.

Nella tua pratica Mettā, prenditi del tempo per riflettere sulla felicità. Per prima cosa, considera le cose che ti renderebbero felice. Ricorda di andare oltre la felicità condizionata o fugace. Poi, pensa a cosa significa per te l’amicizia. Il Buddha ha detto che mantenere una “saggia compagnia”, o avere buoni amici, è una delle più grandi risorse per la felicità e la libertà.

Dirigi l’amorevolezza verso te stesso per qualche minuto, e poi rifletti su un amico. Dite il suo nome, immaginatelo, sentite la sua presenza. Contempla le sue amabili qualità, deliziati del suo umano bisogno di essere felice, e dirigi le frasi di Mettā verso di lei. Se ti viene in mente un altro amico, permetti a te stesso di concentrarti su di lui. Se la tua mente vaga, torna delicatamente a ripetere le frasi.

Recuperare se stessi

La felicità viene davvero da dentro. Perseguendo il sentiero buddista dell’amorevolezza nella meditazione e nella vita quotidiana, puoi tornare in contatto con la tua bellezza intrinseca, imparare a liberarti degli stati d’essere improduttivi, sviluppare la compassione verso te stesso e gli altri, e liberare la tua mente. La tua ricerca ti condurrà alla realizzazione che sei profondamente connesso a tutti e tutto ciò che ti circonda – e con essa arriverà una gioiosa libertà che si traduce in una felicità vera e duratura.

Il diritto di essere se stessi

1. Sotto mentite spoglie

Pensare fuori dagli schemi, si sa, attira i giudizi dei conformisti. Ora, siccome a nessuno piace essere criticato, si tende a ridurre le occasioni in cui ciò può accadere. E così si vive sottocoperta, un po’ come quegli animali che, prima di agire, sentono con lo sguardo cosa c’è intorno.

Essere prudenti è, ovviamente, positivo. Tuttavia, oltre una certa soglia, la prudenza può dare luogo a condotte omissive: si preferisce non agire, per non incorrere in errori. In pratica, è come vivere con il freno a mano tirato.

Il punto è che non sempre l’individualità che ognuno di noi è può realizzarsi seguendo sentieri prefissati, cioè stando al riparo da ogni rischio. Dovremmo, perciò, capire quando la paura di sbagliare o di essere criticati si sia trasformata in qualcosa di più tossico che, inibendo le nostre azioni, arriva fino al punto di minare la fiducia in noi stessi.

Siamo noi stessi quando pensiamo con la nostra testa e quando agiamo coerentemente. Essere costantemente “sotto copertura”, se apparentemente ci fa sentire sicuri, a lungo andare può minare la fiducia in noi stessi.

Rinunciando ad agire in prima persona, infatti, viviamo la vita di un altro. Diventiamo anonimi, mentre pensiamo di fare il nostro interesse. Più passa il tempo in questo stato camaleontico, più la nostra identità si indebolisce.

2. Scardinare la concatenazione dei pensieri

La difficoltà di agire in modo appropriato può scaturire anche dal non riuscire a governare le proprie paure.

Una paura incontrollata può scaturire dal modo in cui i pensieri sono tra loro collegati. Non sempre, infatti, le concatenazioni dei pensieri sono funzionali. Le ansie e le preoccupazioni che accompagnano le nostre giornate possono insinuarsi all’interno dei pensieri ed alterarne il flusso. Quando ciò accade, è più facile giungere a conclusioni sbagliate. Il risultato è una situazione di smarrimento, di incertezza cronica, di disorientamento. Si può venire fuori da questo quadro problematico, cominciando con l’individuare le sequenze dei pensieri.

Isolare tali sequenze aiuta a cogliere il punto esatto in cui la disfunzione ha fatto il suo ingresso e a porvi rimedio. Una disfunzione è una alterazione logica, una reazione ipertrofica non fondata su alcuna premessa, un vero e proprio salto al buio. Bisogna trovare il coraggio di mettersi di fronte a tali alterazioni, “vederle in faccia” per così dire. Occorre ritrovare il ritmo naturale dei propri pensieri, isolando quelli molesti che, generati dalle ansie in eccesso, ci fanno andare fuori strada.

Se, volendo fare un esempio, non riesco a fare una passeggiata in campagna perché bloccato dalla idea che potrei essere inseguito dai cani che potrei incontrare, debbo in primo luogo mettere in sequenza i pensieri:

(1) Vado a passeggiare in campagna

(2) Sarò inseguito dai cani

Vedere la concatenazione è il primo passo per riconoscerne i motivi di illegittimità. Sarà, infatti, più facile rendersi conto che la reazione (2) è data per certa quando invece si tratta soltanto di un’eventualità. Potrò così ulteriormente interrogare i motivi per cui ciò accade, dedicandomi quel tempo speciale che è la cura di sé. Uno sguardo avvertito su se stessi, la consuetudine di tornare ad interrogarsi, ci aiuta a riordinare i pensieri, ad avere il governo di noi stessi.

In cerca dell’ospite misterioso. Le tre vie per ritrovare se stessi nella preghiera

“L’uomo – ha scritto Carlo Maria Martini – è un perenne insoddisfatto, anche quando è apparentemente appagato di tutto. E questo avviene perché la vita di ciascuno di noi ha nostalgia di potersi riavvicinare all’Amore che l’ha generata” (Martini 2012, 840).

È così: molto spesso siamo presi da una inquietudine di fondo, non riferita a qualcosa di episodico, ma per così dire più strutturale. Nonostante proviamo a distrarci vedendo un amico, facendo yoga o trascorrendo del tempo su internet, tale sentimento di fondo – simile, ma non uguale, alla tristezza – ci accompagna ostinatamente. Si cerca di dimenticarlo, facendo finta di nulla, ma rimane lì, come un ospite misterioso. Molti di noi continuano a condurre la propria esistenza tra alti e bassi, abituati ad ignorare questo abitante silenzioso della nostra interiorità.

C’è anche un altro modo per affrontare l’ospite misterioso ed è di mettersi di fronte a lui, di provare a “vederlo” bene, di porsi in ascolto di ciò che vuole dirci. Certo, andare incontro al mistero è più facile a dirsi che a farsi. In fondo, però, quale alternativa rimane? Possiamo davvero pensare di trascorrere l’intera nostra esistenza, sormontati da una inquietudine che non ci permette di esprimere appieno il nostro potenziale?

Iniziare questo percorso alla scoperta di questa parte misteriosa di sé coincide con l’avvio della vita spirituale. A questo livello, la naturale e fisiologica incertezza cede il passo ad una sorta di riverenza[1], un atteggiamento di fiducioso rispetto nei confronti di ciò che, seppure ancora misterioso, in qualche modo ci convoca alla sua presenza. Il convocare, se vogliamo essere coerenti con la sua etimologia, significa “essere chiamati per nome”. Dunque, ricapitolando, c’è una parte misteriosa di me, che mi sollecita a muovermi nella sua direzione e, per farlo, mi chiama per nome.

Questa chiamata corrisponde non ad una dinamica impersonale, ma a qualcosa di personale. “Io” mi sento chiamato.

James Martin, un gesuita americano, già autore di saggi sulla vita interiore, alcuni dei quali pubblicati in italiano come la celebre Guida del gesuita… a quasi tutto (San Paolo), ha appena pubblicato Learning to Pray. È un libro in cui si riflette esattamente su che cosa sia questa “chiamata” che viene a colmare la nostra inquietudine. Per Padre Martin questa chiamata ha un nome: preghiera.

Qui veniamo un po’ colti di sorpresa: generalmente pensavamo che la preghiera fosse una reiterazione di formule o qualcosa destinato ad un “pubblico” specifico. È, infatti, difficile negare che nell’immaginario contemporaneo, “attori” della preghiera siano persone di una certa età, inclini al bigottismo o alle inalazioni di incenso.

Nelle parole di Padre Martin, invece, la preghiera è una specie di lotta che riguarda tutti e i cui esiti non possono essere dati per acquisiti, tanto meno ritenuti un possesso da esibire come un trofeo, come alcuni credenti impunemente fanno, pensando che nessuno si accorga del danno alla vera fede da essi inferto.

Quali sono, secondo Padre Martin, gli altri elementi da tenere presente quando parliamo di preghiera?

1) Pregare è flessibile. Sembra uno slogan, ma è un modo per indicare che si tratta di sviluppare una relazione personale con Dio. La preghiera è per tutti. Cogliere questo aspetto della preghiera è una esperienza in grado di cambiare la vita;

2) Perché dovremmo pregare? Dio vuole conoscerci ed avere una relazione con noi. Il nostro desiderio di affrontare l’inquietudine ne è la prova. Nel profondo di noi stessi, c’è un desiderio naturale di completamento, possibile solo ponendosi in relazione con colui che ci ha creati.

3) Quante concezioni esistono della preghiera? Ne esistono molte. Secondo Giovanni Damasceno, un monaco vissuto in Siria nell’ottavo secolo, la preghiera è “l’elevazione della propria mente e del proprio cuore a Dio o la richiesta di cose buone”. Secondo questa prospettiva, la preghiera è un approccio dal basso. Pregando, noi facciamo memoria della nostra posizione nell’ordine cosmico. Ecco perché nella definizione di Giovanni Damasceno si parla di “elevazione”. Un’altra definizione risale a Teresa d’Ávila, una monaca spagnola del XVI secolo secondo cui la preghiera è niente “altro che una stretta condivisione tra amici”. Immaginate – dice Padre Martin – di ritrovare una vecchia amica a cena. Non vi vedete da molti anni, ma quando vi sedete, voi dite: “Scusa, ho solo cinque minuti: inizia a parlare!”. Non sarebbe assurdo? Bene, nei confronti del nostro più grande “amico”, Dio, noi ci comportiamo nello stesso modo. Ecco il motivo per cui dovremmo trascorrere con Dio più tempo di quello solitamente riservatogli. Un terzo modello di preghiera risale a Teresa di Lisieux, vissuta alla fine dell’Ottocento in Francia. Per Teresa la preghiera è amore e intimità. Per la precisione è: “uno slancio del cuore, uno sguardo verso il cielo e un grido di riconoscimento e di amore, che abbraccia sia la prova che la gioia”.

Papa Francesco spiega il rapporto tra meditazione e vita cristiana

Quando si prega, si guarda verso il cielo e, in modo misterioso, è proprio lì che troviamo noi stessi. Qui Teresa attinge al Salmo 42 dove è scritto che “Un abisso chiama l’abisso”. Si tratta di un riconoscimento liberatorio. Infatti, quando si è pienamente riconosciuti, si può parlare liberamente e apertamente.

Quando dopo un viaggio si ritorna a casa si ritrovano le cose familiari. Non è infrequente che esse siano viste con uno sguardo un po’ diverso da quello che avevamo prima di partire.

Per certi versi, le prospettive dischiuse da Learning to Pray assolvono la stessa funzione: non ci sentiamo più “soli” di fronte all’inquietudine che accompagna le nostre giornate. Scopriamo che esse sono costitutive del nostro stesso essere e che, in qualche modo, non ostruiscono ma anzi ci instradano verso una vita di pienezza per il tramite di una relazione personale con ciò da cui veniamo.

La tradizione, quella stessa tradizione da cui è oggi di moda prendere le distanze, ha dato a questa relazione personale il nome di preghiera. Essa è la forma assunta dal nostro essere nomadi sul cui valore proprio Carlo Maria Martini ha scritto riflessioni profonde: “Nomadi. Questa è la condizione reale, oggettiva, di ognuno di noi, di ogni famiglia, di tutti su questa terra. Ma siamo capaci di vivere così? Viviamo come pellegrini o come gente arrivata, sistemata? Come forestieri o come gente che ha messo qui le radici, come se non dovesse mai più andare via? Come zingari in una tenda, o come signori che cercano solo di stare bene, comodi, tranquilli, senza pensare al tempo che passa, al bene che resta, ai fratelli che tendono la mano?” (Martini 2012, 840).

Riferimenti bibliografici

Martini, Carlo Maria. 2012. Le ragioni del credere: scritti e interventi. Milano: A. Mondadori.

Pontiggia, Virginio, Carlo Maria Martini, e Cattedra dei non credenti. 2015. Le cattedre dei non credenti.


[1] È ancora Martini a segnalare che: “La preghiera appare come un continuo atto creativo, un accendersi continuo della speranza. Quando ci si apre alla realtà e ci si abbandona alla meraviglia, alla riverenza, si può guardare quella realtà con occhi pieni di amore e allora la si ringrazia e la si loda perché esiste” (Pontiggia, Martini, e Cattedra dei non credenti 2015, 190).

La ragione meditativa

Se qualcuno ci dicesse che scopo del ragionare – e del ragionare bene – è “fare completa luce” quando ci sono delle incertezze, nessuno – credo – avrebbe da obiettare alcunché. In effetti, la vita quotidiana è costellata di tante e tali complicazioni che è del tutto naturale andare in cerca di soluzioni che semplifichino e rendano la vita un po’ più semplice.

In questo tempo delicato, in cui stiamo fronteggiando la pandemia, è interessante notare quale sia la reazione di fronte a quanti avanzino, in buona fede, perplessità o dubbi su uno dei temi al centro delle discussioni politiche (che si tratti di dubbi relativi ad una particolare scelta politica o all’efficacia dei vaccini).

Generalmente si tende a reagire con un senso di fastidio, riferito non tanto al merito del dubbio, ma al dubitare stesso, come se venisse a complicare inutilmente la realtà.

L’impressione è che lo spazio del dubbio sia venuto trasformandosi in un fastidio cui si rinuncia volentieri.

E così, i pensieri di coloro che invitano a frequentare il dubbio sembrano oramai formulati in una lingua di cui sia scomparso il lessico.

Per questo, non è banale sforzarsi di frequentare nuove forme espressive per comunicare.

Non si tratta di una scelta dettata da un estrinseco gusto della varietà. È, invece, una reale esigenza che nasce per la sua “inscape”, cioè per la sua qualità intrinseca.

E, allora “Quel fare completa luce” di cui parlavo all’inizio, quando diventi l’orizzonte esclusivo in cui le nostre azioni si collocano rischia di diventare un fattore di debolezza più che di forza.

E questo è paradossale, incredibilmente.

In proposito, c’è una intensa riflessione di Flannery O’Connor in Natura e scopo della narrativa: “La mente che sa capire – diceva la scrittrice – non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà, attraverso il contatto con il mistero”

Il viaggio dentro di sé

Questa settimana abbiamo letto Inner Engineering del mistico e yogi indiano Jaggi Vasudev, comunemente conosciuto come Sadhguru.

Le nostre domande al testo:

Più il mondo occidentale sembra girare velocemente, più grande diventa il nostro desiderio di un’ancora mentale stabile. Molti praticano lo yoga per sfuggire alla frenesia quotidiana. Sfortunatamente, per la maggior parte di noi, lo yoga è solo un esercizio fisico per preparare il nostro corpo alla prossima maratona lavorativa. Ma lo yoga è più di un corso di mantenimento della forma fisica. Lo yoga è una filosofia e una forma di preghiera. Lo yoga si rivolge ai centri energetici del corpo e affina la mente.

Qual è la sede della felicità?

Che valore ha l’equilibrio tra la mente, il corpo e le emozioni?

Quale rapporto tra l’identità ed il viaggiare?

1.     Felicità

Avete notato quanto sia difficile trovare la felicità? La risposta breve è che allontanarsi dal proprio vero io per avere successo nel lavoro è efficace solo inizialmente. Come dimostra una storia indiana, tale sbilanciamento a favore del lavoro non porta a una soddisfazione duratura.

La storia recita così:

Un giorno, un fagiano si lamentò con un toro, dicendo: “le mie ali sono così deboli che non riuscirò mai a raggiungere la cima di questo albero e a godermi il panorama”. Il toro disse che il fagiano avrebbe dovuto mangiare un piccolo pezzo di sterco ogni giorno. In questo modo sarebbe diventato più forte, e alla fine il fagiano sarebbe stato in grado di raggiungere i rami più alti. Il fagiano seguì il consiglio del toro e funzionò. L’uccello divenne più forte e alla fine fu in grado di volare in alto, appollaiandosi sulla cima dell’albero. Poi passò un contadino. Vedendo il grande e succulento fagiano sul ramo, lo tirò giù dall’albero e lo cucinò per cena.

Lo stesso vale per le persone: le stronzate ti porteranno solo fino a un certo punto!

Per trovare veramente l’appagamento, dovete notare come sperimentate il mondo dentro di voi. Questa è la chiave, poiché le persone tendono a fissarsi sul mondo esterno, convinte che sia lì che si trovano tutte le loro esperienze ed emozioni – negative o meno.

Tuttavia, questa è solo un’illusione. Per esempio, quando leggete un libro, dov’è il libro che state vedendo?

Qualsiasi persona razionale direbbe che è nelle sue mani, fuori di sé. Ma quando leggete, la luce cade sulle pagine, si riflette nei vostri occhi e si proietta sulla vostra retina. Il libro è visto dentro di essa. Proprio come ogni altra cosa nel mondo esterno, è dentro di te.

Afferrare questo concetto è essenziale, poiché la fissazione del mondo esterno impedisce a molte persone di trovare la realizzazione.

2.     Equilibrio

Probabilmente sapete già che il lavoro di squadra è essenziale per il successo. Lo stesso vale per un organismo individuale. Per funzionare correttamente, le diverse parti del vostro essere devono lavorare in sincronia.

Quindi, per raggiungere l’illuminazione, devi creare una stretta cooperazione tra il tuo corpo, la tua mente, le tue emozioni e la tua energia. Questo principio è splendidamente descritto in un’altra storia tradizionale indiana.

Quattro yogi stavano camminando nella foresta. Uno credeva fermamente nel potere dello yoga fisico, il secondo nello yoga della mente, il terzo nello yoga della preghiera e il quarto nello yoga dei chakra, o centri corporei di energia. Ognuno credeva che il suo metodo fosse supremo. Improvvisamente, cominciò a piovere e tutti gli yogi cercarono riparo in un antico tempio. Questa struttura non aveva muri ed era un semplice tetto su pilastri con una divinità al suo centro. Mentre la tempesta peggiorava e la pioggia cominciava a battere nel tempio, gli yogi si raggrupparono intorno alla divinità, abbracciandola infine insieme. In quel momento, Dio apparve loro. Ma erano perplessi. Perché Dio è apparso ora, quando avevano trascorso la loro vita lavorando e pregando per lui? Dio si mise a ridere e disse che era perché i quattro avevano finalmente unito le loro forze.

Esattamente la stessa unità è richiesta ad un individuo che cerca l’illuminazione; lo yoga è uno strumento per raggiungere questa connessione mettendo insieme il corpo, la mente, le emozioni e l’energia.

Secondo la filosofia yogica, se il corpo è in equilibrio ma la mente desidera il cibo o il sesso, il corpo cadrà rapidamente fuori equilibrio. Lo stesso vale per le emozioni e l’energia. Per raggiungere il vero equilibrio, è necessario meditare, praticare yoga fisico, pregare e fare esercizi che influenzano i centri energetici.

3.     Il viaggio

Molte persone ancora ritengono che gli insegnamenti spirituali siano qualcosa di esoterico. Anche quelli di noi che prendono sul serio la spiritualità spesso si chiedono da dove cominciare.


C’è una “Distinzione tra coloro che restano nella caverna,
chiudono gli occhi e immaginano il viaggio, e coloro
che lo fanno” Simone Weil

Viaggiare è un ottimo punto di partenza. Dopo tutto, ci sono luoghi sulla terra che immagazzinano energia spirituale.

Per anni, gli yogi e i mistici sono stati frustrati dalla mancanza di attenzione della gente alla loro conoscenza. Questa frustrazione ha fatto sì che prima di lasciare la terra, “scaricassero” la loro conoscenza ed energia spirituale in luoghi remoti ma accessibili come le cime delle alte montagne.

Un esempio è il monte Kailash in Tibet, che ospita un’enorme biblioteca spirituale ed è considerato sacro dalla maggior parte delle nazioni orientali. Infatti, gli indù e i buddisti lo considerano la casa dei loro dei.

Un altro di questi luoghi sacri è un piccolo tempio chiamato Kedarnath nell’Himalaya. Questo luogo religioso è dedicato al dio Shiva.

Quindi, l’energia mistica è immagazzinata in certi luoghi, e visitare questi siti è un ottimo modo per trovare l’illuminazione e per guarire. C’è una ricchezza di saggezza e di energia nel mondo, che aspetta di essere scoperta!

Ecco perché l’autore ha fatto un pellegrinaggio al Monte Kailash nel 2007. La sua salute era in declino da anni, e i medici avevano difficoltà a diagnosticare la sua malattia. Arrivando a Kailash, l’autore ha iniziato a collegare la sua energia con l’energia della montagna. Quasi immediatamente cominciò a guarire. L’energia è tornata nel suo corpo e, dopo poche ore dal suo arrivo, sembrava essere un uomo più giovane. Per molti cercatori di questo tipo, questa è la strada per un viaggio spirituale. Dovete semplicemente trovare un luogo sacro e un guru che vi guidi sul vostro cammino spirituale.

E tu, hai già trovato la tua meta?

Esisti, se ti utilizzo

Per certi versi, l’idea che le cose esistono in quanto sono utili per me presenta qualche analogia con un ragionamento del filosofo inglese George Berkeley, il quale nel Settecento aveva sostenuto che “esse est (is) percipi” (Trattato sui principi della conoscenza umana), ovvero ciò che possiamo dire delle cose è che noi le percepiamo, mentre di ciò che sta oltre tale percezione non possiamo dire niente.

Nella versione di quel principio inconsapevolmente praticata ai nostri giorni, il nostro interesse per le cose si esaurisce non appena sia superato l’orizzonte limitato della loro utilizzabilità: ciò che possiamo dire delle cose è che noi le utilizziamo.  Che esse possano avere un destino, cioè delle finalità intrinseche, che si possa eventualmente accordare il proprio comportamento al rispetto di tali condizioni è questione che non giunge a sfiorare il livello dell’azione dei singoli, esclusivamente orientata al godimento dell’esistente o, come dicevo all’inizio, alla propagazione della propria sfera.

A rappresentare il nostro consueto modo di vivere potrebbero essere chiamati i personaggi di Botero. Essi sono dilatati, come se avessero già o fossero in procinto di fagocitare ciò che li circonda, come se con la loro presenza tendessero a coprire lo sfondo che pure li fa esistere. Sarebbe fin troppo facile attribuire tale dilatazione alla dimensione fisica dei corpi ritratti. In realtà, ciò che colpisce è la dimensione simbolica di tale dilatazione. Essa rinvia alle nostre azioni, a quella continua ed ininterrotta fagocitosi del reale che rischia seriamente di obliterare lo sfondo, ciò da cui veniamo. Esso è così oscurato dalla nostra ombra ed erroneamente dichiarato inesistente.

Nella ricerca di un’assoluta visibilità senza contenuto, ci siamo trasformati, chi più chi meno, in influencer, crogiolandoci su successi temporanei che, tuttavia, se traguardati attraverso la lente dei valori, risulterebbero per ciò che sono: effimeri, passeggeri, vacui.

Podcast “La vita desta”