La responsabilità cruciale

Le nostre domande al testo

1. Perché alcune comunicazioni, soprattutto nella vita di coppia e nella vita lavorativa non funzionano? È vero che c’è un errore – il cosiddetto “errore fondamentale di attribuzione” -che compiamo senza accorgercene?

2. Il rispetto e l’attenzione nei confronti dell’altro sono due elementi decisivi per la buona riuscita di una comunicazione. Eppure, sono anche le due dimensioni più trascurate. Come possiamo averne maggiore consapevolezza?

3. Uno dei modi più incisivi, per indurre qualcuno ad agire è di evidenziare le conseguenze del suo agire di cui potrebbe non essere consapevole.

4. Nonostante tutti gli sforzi, comunicare continua ad essere difficilissimo. È il segno che ci sono “barriere” invisibili. In quei casi, continuare a concentrarsi esclusivamente sui contenuti del nostro comunicare è perfettamente inutile.

5. Senza che ce lo aspettiamo, il clima di uno scambio comunicativo può improvvisamente mutare. Sappiamo come comportarci in quei casi?

6. Sappiamo fare attenzione alle emozioni del nostro interlocutore? Sappiamo “leggere” il suo linguaggio del corpo?

1. L’errore fondamentale

Immaginate che un uomo voglia discutere di una promessa che la sua ragazza non ha mantenuto. Tuttavia, la discussione degenera subito e i due iniziano ad urlare. Lui sostiene che lei non aveva intenzione di mantenere la promessa. Vedendo la reazione del fidanzato, lei pensa di avere una buona ragione per lasciarlo. La comunicazione è impossibile. Siamo di fronte ad un problema che gli autori del libro chiamano di “accountability”, cioè la responsabilità. Il punto è: per comunicare bene, bisogna evitare le supposizioni.

C’è un errore che comunemente commettiamo: è il cosiddetto “errore fondamentale di attribuzione”. Si tratta della tendenza ad assumere che la causa del comportamento sbagliato degli altri è che sono “imperfetti”.

Di fronte ad un comportamento altrui che ci lascia interdetti, noi formuliamo un giudizio negativo prima ancora di aver ascoltato ciò che gli altri hanno da dire. Pensate ad una donna sorpresa a rubare medicine. Qual è la cosa che ci viene immediatamente in mente? Quella donna è disonesta! Ma cosa succederebbe se considerassimo altre possibili motivazioni di quel gesto? E se la donna stesse rubando le medicine perché ha un familiare gravemente malato e lei non può permettersi medicine costose? Se vogliamo che le conversazioni vadano a buon fine, dobbiamo silenziare le storie negative che in automatico ci raccontiamo sugli altri.

2. Rispetto ed attenzione

Ci sono due cose principali che contribuiscono a sentimenti di insicurezza durante una conversazione di responsabilità.

La prima è la mancanza di rispetto, che si manifesta nel tono, nel modo di parlare e persino nel linguaggio del corpo. La seconda è la mancanza di attenzione per gli obiettivi e gli interessi dell’altra persona.

Per prima cosa, affrontiamo il rispetto. Questo inizia con il modo in cui vedete gli altri. Se pensate che siano persone ragionevoli e rispettabili, è probabile che vi avviciniate a loro come tali. Anche chiedere il permesso di discutere un problema dimostra rispetto, specialmente quando si trattano argomenti delicati o si parla con chi ha più autorità. Occorre avere la massima considerazione per gli interessi degli altri. Solo quando tale considerazione sarà effettiva, la conversazione di responsabilità potrà iniziare.  

Per fare questo con successo, cercate di riferire i fatti, senza ricorrere ad accuse o conclusioni. Spiegate il divario tra ciò che vi aspettavate e ciò che è realmente accaduto. Poi aggiungete le vostre conclusioni, usando frasi provvisorie come “pensavo” e “mi chiedevo”. Questo linguaggio segnala che le tue conclusioni potrebbero essere sbagliate e che sei interessato a conoscere la posizione dell’altra persona.

3. Conseguenze

Molte persone sentono la parola “conseguenze” e immaginano cose come la punizione o il licenziamento. Ma usare le conseguenze per motivare non significa necessariamente ricorrere alle minacce di punizione. Tutte le azioni e i comportamenti hanno le loro conseguenze naturali. Per esempio, un uomo che fa costantemente battute sarcastiche a sua moglie finirà per allontanarla. Attirando l’attenzione sulle conseguenze naturali delle azioni di qualcuno, potete spingerlo a fare la cosa giusta.

Durante la vostra discussione sulla responsabilità, evidenziate le conseguenze naturali di cui l’altra persona potrebbe non essere consapevole. Queste includono benefici a lungo termine che valgono lo sforzo a breve termine, risultati che si allineano con i valori della persona, o problemi futuri collegati al suo comportamento attuale. Potete anche descrivere come altre persone sono influenzate negativamente dalle loro azioni. Mentre spiegate tutto questo, permettete all’altra parte di condividere il suo punto di vista. Potrebbero illuminarvi con conseguenze a cui non avevate pensato, il che potrebbe cambiare la vostra opinione.

4. Barriere

A volte, le discussioni sulla responsabilità rivelano che ci sono delle barriere che impediscono alle persone di soddisfare le aspettative. Quando questo accade, rivolgete la vostra attenzione alla rimozione di queste barriere in modo che possano portare a termine il loro lavoro. Ma non dovete affrontarlo da soli. Infatti, coinvolgere gli altri è un passo importante, che vi aiuta a capire gli ostacoli dalla prospettiva delle persone più vicine. E quando le persone contribuiscono a trovare soluzioni, si impegnano di più ad attuarle.

5. Gestire l’inaspettato con la flessibilità

Non sarebbe fantastico se tutto andasse secondo i piani? Sfortunatamente, non è così che funziona il mondo, comprese le conversazioni di responsabilità.

Certo, si può andare pronti a motivare e risolvere i problemi, sapendo esattamente di cosa si vuole discutere. Poi, di punto in bianco, salta fuori qualcosa di imprevisto – un problema ancora più grande, forse, o una reazione esplosiva dell’altra persona.

Sappiamo che il clima è importante per una discussione produttiva, ma come gestire un cambiamento di clima inaspettato?

La risposta sta nella capacità di essere flessibili. Iniziate spiegando che state cambiando l’argomento e che tornerete alla questione originale più tardi. Pensate a questo come a mettere un segnalibro nella conversazione.

Dopo aver annunciato il cambiamento, gestite il nuovo problema nello stesso modo in cui avreste affrontato quello originale. Stabilite la sicurezza, spiegate le conseguenze naturali ed esplorate le potenziali barriere e soluzioni. Potete poi rituffarvi nel problema originale, o tornarci un’altra volta.

6. Le emozioni intense

Se sorgono emozioni intense, scoprite cosa le sta causando in quel momento. Questo vi aiuterà a gestirle efficacemente in modo che la conversazione possa continuare. Chiedete cosa sta provando l’altra persona e perché. Gli altri potrebbero dire che stanno bene, ma il loro linguaggio del corpo e il loro atteggiamento suggeriscono il contrario. Fai notare questa incongruenza e incoraggiali ad aprirsi. Quando condividono le ragioni dietro le loro emozioni, ripetete quello che hanno detto con le vostre parole. Parafrasando, rendete chiaro che state ascoltando e allo stesso tempo avete la possibilità di chiarire qualsiasi cosa abbiate frainteso.

Esisti, se ti utilizzo

Per certi versi, l’idea che le cose esistono in quanto sono utili per me presenta qualche analogia con un ragionamento del filosofo inglese George Berkeley, il quale nel Settecento aveva sostenuto che “esse est (is) percipi” (Trattato sui principi della conoscenza umana), ovvero ciò che possiamo dire delle cose è che noi le percepiamo, mentre di ciò che sta oltre tale percezione non possiamo dire niente.

Nella versione di quel principio inconsapevolmente praticata ai nostri giorni, il nostro interesse per le cose si esaurisce non appena sia superato l’orizzonte limitato della loro utilizzabilità: ciò che possiamo dire delle cose è che noi le utilizziamo.  Che esse possano avere un destino, cioè delle finalità intrinseche, che si possa eventualmente accordare il proprio comportamento al rispetto di tali condizioni è questione che non giunge a sfiorare il livello dell’azione dei singoli, esclusivamente orientata al godimento dell’esistente o, come dicevo all’inizio, alla propagazione della propria sfera.

A rappresentare il nostro consueto modo di vivere potrebbero essere chiamati i personaggi di Botero. Essi sono dilatati, come se avessero già o fossero in procinto di fagocitare ciò che li circonda, come se con la loro presenza tendessero a coprire lo sfondo che pure li fa esistere. Sarebbe fin troppo facile attribuire tale dilatazione alla dimensione fisica dei corpi ritratti. In realtà, ciò che colpisce è la dimensione simbolica di tale dilatazione. Essa rinvia alle nostre azioni, a quella continua ed ininterrotta fagocitosi del reale che rischia seriamente di obliterare lo sfondo, ciò da cui veniamo. Esso è così oscurato dalla nostra ombra ed erroneamente dichiarato inesistente.

Nella ricerca di un’assoluta visibilità senza contenuto, ci siamo trasformati, chi più chi meno, in influencer, crogiolandoci su successi temporanei che, tuttavia, se traguardati attraverso la lente dei valori, risulterebbero per ciò che sono: effimeri, passeggeri, vacui.

Podcast “La vita desta”

L’inaspettata contrazione

Una delle immagini più curiose che si è imposta ai nostri occhi durante il primo lockdown dello scorso inverno è stata l’affacciarsi degli animali nelle città, in spazi solitamente riservati all’uomo. Le immagini di quegli animali liberi di curiosare nell’umano erano direttamente connesse all’emergenza inedita che ci costringeva a rimanere rinchiusi nei nostri appartamenti. Al tempo stesso, sebbene indirettamente, proprio quelle immagini rinviavano ad un fattore più simbolico, ma non meno effettivo. Esse, infatti, erano il risultato della contrazione del nostro modo di essere, del tutto impensabile in condizioni normali. Per quale motivo, infatti, dovremmo contenerci?

Cos’è la contrazione? In quali condizioni essa si verifica?

Sembra che oggi l’unico modo generalmente accettato di vivere consista nella propagazione del proprio io, ovvero nell’affermazione delle sue esigenze, elevata a sistema di pensiero. All’interno di un tale orientamento individualistico l’unico accordo possibile è con coloro che perseguono intenti simili ai nostri. Gli altri cioè sono diventati tutt’al più soci: la socialità che ne deriva – ovvero, questo sistema di relazioni basate sul comune interesse – non maschera affatto i lineamenti narcisistici da cui essa proviene, ma anzi ne esibisce con ostentazione i tratti, come se essi fossero i segni distintivi di una superiorità di cui andare fieri.

È questo il modo in cui tocchiamo con mano la scomparsa della vergogna, evento nefasto lamentato da pochi.

La vergogna è un grande deterrente. Aiutati da essa, infatti, riusciamo a ritrovare un più equilibrato posizionamento nell’ordine delle cose. Invece di rendere assoluto il nostro sguardo su di esse, come se si fosse sovrani nell’ordine del visibile, la vergogna introduce un elemento di estraniazione e di titubanza. Essa è incertezza salutare che aiuta ad arretrare il proprio passo, sottraendogli ogni auto-attribuito diritto di precedenza. La vergogna ridimensiona le nostre ambizioni per cui lo stesso ordine delle cose è smarrito e ci ricolloca saggiamente nel contesto delle relazioni, a partire dall’inversione dello sguardo. Non più noi che guardiamo gli altri, ma gli altri che guardano noi.

In una cultura deprivata della vergogna ed incentrata sull’assolutezza di uno sguardo rivolto solamente ai propri interessi che spazio esiste per una interpretazione differente del nostro modo di vivere? Incentivato da un simile modo di pensare, riuscirò a considerare problematica la eventuale reificazione degli altri, subordinati al culto degli interessi dell’io?

Non sbaglieremmo se parlassimo di egolatria. Ora, il punto è che trascorriamo l’esistenza, ben installati in questo mood, ritenendolo normale. In tale normalità ogni futuro è sospeso. Ciò che conta è l’adesso, l’assoluto presente. Purtroppo.

Un pugno di sabbia

Rimanere con un pugno di sabbia in mano è un modo di dire piuttosto comune. In genere, viene utilizzato per indicare che una impresa si è conclusa con un nulla di fatto. Si potrebbe probabilmente estendere l’ambito di applicazione di tale modo di dire non solo all’esito non esaltante cui si è pervenuti, ma all’illusione stessa che ha dato vita all’impresa.

Evidentemente, deve esserci stato un momento iniziale in cui ciò che in seguito si sarebbe rivelato fasullo ci ha invece persuasi della sua fattibilità. E così ci siamo imbarcati in una attività di fatto impossibile. In buona fede, eravamo convinti di essere sulla rotta giusta.

Nei confronti di ciò che ci circonda – gli altri, prima di tutto, ma anche le cose con cui dobbiamo interagire nell’atto di vivere – generalmente esercitiamo una forma di controllo pressoché assoluto. Abbiamo ben chiaro quale sia il nostro interesse e lo tuteliamo, ritenendo legittimo subordinare al suo perseguimento ogni altra cosa, comprese le persone. Agendo in questo modo, il nostro “particolare”, consapevolmente o meno, si trasforma in un atto esecutivo con cui di fatto ordiniamo il mondo secondo uno schema binario: da una parte, ciò che è utile per il perseguimento del nostro interesse; dall’altra, ciò che non lo è.

Siamo ovviamente convinti che tale modo di procedere sia sacrosanto, anche perché, come spesso ci diciamo a voce alta, non fanno tutti così?

Va anche detto che il clima culturale in cui agiamo crea intorno a noi un’atmosfera di legittimazione per quei comportamenti basati sulla forza, sul controllo, sulla decisione di avere tutto in pugno. Quindi, se il risultato della nostra azione è la reificazione degli altri oppure se non riusciamo più a riconoscere un valore autonomo alle cose in cui siamo immersi (la natura, per esempio), a chi importa in fondo? L’importante, si dice, è rimanere concentrati su di sé, sui propri obiettivi, sul non differimento. La pratica del “prima noi, poi gli altri” è benaccetta a queste latitudini e non dovremmo stupirci che essa generi tanti consensi quando viene strumentalmente impiegata da qualche politico, proprio perché essa sembra inscritta nel nostro DNA.

Nell’evidenziare tali dinamiche, non intendo dividere il mondo in buoni o cattivi, sia chiaro. Sarebbe, in fondo, fin troppo facile. Ciò di cui parlo, infatti, non individua univocamente una categoria di persone, ma piuttosto va in scena nella vita di ciascuno di noi, temo senza particolari accezioni.

La cultura, quando presente, assomiglia all’incenso delle cerimonie religiose: crea un certo clima, ma – tristemente – nessuno ricorda più a cosa serva davvero.

E se questo scontato modo di vivere fosse invece quel pugno di sabbia di cui parlavo all’inizio? E se stessimo vivendo dentro un grande bluff di cui non ci stiamo fino in fondo accorgendo?

Podcast La vita desta

L’idolatria delle pratiche, pratiche della idolatria

In genere, si tende a credere che le nostre azioni quotidiane rientrino tra le pratiche, cioè che esse non facciano riferimento alle teorie.

Si professa così una separazione netta tra il piano della realtà e quello della teoria: la prima sarebbe appannaggio degli uomini tutti d’un pezzo, che affrontano con coraggio le sfide quotidiane; la seconda sarebbe il luogo d’elezione degli intellettuali.

idolatrìa s. f. [dal lat. tardo idololatrīa e per aplologia idolatrīa, gr. eccles. εἰδωλολατρεία, comp. di εἴδωλον «idolo» e -λατρεία «-latria»]. – 1. Adorazione di un idolo o di idoli […]. 2. estens. Amore sviscerato, devozione senza limiti:

da Treccani

Un tale modo di pensare è comodo, ammettiamolo. Esso, infatti, presenta una versione semplificata e facilmente accessibile di ciò che in realtà risulta intrecciato. Si tratta, insomma, di una scorciatoia. È, tutto sommato, un modo per tenersi alla larga da domande che non riguardino direttamente la gestione dell’ordinario.

Il fatto è che, nemmeno volendolo, sarebbe possibile scindere le azioni concrete dagli approcci più generali in cui esse naturalmente si collocano. Finanche l’affermazione che “ci sono solo le pratiche” è espressione di una teoria. Per questo, anche solo per valutare l’efficacia delle nostre azioni nelle pratiche, occorrerebbe dare un’occhiata alle teorie a cui esse rinviano.

Qui è possibile rendersi conto di un altro inavvertito cortocircuito. Si ritiene infatti che l’interessarsi alle teorie sia un compito esclusivo degli esperti. L’attribuzione di una tale esclusività è il risultato dal teoreticismo che pervade la nostra cultura. All’interno di tale distorsione, sembra ammessa solo la dicotomia tra una cultura così alta da sfiorare la rarefazione e una cultura così bassa da coincidere con la banalità.

Le teorie meritano senz’altro il rispetto dovuto alla fatica con cui sono state concepite. Inoltre, esse indubitabilmente richiedono un impegno non episodico per confrontarsi con esse. Come tali, esse sono senz’altro ambito di elezione degli esperti. Tuttavia, bisogna guardarsi dal rischio che rispetto ed impegno nei confronti delle teorie si convertano in congedo e distanziazione dalla realtà. Se ciò accadesse, staremmo dimenticando che le teorie riguardano la vita di tutti, non solo di alcuni. Proprio per questo motivo, occuparsi di teorie non può essere appannaggio di un gruppo di professionisti. Dunque, l’expertise è un valore irrinunciabile, ma esso non può affermarsi a discapito della democrazia della partecipazione.

Possiamo allora tornare a porre a noi stessi la domanda su quali siano le teorie cui rinviano le nostre pratiche. Bisogna procedere risalendo la corrente nel tentativo di sottrarsi allo stordimento attivistico in cui siamo spesso immersi. Bisogna iniziare in modo graduale, per iniziare davvero. Spesso, infatti, i grandi propositi, per quanto belli siano, sono irrealizzabili. A volte, può essere sufficiente regalarsi pause mirate in cui liberiamo la mente dalla presa delle cose da fare. Si tratta di restituire a noi stessi un respiro più profondo che sappia andare oltre l’orizzonte limitato delle pur legittime preoccupazioni. In questo ampliamento di orizzonte, dissipate le nebbie, torniamo a considerare non più le impellenze che ci costringono a guardare per terra, ma il panorama che richiede uno sguardo innamorato del cielo. Fuor di metafora, bisogna farsi trovare disponibili a farsi catturare dalla bellezza che ci circonda di cui spesso non ci rendiamo neanche conto.

La bellezza, come ricordava Simone Weil, è “l’eternità in questo mondo” (Attesa di Dio). Essa ci restituisce ad una dimensione di ulteriorità in grado di saziare la nostra sete di senso.

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