La fontana del villaggio

Quante volte ci hanno detto che siamo troppo generosi? Che non ci risparmiamo mai? Si tratta di un complimento, che in realtà segnala anche un problema: non sapersi dare dei limiti. E così sulla scia di una non del tutto corretta interpretazione del multitasking, sia che si tratti della vita di relazione sia che si tratti del lavoro, siamo come una fontana a cui tutti attingono senza limiti.

Ancora oggi, nella struttura di molti piccoli centri, nella piazza principale è collocata una fontana. È la classica “fontana del villaggio”, la fonte a cui tutti gli abitanti andavano per attingere l’acqua senza cui la vita non era possibile. La presenza della fontana era possibile anche perché tutto il villaggio si prendeva cura che il corso del fiume potesse scorrere liberamente, senza essere ingombrato dai rami degli alberi che, cadendo, inevitabilmente finivano con l’occupare il letto dei ruscelli vicini. In altri termini, c’era equilibrio, c’era una relazione armonica che permetteva alla fontana di essere fonte di vita.

Ovviamente, non c’è niente di male nell’improntare la propria esistenza ad una generale generosità. Tuttavia, quando tale scelta scaturisce dalla mancata tutela delle proprie prerogative e dei propri legittimi bisogni, allora si va incontro ad una postura sbilanciata. È questa la ragione per cui occorre non nascondere le proprie esigenze nel tentativo di giungere ad un rapporto equilibrato tra le proprie esigenze e quelle degli altri.

Quali sono i segnali dai quali ci possiamo accorgere che abbiamo bisogno di limiti?

Bene, riflettete per un momento su alcune domande. Vi sentite spesso stressati, sopraffatti o esauriti dalla quantità di lavoro che dovete fare? Trovate che fate fatica a dire di no alle richieste di amici, familiari e colleghi di lavoro? Vi ritrovate mai ad evitare certe persone che non vi fanno sentire a vostro agio?

Se avete risposto sì a una di queste domande, allora potreste avere un problema di limiti. Questo perché, per quanto diversi possano sembrare questi problemi, in realtà si riducono tutti allo stesso problema fondamentale: hai permesso ai tuoi bisogni di passare in secondo piano rispetto a quelli di qualcun altro. I limiti, quindi, consistono nel farsi valere per se stessi. Avere dei limiti sani significa poter contare sulle persone della tua vita per trattarti in un modo che ti faccia sentire a tuo agio.

Quando pensiamo ai confini, quelli che ci vengono in mente per primi sono i confini fisici del nostro corpo e dello spazio personale. Ma i confini fisici rappresentano, in realtà, solo un tipo di confine. Per esempio, abbiamo anche limiti sessuali, che riguardano la limitazione di argomenti di conversazione inappropriati, battute a sfondo sessuale e altri comportamenti che non siamo disposti a tollerare.

Poi ci sono i limiti intellettuali ed emotivi, che riguardano il rispetto delle nostre opinioni e dei nostri sentimenti da parte degli altri, anche se non sono d’accordo con noi. Abbiamo anche dei limiti materiali, che riguardano il modo in cui gli altri usano i nostri beni. E, infine, abbiamo limiti di tempo, che riguardano la garanzia che gli altri capiscano il valore del nostro tempo.

Certamente, molti di questi limiti sono codificati nella cultura, come lo spazio personale, quindi non dovrebbe essere necessario dichiararli. Tuttavia, altri confini sono più individuali, e sono quelli che dobbiamo comunicare. Per esempio, quando incontri qualcuno per la prima volta, potresti dover fargli sapere che sei più uno che stringe le mani che uno che abbraccia.

Naturalmente, stabilire dei limiti non è sempre facile. Ci preoccupiamo di essere visti come soffocanti, bisognosi o troppo sensibili. Potremmo anche preoccuparci di danneggiare la relazione rendendo le cose imbarazzanti.

Ma, a lungo andare, non porre limiti è controproducente.

Se permettiamo agli altri di calpestare continuamente i nostri confini, la qualità delle nostre relazioni inevitabilmente diminuirà.

Quindi, sì, porre dei limiti può essere scomodo. Ma, alla fine, il disagio a breve termine è un piccolo prezzo da pagare per avere relazioni funzionali e a lungo termine.

Uno sguardo d’insieme sulla vita

Nel simbolo taoista dello yin-yang, un cerchio che è metà scuro e metà chiaro, ci sono due punti. Nel cuore dell’oscurità, si può trovare la luce. E circondata dalla luce, l’oscurità è riconosciuta.

Meno astrattamente, il simbolo significa che anche se le cose non ci vanno bene nella vita, non dobbiamo essere insensibili alla felicità. E se le cose ci vanno bene e siamo felici, non possiamo ignorare la possibilità di soffrire in futuro. Il risultato di una tale integrazione – la capacità di accettare entrambi gli stati, profondamente, allo stesso tempo – è una felicità duratura.

La definizione di felicità della cultura occidentale di solito non fa spazio alla sofferenza. I media e i presupposti culturali suggeriscono che provare dolore o tristezza è vergognoso o degno di biasimo. E alla base di questi messaggi c’è l’aspettativa che dovremmo essere in grado di sopprimere qualsiasi sentimento di paura o perdita.

Il dolore è, per natura, un’esperienza isolante che può farci sentire disconnessi dall’umanità e dalla vita. Quando definiamo il dolore come inaccettabile, la vita diventa ancora più costrittiva. Ma se diventiamo disposti a relazionarci pienamente con la vita, inclusa la sofferenza, possiamo spostare il nostro cuore dall’isolamento alla vera connessione.

Un modo per arrivarci è la meditazione. Nella meditazione, impariamo a prestare davvero attenzione – a diventare consapevoli degli stati mentali costruttivi e ad incarnarli, e a lasciare andare quelli che non ci servono.

Il concetto buddista di Mettā

Il concetto buddista di “Mettā” non ha un esatto equivalente nella cultura occidentale. Tale concetto, infatti, comprende amore, gentilezza e amicizia. Nella nostra cultura, invece, l’amore è di solito associato alla passione o al sentimentalismo, che sono entrambi legati al volere o al possesso.

Il Buddha ha insegnato che gli stati di sofferenza, come la rabbia o la paura, sopprimono temporaneamente le forze positive come l’amore o la saggezza, ma non possono mai distruggerle. D’altra parte, una forza positiva come Mettā è così forte che può effettivamente sradicare le forze negative.

Se sei come la maggior parte delle persone, puoi guardare agli altri per scoprire se sei amabile o capace di provare amore. Facendo così, stai essenzialmente cercando un riflesso dell’innata radiosità che ci connota. In altri termini, stai cercando il tuo centro fuori di te. La consapevolezza interiore è essenziale per essere in grado di offrire “amore” genuino agli altri. Così, quando pratichiamo Mettā, è importante iniziare a dirigere l’amorevole gentilezza verso noi stessi.

Ecco una semplice meditazione che puoi provare. Per iniziare, siediti comodamente e chiudi gli occhi. Prova a lasciare andare l’analisi e l’aspettativa per i prossimi 10-15 minuti. Inizia a riflettere sul bene che c’è in te – ricorda un momento in cui sei stato generoso o premuroso, e prova piacere in questo pensiero. Se non ti viene in mente nulla, sposta delicatamente la tua attenzione su una qualità che ti piace di te stesso, o sul tuo desiderio di essere felice.

Classicamente, quattro frasi sono ripetute durante la pratica di Mettā:

1) “Possa io essere libero dal pericolo”.

2) “Possa io avere la felicità mentale”.

3) “Possa io avere la felicità fisica”.

4) “Possa io avere facilità di benessere”.

Ripeti queste frasi a te stesso, più e più volte.

Poi comincia a dirigere la tua pratica verso gli altri. Per prima cosa, passa al “benefattore” – qualcuno per cui sentite gratitudine e rispetto. Poi, concentrati su qualcuno nei cui confronti senti di essere neutrale. Dopo questo, sarai pronto a dirigere Mettā verso “il nemico” – qualcuno verso cui provi rabbia o paura. A questo punto, l’amore condizionato si dispiega in una forza incondizionata.

Se il dolore fisico sorge in qualsiasi momento della tua meditazione, cambia delicatamente la postura. Possono anche sorgere sentimenti di indegnità. Continuate a respirare, accettate la loro presenza, ricordate la bellezza del vostro desiderio di essere felici e tornate alle frasi.

Ostacoli del desiderio

Siamo pieni di desideri, non è vero?

Il desiderio ci spinge fuori da noi stessi, ci spinge ad essere migliori.

Non tutti la pensano così. Potremmo perfino dire che una tale mentalità è propria soltanto del mondo occidentale. Ci sono altre visioni possibili del desiderare. Nel mondo buddista, il desiderio assume perfino una connotazione negativa.

Con il desiderio, infatti, proietti tutte le tue speranze e i tuoi sogni di realizzazione su qualche oggetto. Ci si affeziona a questo incanto temporaneo, credendo che questo oggetto da solo ci renderà felici – e quando inevitabilmente non lo fa, soffrite.

Nel buddismo, l’attaccamento è chiamato la radice della sofferenza a causa delle due qualità che lo accompagnano: la ricerca e la protezione. Nella ricerca, si perde la felicità del semplice essere e si è sempre in uno stato di divenire il cui inevitabile correlato è la caduta, l’implosione della tensione verso l’oggetto perseguito. Inseguendo i desideri, si perde di vista ciò che si ha realmente e si finisce con un continuo senso di perdita o risentimento.

Vivere senza attaccamento significa essere tutt’uno con la propria vita, essere fermi e in pace. Con Mettā, non ci si concentra sul futuro – ciò che si vuole, di cui ci si preoccupa o da cui ci si deve difendere. La pratica rimuove il senso del tempo, l’aspettativa e la delusione in modo da poter semplicemente permettere alle cose di essere come sono.

Nella tua pratica Mettā, prenditi del tempo per riflettere sulla felicità. Per prima cosa, considera le cose che ti renderebbero felice. Ricorda di andare oltre la felicità condizionata o fugace. Poi, pensa a cosa significa per te l’amicizia. Il Buddha ha detto che mantenere una “saggia compagnia”, o avere buoni amici, è una delle più grandi risorse per la felicità e la libertà.

Dirigi l’amorevolezza verso te stesso per qualche minuto, e poi rifletti su un amico. Dite il suo nome, immaginatelo, sentite la sua presenza. Contempla le sue amabili qualità, deliziati del suo umano bisogno di essere felice, e dirigi le frasi di Mettā verso di lei. Se ti viene in mente un altro amico, permetti a te stesso di concentrarti su di lui. Se la tua mente vaga, torna delicatamente a ripetere le frasi.

Recuperare se stessi

La felicità viene davvero da dentro. Perseguendo il sentiero buddista dell’amorevolezza nella meditazione e nella vita quotidiana, puoi tornare in contatto con la tua bellezza intrinseca, imparare a liberarti degli stati d’essere improduttivi, sviluppare la compassione verso te stesso e gli altri, e liberare la tua mente. La tua ricerca ti condurrà alla realizzazione che sei profondamente connesso a tutti e tutto ciò che ti circonda – e con essa arriverà una gioiosa libertà che si traduce in una felicità vera e duratura.

Il diritto di essere se stessi

1. Sotto mentite spoglie

Pensare fuori dagli schemi, si sa, attira i giudizi dei conformisti. Ora, siccome a nessuno piace essere criticato, si tende a ridurre le occasioni in cui ciò può accadere. E così si vive sottocoperta, un po’ come quegli animali che, prima di agire, sentono con lo sguardo cosa c’è intorno.

Essere prudenti è, ovviamente, positivo. Tuttavia, oltre una certa soglia, la prudenza può dare luogo a condotte omissive: si preferisce non agire, per non incorrere in errori. In pratica, è come vivere con il freno a mano tirato.

Il punto è che non sempre l’individualità che ognuno di noi è può realizzarsi seguendo sentieri prefissati, cioè stando al riparo da ogni rischio. Dovremmo, perciò, capire quando la paura di sbagliare o di essere criticati si sia trasformata in qualcosa di più tossico che, inibendo le nostre azioni, arriva fino al punto di minare la fiducia in noi stessi.

Siamo noi stessi quando pensiamo con la nostra testa e quando agiamo coerentemente. Essere costantemente “sotto copertura”, se apparentemente ci fa sentire sicuri, a lungo andare può minare la fiducia in noi stessi.

Rinunciando ad agire in prima persona, infatti, viviamo la vita di un altro. Diventiamo anonimi, mentre pensiamo di fare il nostro interesse. Più passa il tempo in questo stato camaleontico, più la nostra identità si indebolisce.

2. Scardinare la concatenazione dei pensieri

La difficoltà di agire in modo appropriato può scaturire anche dal non riuscire a governare le proprie paure.

Una paura incontrollata può scaturire dal modo in cui i pensieri sono tra loro collegati. Non sempre, infatti, le concatenazioni dei pensieri sono funzionali. Le ansie e le preoccupazioni che accompagnano le nostre giornate possono insinuarsi all’interno dei pensieri ed alterarne il flusso. Quando ciò accade, è più facile giungere a conclusioni sbagliate. Il risultato è una situazione di smarrimento, di incertezza cronica, di disorientamento. Si può venire fuori da questo quadro problematico, cominciando con l’individuare le sequenze dei pensieri.

Isolare tali sequenze aiuta a cogliere il punto esatto in cui la disfunzione ha fatto il suo ingresso e a porvi rimedio. Una disfunzione è una alterazione logica, una reazione ipertrofica non fondata su alcuna premessa, un vero e proprio salto al buio. Bisogna trovare il coraggio di mettersi di fronte a tali alterazioni, “vederle in faccia” per così dire. Occorre ritrovare il ritmo naturale dei propri pensieri, isolando quelli molesti che, generati dalle ansie in eccesso, ci fanno andare fuori strada.

Se, volendo fare un esempio, non riesco a fare una passeggiata in campagna perché bloccato dalla idea che potrei essere inseguito dai cani che potrei incontrare, debbo in primo luogo mettere in sequenza i pensieri:

(1) Vado a passeggiare in campagna

(2) Sarò inseguito dai cani

Vedere la concatenazione è il primo passo per riconoscerne i motivi di illegittimità. Sarà, infatti, più facile rendersi conto che la reazione (2) è data per certa quando invece si tratta soltanto di un’eventualità. Potrò così ulteriormente interrogare i motivi per cui ciò accade, dedicandomi quel tempo speciale che è la cura di sé. Uno sguardo avvertito su se stessi, la consuetudine di tornare ad interrogarsi, ci aiuta a riordinare i pensieri, ad avere il governo di noi stessi.

Emozioni bollenti. Il conflitto nella vita di coppia

All’interno della vita di coppia, i conflitti sorgono quando le emozioni ribollono e voi ed il vostro partner smettete di comunicare efficacemente.

1.     Quando le “emozioni ribollono”?

Esiste qualcosa come una condizione emotiva di base, simile ad una omeostasi, in cui generalmente viviamo. Al suo interno, noi conduciamo tradizionalmente la nostra esistenza in equilibrio con le cose e con gli altri. In determinate condizioni, tale stato emotivo può alterarsi. Una moderata eccitazione emotiva ci tiene svegli e può migliorare le nostre prestazioni. Tuttavia, quando il livello moderato della eccitazione viene superato, i nostri sforzi si rivolgono a far tacere questo rumore che non ci permette più di vivere normalmente. Ciò che direttamente riguarda i rapporti di coppia è che in una condizione alterata cambia il ritmo delle nostre reazioni: se sei fuori equilibrio, infatti, è probabile che tu attacchi i comportamenti del tuo partner invece di dirgli come ti senti.

Facciamo questo esempio: se sei al ristorante, per ottenere quello che vuoi, devi dirlo al cameriere. Bene, per quanto strano possa sembrare, nelle comunicazioni di coppia succede qualcosa di molto simile: bisogna parlare espressamente. A volte, molti di noi evitano di farlo, dando per scontato che l’altro saprà leggerci nel pensiero e ci rimangono male quando tutto ciò non accade. Questo meccanismo di proiezione di nostri desideri inespressi sul comportamento dell’altro andrebbe interrotto. Quindi, non abbiate paura di dire: “Voglio parlare di come è andata oggi” oppure “Ho bisogno che tu mi sostenga”. Il risultato sarà miracoloso: ne uscirete entrambi più felici!

2.     Tempo e spazio condivisi

Quando in una relazione si sperimentano situazioni conflittuali, il tempo condiviso, trascorso insieme al partner, non è associato ad uno stato di calma, ma ad una eccitazione emotiva negativa. È per questo motivo che le reazioni sono diverse da quelle che avremmo avuto normalmente e, soprattutto, è per questo motivo che la ricomposizione del rapporto di coppia non può prescindere da un lavoro su se stessi che ci insegni a leggerci dentro e a ritrovare la bussola.

L’obiettivo da porsi è di condividere lo stesso spazio emotivo.

Ad un livello basilare, questo significa prestare attenzione all’altro più che ritirarsi nel proprio mondo.

Prestare attenzione significa essere presenti. Una volta che il partner sia al centro della vostra attenzione, potete impegnarvi in qualche attività di coppia. Non è necessario programmare vacanze in luoghi esotici, cosa peraltro oggi di difficile realizzazione. È sufficiente ritrovare il ritmo e la bellezza dello stare insieme che viene spesso posposto in ragione degli impegni o dei figli. Perché, allora, non andare al cinema insieme o uscire a prendere un gelato? Superare un conflitto richiede per entrambi i partner di reimparare il significato della leggerezza.

3.     I problemi e… le bollette

Tutto questo significa che non si incontreranno più problemi?

No, ovviamente.

Nella vita di coppia – ha spiegato Alan E. Fruzzetti, nel volume The High Conflict Couple – i problemi sono come le bollette: a volte, sono prevedibili e a volte saltano fuori all’improvviso.

Come comportarsi, quindi?

Il primo passo per gestire un problema è identificarlo. Sembra facile. Non lo è, perché spesso le discussioni deragliano e non si affrontano le questioni di fondo che le causano. Nelle discussioni, ricordate di essere specifici e di non generalizzare (“tu fai sempre così”). Se il problema è grosso, allora scomponetelo e provate a risolverlo una parte per volta. Nell’ipotizzare le soluzioni, agite come una squadra. Fate una lista e parlatene.

Praticando la mindfulness nelle vostre conversazioni e facendo uno sforzo per essere presenti nella vostra relazione potete iniziare a riconsiderare i vostri problemi. Se riconoscete anche le emozioni dell’altro,  potreste scoprire un percorso da seguire insieme.

Il triplice sentiero della ricerca dell’amore duraturo

Uno dei dolori più grandi che possono capitare nella vita di una persona è di non essere compresa appieno.

Non si tratta di fare i melodrammatici: le incomprensioni – lo sappiamo – non sono così rare, anzi potremmo dire che sono all’ordine del giorno.

Il fatto è che non essere compresi appieno non equivale ad una incomprensione passeggera.

Non essere compresi per ciò che si è, infatti, corrisponde ad un rifiuto nei confronti della parte più intima di noi stessi. Di conseguenza, il dolore che ne deriva non è riferibile solo ad una parte di noi, ma all’intero che siamo, la nostra stessa anima e si tratta di un dolore indimenticabile. Simone Weil, del resto, ci aveva già avvertiti: “Una sofferenza uniforme, trascorso un certo tempo, diventa intollerabile, perché l’energia che permette di sopportarla si esaurisce. Non è dunque vero che la sofferenza passata non conta più” (Quaderni, 2, 43).

Tra questi dolori incommensurabili c’è sicuramente il mal d’amore, il fatto di non riuscire a trovare una esatta corrispondenza nella vita affettiva e sentimentale. Si tratta di qualcosa di molto frequente cui si rivolge un vero e proprio mercato – le app o i siti di incontri – che sebbene sia patinato e glamour, una volta che sia riconosciuto nelle sue reali dinamiche, si rivela per ciò che realmente è: una transazione economica. Triste, non è vero?

Nella ricerca della felicità dal punto di vista affettivo bisognerebbe prestare attenzione ad alcuni elementi, che considerati insieme costituiscono una sorta di triplice sentiero dell’amore duraturo.

1) Non trascurare i “Core Gifts”. Ne parla Ken Page nel libro Deeper Dating. Si tratta dei “doni essenziali” che connotano la nostra personalità e ci rendono diversi dagli altri. Una vita affettiva appagante nasce nel momento in cui vi è una effettiva corrispondenza tra i doni essenziali di entrambi i partner. È questo il motivo per cui, se vogliamo costruire qualcosa di stabile, occorre dedicare del tempo a conoscere se stessi. È su questo “possesso”, infatti, che si può costruire la stabilità di una relazione affettiva. Ancora una volta, dunque, vale ribadire che la meditazione, che ci permette di portarci più vicini a ciò che siamo, non è una fuga dal mondo, ma l’esatto contrario. Quando, invece, i “Doni Essenziali” non sono riconosciuti, allora ci sentiamo rifiutati di un rifiuto profondo e non marginale ed incorriamo in quel dolore incommensurabile di cui parlavamo all’inizio.

2) Come mai siamo spesso attratti da chi alimenta le nostre insicurezze? Bisogna sapere riconoscere due tipi di attrazione: l’attrazione di privazione e l’attrazione di ispirazione. Entrambe creano attaccamenti profondi, ma solo la seconda incentiva i nostri doni essenziali, facendoci sentire realmente a nostro agio ed accettati in ogni modo possibile. La prima, invece, crea dipendenza, subalternità. Di conseguenza, ci sentiamo criticati, inadeguati o costretti ad elemosinare affetto da persone che sono emotivamente più disponibili. L’amore, si sa, ci rende vulnerabili.

3) Gestire la paura. Proprio perché tutti sappiamo, per averlo sperimentato almeno una volta nella vita, cosa significhi il dolore di non essere riconosciuti per ciò che siamo, tendiamo a sottrarci a tutte le occasioni in cui ciò può accadere di nuovo. Si tratta di una sorta di “postura antalgica”, simile a ciò che accade quando ci feriamo ad una parte del corpo e tendiamo ad assumere una posizione che ci eviti di sentire dolore nella parte ferita. Quando incontriamo persone che sono gentili, amorevoli ed emotivamente disponibili, alcuni di noi fuggono: è un modo di proteggerci, è una postura antalgica. In quel caso, siamo sabotatori di noi stessi. Un altro modo in cui la nostra paura dell’intimità si manifesta è ciò che Page chiama “l’onda di distanziamento”. Può assumere varie forme: perdere l’affetto per qualcuno da cui siamo stati inizialmente attratti; prendere in considerazione esclusivamente i suoi difetti o convincersi che, in fondo, non abbiamo tempo per una relazione. Quando arriva l’onda, il nostro istinto è di scappare. Buone notizie! L’onda può essere gestita, attraverso una buona dose di consapevolezza. Occorrerà allora ricordare che il nostro affetto non è scomparso, ma è stato solo sepolto dalla paura.

In conclusione, se volessimo ridurre ad un’unica indicazione la ricerca dell’amore autentico a cosa dovremmo mirare?

C’è un pensiero di Roland Barthes che sembra adattarsi bene a questo scopo. L’altro, se è altro, deve essere – in modo permanente – inclassificabile, atopico, senza collocazione categoriale: “indovino – dice lo studioso francese – che la vera originalità non è né in me né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione. Ciò che bisogna conquistare è l’originalità della relazione”.

In cerca dell’ospite misterioso. Le tre vie per ritrovare se stessi nella preghiera

“L’uomo – ha scritto Carlo Maria Martini – è un perenne insoddisfatto, anche quando è apparentemente appagato di tutto. E questo avviene perché la vita di ciascuno di noi ha nostalgia di potersi riavvicinare all’Amore che l’ha generata” (Martini 2012, 840).

È così: molto spesso siamo presi da una inquietudine di fondo, non riferita a qualcosa di episodico, ma per così dire più strutturale. Nonostante proviamo a distrarci vedendo un amico, facendo yoga o trascorrendo del tempo su internet, tale sentimento di fondo – simile, ma non uguale, alla tristezza – ci accompagna ostinatamente. Si cerca di dimenticarlo, facendo finta di nulla, ma rimane lì, come un ospite misterioso. Molti di noi continuano a condurre la propria esistenza tra alti e bassi, abituati ad ignorare questo abitante silenzioso della nostra interiorità.

C’è anche un altro modo per affrontare l’ospite misterioso ed è di mettersi di fronte a lui, di provare a “vederlo” bene, di porsi in ascolto di ciò che vuole dirci. Certo, andare incontro al mistero è più facile a dirsi che a farsi. In fondo, però, quale alternativa rimane? Possiamo davvero pensare di trascorrere l’intera nostra esistenza, sormontati da una inquietudine che non ci permette di esprimere appieno il nostro potenziale?

Iniziare questo percorso alla scoperta di questa parte misteriosa di sé coincide con l’avvio della vita spirituale. A questo livello, la naturale e fisiologica incertezza cede il passo ad una sorta di riverenza[1], un atteggiamento di fiducioso rispetto nei confronti di ciò che, seppure ancora misterioso, in qualche modo ci convoca alla sua presenza. Il convocare, se vogliamo essere coerenti con la sua etimologia, significa “essere chiamati per nome”. Dunque, ricapitolando, c’è una parte misteriosa di me, che mi sollecita a muovermi nella sua direzione e, per farlo, mi chiama per nome.

Questa chiamata corrisponde non ad una dinamica impersonale, ma a qualcosa di personale. “Io” mi sento chiamato.

James Martin, un gesuita americano, già autore di saggi sulla vita interiore, alcuni dei quali pubblicati in italiano come la celebre Guida del gesuita… a quasi tutto (San Paolo), ha appena pubblicato Learning to Pray. È un libro in cui si riflette esattamente su che cosa sia questa “chiamata” che viene a colmare la nostra inquietudine. Per Padre Martin questa chiamata ha un nome: preghiera.

Qui veniamo un po’ colti di sorpresa: generalmente pensavamo che la preghiera fosse una reiterazione di formule o qualcosa destinato ad un “pubblico” specifico. È, infatti, difficile negare che nell’immaginario contemporaneo, “attori” della preghiera siano persone di una certa età, inclini al bigottismo o alle inalazioni di incenso.

Nelle parole di Padre Martin, invece, la preghiera è una specie di lotta che riguarda tutti e i cui esiti non possono essere dati per acquisiti, tanto meno ritenuti un possesso da esibire come un trofeo, come alcuni credenti impunemente fanno, pensando che nessuno si accorga del danno alla vera fede da essi inferto.

Quali sono, secondo Padre Martin, gli altri elementi da tenere presente quando parliamo di preghiera?

1) Pregare è flessibile. Sembra uno slogan, ma è un modo per indicare che si tratta di sviluppare una relazione personale con Dio. La preghiera è per tutti. Cogliere questo aspetto della preghiera è una esperienza in grado di cambiare la vita;

2) Perché dovremmo pregare? Dio vuole conoscerci ed avere una relazione con noi. Il nostro desiderio di affrontare l’inquietudine ne è la prova. Nel profondo di noi stessi, c’è un desiderio naturale di completamento, possibile solo ponendosi in relazione con colui che ci ha creati.

3) Quante concezioni esistono della preghiera? Ne esistono molte. Secondo Giovanni Damasceno, un monaco vissuto in Siria nell’ottavo secolo, la preghiera è “l’elevazione della propria mente e del proprio cuore a Dio o la richiesta di cose buone”. Secondo questa prospettiva, la preghiera è un approccio dal basso. Pregando, noi facciamo memoria della nostra posizione nell’ordine cosmico. Ecco perché nella definizione di Giovanni Damasceno si parla di “elevazione”. Un’altra definizione risale a Teresa d’Ávila, una monaca spagnola del XVI secolo secondo cui la preghiera è niente “altro che una stretta condivisione tra amici”. Immaginate – dice Padre Martin – di ritrovare una vecchia amica a cena. Non vi vedete da molti anni, ma quando vi sedete, voi dite: “Scusa, ho solo cinque minuti: inizia a parlare!”. Non sarebbe assurdo? Bene, nei confronti del nostro più grande “amico”, Dio, noi ci comportiamo nello stesso modo. Ecco il motivo per cui dovremmo trascorrere con Dio più tempo di quello solitamente riservatogli. Un terzo modello di preghiera risale a Teresa di Lisieux, vissuta alla fine dell’Ottocento in Francia. Per Teresa la preghiera è amore e intimità. Per la precisione è: “uno slancio del cuore, uno sguardo verso il cielo e un grido di riconoscimento e di amore, che abbraccia sia la prova che la gioia”.

Papa Francesco spiega il rapporto tra meditazione e vita cristiana

Quando si prega, si guarda verso il cielo e, in modo misterioso, è proprio lì che troviamo noi stessi. Qui Teresa attinge al Salmo 42 dove è scritto che “Un abisso chiama l’abisso”. Si tratta di un riconoscimento liberatorio. Infatti, quando si è pienamente riconosciuti, si può parlare liberamente e apertamente.

Quando dopo un viaggio si ritorna a casa si ritrovano le cose familiari. Non è infrequente che esse siano viste con uno sguardo un po’ diverso da quello che avevamo prima di partire.

Per certi versi, le prospettive dischiuse da Learning to Pray assolvono la stessa funzione: non ci sentiamo più “soli” di fronte all’inquietudine che accompagna le nostre giornate. Scopriamo che esse sono costitutive del nostro stesso essere e che, in qualche modo, non ostruiscono ma anzi ci instradano verso una vita di pienezza per il tramite di una relazione personale con ciò da cui veniamo.

La tradizione, quella stessa tradizione da cui è oggi di moda prendere le distanze, ha dato a questa relazione personale il nome di preghiera. Essa è la forma assunta dal nostro essere nomadi sul cui valore proprio Carlo Maria Martini ha scritto riflessioni profonde: “Nomadi. Questa è la condizione reale, oggettiva, di ognuno di noi, di ogni famiglia, di tutti su questa terra. Ma siamo capaci di vivere così? Viviamo come pellegrini o come gente arrivata, sistemata? Come forestieri o come gente che ha messo qui le radici, come se non dovesse mai più andare via? Come zingari in una tenda, o come signori che cercano solo di stare bene, comodi, tranquilli, senza pensare al tempo che passa, al bene che resta, ai fratelli che tendono la mano?” (Martini 2012, 840).

Riferimenti bibliografici

Martini, Carlo Maria. 2012. Le ragioni del credere: scritti e interventi. Milano: A. Mondadori.

Pontiggia, Virginio, Carlo Maria Martini, e Cattedra dei non credenti. 2015. Le cattedre dei non credenti.


[1] È ancora Martini a segnalare che: “La preghiera appare come un continuo atto creativo, un accendersi continuo della speranza. Quando ci si apre alla realtà e ci si abbandona alla meraviglia, alla riverenza, si può guardare quella realtà con occhi pieni di amore e allora la si ringrazia e la si loda perché esiste” (Pontiggia, Martini, e Cattedra dei non credenti 2015, 190).

La mappa e la bussola. Trasformare un fallimento in un successo

Spencer Silver è un ricercatore della 3M al quale nel 1968 era stato affidato il compito di sviluppare un nuovo tipo di colla, particolarmente resistente. Nonostante tutti gli sforzi, il risultato era stato di giungere a realizzare una colla scarsamente appiccicosa.

Alexander Fleming era uno scienziato inglese, scomparso nel 1955. Un giorno, tornato nel suo laboratorio, si era reso conto che alcune capsule di Petri, il classico recipiente piatto di forma cilindrica generalmente utilizzato negli esperimenti, erano state accidentalmente lasciate scoperte. Fu dunque sorpreso di scoprire che nelle capsule era comparsa una muffa intorno a cui i batteri infettivi su cui stava svolgendo le sue ricerche erano praticamente scomparsi.

Come reagirono i due uomini di fronte a ciò che era successo?

Spencer Silver, insieme al suo collega Arthur Fry, decise di verificare quali possibilità di sviluppo industriale vi fossero per la colla scadente che aveva scoperto. Da quella intuizione, nacquero così i Post-it che tutti noi conosciamo.

Il dr. Fleming trasse da quella occasionale scoperta un insegnamento più generale e così nacque la penicillina. Per questa scoperta gli fu conferito il Premo Nobel nel 1945.

In pratica, sia Spencer Silver che Alexander Fleming erano stati in grado di trasformare un fallimento in un successo.

Generalmente, noi lasciamo che un errore interrompa il ritmo del nostro cercare. Per questo, sbagliare è visto come un evento definitivamente negativo. In genere, un errore non è un incentivo a cercare meglio, ma una sorta di buco nero in grado di assorbire ogni nostra energia ed ogni sviluppo ulteriore delle nostre ricerche. Per questo, nei due episodi citati il modo di reagire all’errore non è affatto scontato o rubricabile come qualcosa di eccezionale, compiuto da uomini straordinari.

In che modo, Silver e Fleming trasformano un fallimento in un successo?

La serendipità

Per indicare un tipo di scoperta avvenuta in modo inaspettato esiste un termine specifico: serendipità. Il conio della parola risale al 1754 ad opera dello scrittore inglese Horace Walpole.

Oggi, gli studiosi ci aiutano a considerare la serendipità non come un singolo evento eccezionale, ma come un processo. Essa è il risultato di semi piantati nei mesi precedenti, attraverso un atteggiamento volto a valorizzare tutto ciò che ci accade.

Che cosa significa esattamente “valorizzare”ciò che ci accade? Per dirlo con una immagine, la serendipità consiste nel collegare i puntini rimasti sottotraccia.

Nei due esempi da cui siamo partiti, la trasformazione di un fallimento in un successo fu dovuta alla perseveranza, alla curiosità, all’apertura nei confronti di altre possibilità da parte dei due protagonisti.

È facile sviluppare un tale approccio mentale? Non sempre.

Occorre in primo luogo superare alcuni ostacoli:

  1. Sottovalutare l’imprevisto. Capita ogni volta che pensiamo che la vita sia piena di cose prevedibili e già viste;
  2. Anticipare la realtà. Consiste nell’andar incontro agli eventi della vita, anteponendo sistematicamente tutto ciò che già conosciamo. È, questo, un modo per depotenziare il carattere di novità che potrebbe scaturire dalle cose;
  3. Il post-razionalismo. Spesso si tende a guardare indietro a un evento insolito e a trasformarlo in qualcosa di prevedibile. In effetti, è più comodo pensare a tutto ciò che accade come una parte sensata e coerente di una narrazione già in atto piuttosto che a qualcosa di inedito che si presenta per la prima volta di fronte a noi.

Pensare la serendipità come un processo significa allora anche essere perseveranti e pazienti. Non importa se la nostra strada potrà essere costellata da insuccessi, esperimenti falliti e mancanze. Ciò che conta è considerare ogni singolo evento negativo come un seme di qualcosa di positivo che potrà svilupparsi nel futuro.

Concludendo, avere un piano, cioè sapere che cosa si vuole cercare di ottenere nella vita, è importante. Infatti, per trovare i luoghi dove le opportunità di ottenere il successo sono alte, è necessario avere un piano. Ma un piano troppo rigido – cioè una mappa chiaramente definita – può rivelarsi controproducente. Molto meglio scambiare la mappa con una bussola. Se conoscete la direzione generale in cui volete andare, sarete in grado di adattarvi se il paesaggio cambia intorno a voi. Richiede coraggio e fiducia in se stessi, ma percorrere il proprio cammino vi porterà a opportunità che potrebbero cambiare la vostra fortuna.

La ragione meditativa

Se qualcuno ci dicesse che scopo del ragionare – e del ragionare bene – è “fare completa luce” quando ci sono delle incertezze, nessuno – credo – avrebbe da obiettare alcunché. In effetti, la vita quotidiana è costellata di tante e tali complicazioni che è del tutto naturale andare in cerca di soluzioni che semplifichino e rendano la vita un po’ più semplice.

In questo tempo delicato, in cui stiamo fronteggiando la pandemia, è interessante notare quale sia la reazione di fronte a quanti avanzino, in buona fede, perplessità o dubbi su uno dei temi al centro delle discussioni politiche (che si tratti di dubbi relativi ad una particolare scelta politica o all’efficacia dei vaccini).

Generalmente si tende a reagire con un senso di fastidio, riferito non tanto al merito del dubbio, ma al dubitare stesso, come se venisse a complicare inutilmente la realtà.

L’impressione è che lo spazio del dubbio sia venuto trasformandosi in un fastidio cui si rinuncia volentieri.

E così, i pensieri di coloro che invitano a frequentare il dubbio sembrano oramai formulati in una lingua di cui sia scomparso il lessico.

Per questo, non è banale sforzarsi di frequentare nuove forme espressive per comunicare.

Non si tratta di una scelta dettata da un estrinseco gusto della varietà. È, invece, una reale esigenza che nasce per la sua “inscape”, cioè per la sua qualità intrinseca.

E, allora “Quel fare completa luce” di cui parlavo all’inizio, quando diventi l’orizzonte esclusivo in cui le nostre azioni si collocano rischia di diventare un fattore di debolezza più che di forza.

E questo è paradossale, incredibilmente.

In proposito, c’è una intensa riflessione di Flannery O’Connor in Natura e scopo della narrativa: “La mente che sa capire – diceva la scrittrice – non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà, attraverso il contatto con il mistero”

A handful of sand

It has happened to all of us, at least once, to realize that things were different from what we thought. It can happen when you look at a painting.

In 1533 Hans Holbein the Younger painted The Ambassadors, in which he portrayed two illustrious men of his time. The two men are surrounded by a series of objects (books, a map of the sky and the earth) that refer to the power they possess. All the clues seem to suggest that the painting, while depicting the two men, is at the same time a way of referring to man’s power over the world. Just as we convince ourselves that we have grasped the meaning of the painting, we notice that at the feet of the ambassadors is a strange figure that we at first struggle to recognize exactly. In fact, Holbein has painted an anamorphic object that can only be seen from a certain position.

The strange object turns out to be a skull and its presence profoundly changes the meaning of the painting. Thus, we were convinced that we were dealing with a representation of the power of man, but instead we are dealing with a representation of man’s impotence in the face of death. This is exactly the opposite of our first conclusion.

The wonder that pervades us in the case of Holbein’s painting is something that can also happen in life when our expectations are overtaken by events or something new.

Being proved wrong can happen more than once. So, we ask ourselves, how do we realize that we are wrong in an assessment? How do we open our eyes?

There is a beautiful expression by Edith Stein. With regard to the search for meaning, the philosopher said that we must “look at the world with our eyes wide open”.

Not being caught unprepared by unforeseen situations means taking into account the possibility of that happening.

So, yes, we can be wrong in our assessments or choices and it should not be a drama to admit it.

Mistakes can happen, but they are more likely to happen when we are so confident that we even rule out the possibility of things being different from what we thought. This is the threshold at which a legitimate confidence turns into something else: a presumptuous superiority, more insidious the more unconscious it is.

Il viaggio dentro di sé

Questa settimana abbiamo letto Inner Engineering del mistico e yogi indiano Jaggi Vasudev, comunemente conosciuto come Sadhguru.

Le nostre domande al testo:

Più il mondo occidentale sembra girare velocemente, più grande diventa il nostro desiderio di un’ancora mentale stabile. Molti praticano lo yoga per sfuggire alla frenesia quotidiana. Sfortunatamente, per la maggior parte di noi, lo yoga è solo un esercizio fisico per preparare il nostro corpo alla prossima maratona lavorativa. Ma lo yoga è più di un corso di mantenimento della forma fisica. Lo yoga è una filosofia e una forma di preghiera. Lo yoga si rivolge ai centri energetici del corpo e affina la mente.

Qual è la sede della felicità?

Che valore ha l’equilibrio tra la mente, il corpo e le emozioni?

Quale rapporto tra l’identità ed il viaggiare?

1.     Felicità

Avete notato quanto sia difficile trovare la felicità? La risposta breve è che allontanarsi dal proprio vero io per avere successo nel lavoro è efficace solo inizialmente. Come dimostra una storia indiana, tale sbilanciamento a favore del lavoro non porta a una soddisfazione duratura.

La storia recita così:

Un giorno, un fagiano si lamentò con un toro, dicendo: “le mie ali sono così deboli che non riuscirò mai a raggiungere la cima di questo albero e a godermi il panorama”. Il toro disse che il fagiano avrebbe dovuto mangiare un piccolo pezzo di sterco ogni giorno. In questo modo sarebbe diventato più forte, e alla fine il fagiano sarebbe stato in grado di raggiungere i rami più alti. Il fagiano seguì il consiglio del toro e funzionò. L’uccello divenne più forte e alla fine fu in grado di volare in alto, appollaiandosi sulla cima dell’albero. Poi passò un contadino. Vedendo il grande e succulento fagiano sul ramo, lo tirò giù dall’albero e lo cucinò per cena.

Lo stesso vale per le persone: le stronzate ti porteranno solo fino a un certo punto!

Per trovare veramente l’appagamento, dovete notare come sperimentate il mondo dentro di voi. Questa è la chiave, poiché le persone tendono a fissarsi sul mondo esterno, convinte che sia lì che si trovano tutte le loro esperienze ed emozioni – negative o meno.

Tuttavia, questa è solo un’illusione. Per esempio, quando leggete un libro, dov’è il libro che state vedendo?

Qualsiasi persona razionale direbbe che è nelle sue mani, fuori di sé. Ma quando leggete, la luce cade sulle pagine, si riflette nei vostri occhi e si proietta sulla vostra retina. Il libro è visto dentro di essa. Proprio come ogni altra cosa nel mondo esterno, è dentro di te.

Afferrare questo concetto è essenziale, poiché la fissazione del mondo esterno impedisce a molte persone di trovare la realizzazione.

2.     Equilibrio

Probabilmente sapete già che il lavoro di squadra è essenziale per il successo. Lo stesso vale per un organismo individuale. Per funzionare correttamente, le diverse parti del vostro essere devono lavorare in sincronia.

Quindi, per raggiungere l’illuminazione, devi creare una stretta cooperazione tra il tuo corpo, la tua mente, le tue emozioni e la tua energia. Questo principio è splendidamente descritto in un’altra storia tradizionale indiana.

Quattro yogi stavano camminando nella foresta. Uno credeva fermamente nel potere dello yoga fisico, il secondo nello yoga della mente, il terzo nello yoga della preghiera e il quarto nello yoga dei chakra, o centri corporei di energia. Ognuno credeva che il suo metodo fosse supremo. Improvvisamente, cominciò a piovere e tutti gli yogi cercarono riparo in un antico tempio. Questa struttura non aveva muri ed era un semplice tetto su pilastri con una divinità al suo centro. Mentre la tempesta peggiorava e la pioggia cominciava a battere nel tempio, gli yogi si raggrupparono intorno alla divinità, abbracciandola infine insieme. In quel momento, Dio apparve loro. Ma erano perplessi. Perché Dio è apparso ora, quando avevano trascorso la loro vita lavorando e pregando per lui? Dio si mise a ridere e disse che era perché i quattro avevano finalmente unito le loro forze.

Esattamente la stessa unità è richiesta ad un individuo che cerca l’illuminazione; lo yoga è uno strumento per raggiungere questa connessione mettendo insieme il corpo, la mente, le emozioni e l’energia.

Secondo la filosofia yogica, se il corpo è in equilibrio ma la mente desidera il cibo o il sesso, il corpo cadrà rapidamente fuori equilibrio. Lo stesso vale per le emozioni e l’energia. Per raggiungere il vero equilibrio, è necessario meditare, praticare yoga fisico, pregare e fare esercizi che influenzano i centri energetici.

3.     Il viaggio

Molte persone ancora ritengono che gli insegnamenti spirituali siano qualcosa di esoterico. Anche quelli di noi che prendono sul serio la spiritualità spesso si chiedono da dove cominciare.


C’è una “Distinzione tra coloro che restano nella caverna,
chiudono gli occhi e immaginano il viaggio, e coloro
che lo fanno” Simone Weil

Viaggiare è un ottimo punto di partenza. Dopo tutto, ci sono luoghi sulla terra che immagazzinano energia spirituale.

Per anni, gli yogi e i mistici sono stati frustrati dalla mancanza di attenzione della gente alla loro conoscenza. Questa frustrazione ha fatto sì che prima di lasciare la terra, “scaricassero” la loro conoscenza ed energia spirituale in luoghi remoti ma accessibili come le cime delle alte montagne.

Un esempio è il monte Kailash in Tibet, che ospita un’enorme biblioteca spirituale ed è considerato sacro dalla maggior parte delle nazioni orientali. Infatti, gli indù e i buddisti lo considerano la casa dei loro dei.

Un altro di questi luoghi sacri è un piccolo tempio chiamato Kedarnath nell’Himalaya. Questo luogo religioso è dedicato al dio Shiva.

Quindi, l’energia mistica è immagazzinata in certi luoghi, e visitare questi siti è un ottimo modo per trovare l’illuminazione e per guarire. C’è una ricchezza di saggezza e di energia nel mondo, che aspetta di essere scoperta!

Ecco perché l’autore ha fatto un pellegrinaggio al Monte Kailash nel 2007. La sua salute era in declino da anni, e i medici avevano difficoltà a diagnosticare la sua malattia. Arrivando a Kailash, l’autore ha iniziato a collegare la sua energia con l’energia della montagna. Quasi immediatamente cominciò a guarire. L’energia è tornata nel suo corpo e, dopo poche ore dal suo arrivo, sembrava essere un uomo più giovane. Per molti cercatori di questo tipo, questa è la strada per un viaggio spirituale. Dovete semplicemente trovare un luogo sacro e un guru che vi guidi sul vostro cammino spirituale.

E tu, hai già trovato la tua meta?