Today our way of life gives rise to the so-called idolatry of practices. This occurs when it seems that there is nothing but the exclusive horizon of our actions; when we see nothing but ourselves in the implementation of our interests; when, finally, the environment in which we operate and the others, our interlocutors, are reduced to the measure of the self.
Such a scenario is like a prison, perhaps a gilded one, but certainly an asphyxiated one. How can one get out of it?
Spencer Silver è un ricercatore della 3M al quale nel 1968 era stato affidato il compito di sviluppare un nuovo tipo di colla, particolarmente resistente. Nonostante tutti gli sforzi, il risultato era stato di giungere a realizzare una colla scarsamente appiccicosa.
Alexander Fleming era uno scienziato inglese, scomparso nel 1955. Un giorno, tornato nel suo laboratorio, si era reso conto che alcune capsule di Petri, il classico recipiente piatto di forma cilindrica generalmente utilizzato negli esperimenti, erano state accidentalmente lasciate scoperte. Fu dunque sorpreso di scoprire che nelle capsule era comparsa una muffa intorno a cui i batteri infettivi su cui stava svolgendo le sue ricerche erano praticamente scomparsi.
Nella foto a sinistra, il Dr. Alexander Fleming. Nella foto a destra, Spencer Silver e Arthur Fry
Come reagirono i due uomini di fronte a ciò che era successo?
Spencer Silver, insieme al suo collega Arthur Fry, decise di verificare quali possibilità di sviluppo industriale vi fossero per la colla scadente che aveva scoperto. Da quella intuizione, nacquero così i Post-it che tutti noi conosciamo.
Il dr. Fleming trasse da quella occasionale scoperta un insegnamento più generale e così nacque la penicillina. Per questa scoperta gli fu conferito il Premo Nobel nel 1945.
In pratica, sia Spencer Silver che Alexander Fleming erano stati in grado di trasformare un fallimento in un successo.
Generalmente, noi lasciamo che un errore interrompa il ritmo del nostro cercare. Per questo, sbagliare è visto come un evento definitivamente negativo. In genere, un errore non è un incentivo a cercare meglio, ma una sorta di buco nero in grado di assorbire ogni nostra energia ed ogni sviluppo ulteriore delle nostre ricerche. Per questo, nei due episodi citati il modo di reagire all’errore non è affatto scontato o rubricabile come qualcosa di eccezionale, compiuto da uomini straordinari.
In che modo, Silver e Fleming trasformano un fallimento in un successo?
La serendipità
Per indicare un tipo di scoperta avvenuta in modo inaspettato esiste un termine specifico: serendipità. Il conio della parola risale al 1754 ad opera dello scrittore inglese Horace Walpole.
Oggi, gli studiosi ci aiutano a considerare la serendipità non come un singolo evento eccezionale, ma come un processo. Essa è il risultato di semi piantati nei mesi precedenti, attraverso un atteggiamento volto a valorizzare tutto ciò che ci accade.
Che cosa significa esattamente “valorizzare”ciò che ci accade? Per dirlo con una immagine, la serendipità consiste nel collegare i puntini rimasti sottotraccia.
Nei due esempi da cui siamo partiti, la trasformazione di un fallimento in un successo fu dovuta alla perseveranza, alla curiosità, all’apertura nei confronti di altre possibilità da parte dei due protagonisti.
È facile sviluppare un tale approccio mentale? Non sempre.
Occorre in primo luogo superare alcuni ostacoli:
Sottovalutare l’imprevisto. Capita ogni volta che pensiamo che la vita sia piena di cose prevedibili e già viste;
Anticipare la realtà. Consiste nell’andar incontro agli eventi della vita, anteponendo sistematicamente tutto ciò che già conosciamo. È, questo, un modo per depotenziare il carattere di novità che potrebbe scaturire dalle cose;
Il post-razionalismo. Spesso si tende a guardare indietro a un evento insolito e a trasformarlo in qualcosa di prevedibile. In effetti, è più comodo pensare a tutto ciò che accade come una parte sensata e coerente di una narrazione già in atto piuttosto che a qualcosa di inedito che si presenta per la prima volta di fronte a noi.
Pensare la serendipità come un processo significa allora anche essere perseveranti e pazienti. Non importa se la nostra strada potrà essere costellata da insuccessi, esperimenti falliti e mancanze. Ciò che conta è considerare ogni singolo evento negativo come un seme di qualcosa di positivo che potrà svilupparsi nel futuro.
Concludendo, avere un piano, cioè sapere che cosa si vuole cercare di ottenere nella vita, è importante. Infatti, per trovare i luoghi dove le opportunità di ottenere il successo sono alte, è necessario avere un piano. Ma un piano troppo rigido – cioè una mappa chiaramente definita – può rivelarsi controproducente. Molto meglio scambiare la mappa con una bussola. Se conoscete la direzione generale in cui volete andare, sarete in grado di adattarvi se il paesaggio cambia intorno a voi. Richiede coraggio e fiducia in se stessi, ma percorrere il proprio cammino vi porterà a opportunità che potrebbero cambiare la vostra fortuna.
Abbiamo letto il libro scritto da William Stixrud, neuropsicologo clinico, e da Ned Johnson, Fondatore di PrepMatters. Di cosa parla?
Quando i genitori assumono troppo controllo, causano ai loro figli una grande quantità di stress. Allentando la presa e trasferendo un po’ di quel potere, i genitori possono migliorare il benessere generale, la motivazione e lo sviluppo dei loro figli.
La giusta distanza nel rapporto con i figli può venire declinato in diverse direzioni:
1) È giusto organizzare il tempo dei ragazzi?
2) Quanta autonomia deve essere riconosciuta ai propri figli?
3) La disponibilità di grande quantità di informazioni spesso induce stress nei genitori. Come evitare che questo si ripercuota negativamente sui figli?
4) Che cosa significa un rapporto equilibrato con la tecnologia?
In generale, emerge un quadro basato sulla reciprocità. Se come genitori vogliamo veramente essere d’aiuto ai nostri figli, non possiamo escludere un lavoro per migliorare noi stessi.
2. Il controllo
A tutti noi piace sentire di avere il controllo delle situazioni. Ecco perché ci sentiamo più a nostro agio quando guidiamo in macchina verso una destinazione invece di volare – su un aereo, il nostro destino è nelle mani del pilota piuttosto che nelle nostre.
In effetti, avere un senso di autonomia è il fattore più importante quando si tratta della nostra felicità e del nostro benessere. Questa è stata la sorprendente conclusione di uno studio fatto negli anni ’70, che ha scoperto che i residenti delle case di cura a cui veniva detto che avevano la responsabilità della loro vita vivevano più a lungo di quelli a cui veniva detto che il personale infermieristico si sarebbe occupato di tutto.
Quando tutto sembra sfuggire al nostro controllo, ci stressiamo. E lo stress ha gravi conseguenze per la salute e il benessere dei bambini e degli adulti.
Come queste indicazioni possono esserci utili quando ci riferiamo al comportamento giusto da adottare nei confronti dei bambini?
Sempre più spesso, gli orari, le attività, il tempo dei nostri figli sono scanditi in tutto e per tutto. Perfino il “tempo libero” è programmato. È per il loro bene, dicono i genitori.
In realtà, una tale iperorganizzazione è la principale causa di stress e ansia. Gli autori sostengono che uno stress può compromettere una fase critica dello sviluppo del cervello, che avviene tra i 12 e i 18 anni.
Ne vale la pena?
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3. Autonomia e decisione
Il fatto che in linea di principio i genitori sappiano più dei loro figli non dovrebbe indurli ad escludere i figli dai processi decisionali.
Immaginiamo che una ragazza si sia recentemente trasferita da una scuola pubblica ad una costosa scuola privata. È profondamente infelice e vuole tornare alla sua vecchia scuola per stare con i suoi vecchi amici e insegnanti. Ma suo padre insiste perché lei rimanga qui. Alla fine, pensa, lei lo ringrazierà. Avrà ottimi voti e una carriera di successo.
Ma cosa succede se si scopre che la sua infelicità le impedisce di imparare? E se non prendesse ottimi voti alla scuola privata? E se avesse fatto meglio nell’atmosfera più rilassata della sua vecchia scuola?
Siamo sicuri che un atteggiamento paternalistico è in grado di conferire alla ragazza quella autonomia decisionale propria di un essere umano adulto?
Aiutare un figlio deve mirare a renderlo autonomo, non a trattarlo da marionetta
Per questi motivi, un genitore che vuole aiutare sua figlia a prendere le proprie decisioni dovrebbe vedere il proprio ruolo nella sua vita un po’ diversamente. Per usare un’immagine, diciamo che piuttosto che agire come un capo, dovrebbe vedersi più come un consulente. Piuttosto che imporre le cose, dovrebbe presentare tutte le opzioni e le informazioni – insieme alle proprie opinioni – confidando che sua figlia faccia la scelta giusta.
4. La calma
I genitori si preoccupano dei loro figli. Lo hanno sempre fatto. Ma oggi, la tecnologia fornisce ancora più modi per tenere traccia dei movimenti dei bambini e più informazioni sulle potenziali minacce. Una madre può monitorare da vicino i progressi del primo giro in bicicletta di suo figlio su Google Maps. Un neo-papà può cercare tutti i tipi di malattie mortali quando il suo bambino ha una piccola eruzione cutanea. Non c’è da meravigliarsi che molti genitori siano diventati intensamente ansiosi. E ancora peggio, tutta questa ansia si sta infiltrando nei loro figli.
Purtroppo, l’ansia è come un virus che si diffonde dai genitori ai figli. Se siamo ansiosi, non importa quanto bene cerchiamo di nasconderlo, i nostri figli lo capiranno. Come nota lo psicologo Paul Ekman, il nostro vero stato d’animo può essere rilevato dalle nostre espressioni facciali involontarie. Come dice Ekman, “Se sapessimo cosa c’è sulla nostra faccia, saremmo più bravi a nasconderlo”.
Di conseguenza, i genitori spesso trasferiscono la loro ansia ai loro figli. Quindi affrontare la propria ansia è fondamentale se si vuole evitare di trasmetterla ai propri figli. Fortunatamente, la calma è altrettanto contagiosa dell’ansia.
Come si fa a diventare una presenza calma nella vita di tuo figlio? Si potrebbe cominciare con le basi: fai esercizio fisico regolarmente, dormi di più, pratica yoga. E, cosa vitale, imparate a razionalizzare le preoccupazioni che avete per i vostri figli.
Se riuscite a diventare una presenza calma, farete un mondo di bene a vostro figlio. I bambini sono più felici, più sani e hanno più successo quando sono più calmi. Come gli autori hanno scoperto in un esperimento, i bambini eseguono anche meglio i test quando sono nella stessa stanza con qualcuno che esercita un’influenza calmante. Quindi, se volete il meglio per i vostri figli, diventate un pilastro di calma.
5. Tecnologia
Trasmettere involontariamente l’ansia ai propri figli è solo una delle cose di cui i genitori devono preoccuparsi. Un’altra grande preoccupazione è l’uso eccessivo della tecnologia.
Se ultimamente avete avuto a che fare con dei bambini, saprete quanto la tecnologia sia onnipresente nelle loro vite. Per alcuni bambini, mezz’ora lontano da uno schermo provocherà qualcosa simile al panico. Il fatto è che se gli adulti sono diventati dipendenti dai loro dispositivi intelligenti, è naturale che molti bambini li abbiano integrati come un’altra parte del corpo.
L’uso moderno della tecnologia sta trasformando il cervello dei bambini. Alcune di queste trasformazioni sono per il meglio. Giocare ai videogiochi, per esempio, può aiutare i bambini a sviluppare migliori capacità di multitasking; può anche aiutarli a ricordare meglio il linguaggio visivo e i punti di riferimento.
Tuttavia, essere continuamente collegati a un dispositivo intelligente o a una console di gioco ha gravi effetti negativi. Lo psicologo Larry Rosen sostiene che, a causa della costante esposizione alla tecnologia, il cervello dei bambini funziona in modo completamente diverso da quello dei loro genitori. Sono diventati meno capaci di regolare i loro impulsi impulsivi e di focalizzare la loro attenzione.
Dato che i bambini spesso giocano ai videogiochi o mandano messaggi agli amici fino alle prime ore del mattino, sono anche diventati più privi di sonno e stressati che mai.
Quindi cosa si può fare se si è un genitore preoccupato?
Occorre partire dalle nostre abitudini tecnologiche. Quindi, prima di iniziare a dare lezioni ai bambini, dai un’occhiata a te stesso. Se potete iniziare a modellare un uso sano della tecnologia, allora state già facendo un grande primo passo.
Poi, se pensate ancora che le abitudini tecnologiche dei vostri figli siano un problema, parlatene apertamente con loro. Siate comprensivi, ma stabilite anche dei momenti liberi dalla tecnologia come famiglia, puntando a trascorrere insieme almeno 30 minuti di tempo “scollegato” alla settimana.
Se qualcuno ci dicesse che scopo del ragionare – e del ragionare bene – è “fare completa luce” quando ci sono delle incertezze, nessuno – credo – avrebbe da obiettare alcunché. In effetti, la vita quotidiana è costellata di tante e tali complicazioni che è del tutto naturale andare in cerca di soluzioni che semplifichino e rendano la vita un po’ più semplice.
In questo tempo delicato, in cui stiamo fronteggiando la pandemia, è interessante notare quale sia la reazione di fronte a quanti avanzino, in buona fede, perplessità o dubbi su uno dei temi al centro delle discussioni politiche (che si tratti di dubbi relativi ad una particolare scelta politica o all’efficacia dei vaccini).
Generalmente si tende a reagire con un senso di fastidio, riferito non tanto al merito del dubbio, ma al dubitare stesso, come se venisse a complicare inutilmente la realtà.
L’impressione è che lo spazio del dubbio sia venuto trasformandosi in un fastidio cui si rinuncia volentieri.
E così, i pensieri di coloro che invitano a frequentare il dubbio sembrano oramai formulati in una lingua di cui sia scomparso il lessico.
Per questo, non è banale sforzarsi di frequentare nuove forme espressive per comunicare.
Non si tratta di una scelta dettata da un estrinseco gusto della varietà. È, invece, una reale esigenza che nasce per la sua “inscape”, cioè per la sua qualità intrinseca.
E, allora “Quel fare completa luce” di cui parlavo all’inizio, quando diventi l’orizzonte esclusivo in cui le nostre azioni si collocano rischia di diventare un fattore di debolezza più che di forza.
E questo è paradossale, incredibilmente.
In proposito, c’è una intensa riflessione di Flannery O’Connor in Natura e scopo della narrativa: “La mente che sa capire – diceva la scrittrice – non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il proprio senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà, attraverso il contatto con il mistero”
It has happened to all of us, at least once, to realize that things were different from what we thought. It can happen when you look at a painting.
In 1533 Hans Holbein the Younger painted The Ambassadors, in which he portrayed two illustrious men of his time. The two men are surrounded by a series of objects (books, a map of the sky and the earth) that refer to the power they possess. All the clues seem to suggest that the painting, while depicting the two men, is at the same time a way of referring to man’s power over the world. Just as we convince ourselves that we have grasped the meaning of the painting, we notice that at the feet of the ambassadors is a strange figure that we at first struggle to recognize exactly. In fact, Holbein has painted an anamorphic object that can only be seen from a certain position.
The strange object turns out to be a skull and its presence profoundly changes the meaning of the painting. Thus, we were convinced that we were dealing with a representation of the power of man, but instead we are dealing with a representation of man’s impotence in the face of death. This is exactly the opposite of our first conclusion.
The wonder that pervades us in the case of Holbein’s painting is something that can also happen in life when our expectations are overtaken by events or something new.
Being proved wrong can happen more than once. So, we ask ourselves, how do we realize that we are wrong in an assessment? How do we open our eyes?
There is a beautiful expression by Edith Stein. With regard to the search for meaning, the philosopher said that we must “look at the world with our eyes wide open”.
Not being caught unprepared by unforeseen situations means taking into account the possibility of that happening.
So, yes, we can be wrong in our assessments or choices and it should not be a drama to admit it.
Mistakes can happen, but they are more likely to happen when we are so confident that we even rule out the possibility of things being different from what we thought. This is the threshold at which a legitimate confidence turns into something else: a presumptuous superiority, more insidious the more unconscious it is.
Questa settimana abbiamo letto Inner Engineering del mistico e yogi indiano Jaggi Vasudev, comunemente conosciuto come Sadhguru.
Le nostre domande al testo:
Più il mondo occidentale sembra girare velocemente, più grande diventa il nostro desiderio di un’ancora mentale stabile. Molti praticano lo yoga per sfuggire alla frenesia quotidiana. Sfortunatamente, per la maggior parte di noi, lo yoga è solo un esercizio fisico per preparare il nostro corpo alla prossima maratona lavorativa. Ma lo yoga è più di un corso di mantenimento della forma fisica. Lo yoga è una filosofia e una forma di preghiera. Lo yoga si rivolge ai centri energetici del corpo e affina la mente.
Qual è la sede della felicità?
Che valore ha l’equilibrio tra la mente, il corpo e le emozioni?
Quale rapporto tra l’identità ed il viaggiare?
1. Felicità
Avete notato quanto sia difficile trovare la felicità? La risposta breve è che allontanarsi dal proprio vero io per avere successo nel lavoro è efficace solo inizialmente. Come dimostra una storia indiana, tale sbilanciamento a favore del lavoro non porta a una soddisfazione duratura.
La storia recita così:
Un giorno, un fagiano si lamentò con un toro, dicendo: “le mie ali sono così deboli che non riuscirò mai a raggiungere la cima di questo albero e a godermi il panorama”. Il toro disse che il fagiano avrebbe dovuto mangiare un piccolo pezzo di sterco ogni giorno. In questo modo sarebbe diventato più forte, e alla fine il fagiano sarebbe stato in grado di raggiungere i rami più alti.Il fagiano seguì il consiglio del toro e funzionò. L’uccello divenne più forte e alla fine fu in grado di volare in alto, appollaiandosi sulla cima dell’albero. Poi passò un contadino. Vedendo il grande e succulento fagiano sul ramo, lo tirò giù dall’albero e lo cucinò per cena.
Lo stesso vale per le persone: le stronzate ti porteranno solo fino a un certo punto!
Per trovare veramente l’appagamento, dovete notare come sperimentate il mondo dentro di voi. Questa è la chiave, poiché le persone tendono a fissarsi sul mondo esterno, convinte che sia lì che si trovano tutte le loro esperienze ed emozioni – negative o meno.
Tuttavia, questa è solo un’illusione. Per esempio, quando leggete un libro, dov’è il libro che state vedendo?
Qualsiasi persona razionale direbbe che è nelle sue mani, fuori di sé. Ma quando leggete, la luce cade sulle pagine, si riflette nei vostri occhi e si proietta sulla vostra retina. Il libro è visto dentro di essa. Proprio come ogni altra cosa nel mondo esterno, è dentro di te.
Afferrare questo concetto è essenziale, poiché la fissazione del mondo esterno impedisce a molte persone di trovare la realizzazione.
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2. Equilibrio
Probabilmente sapete già che il lavoro di squadra è essenziale per il successo. Lo stesso vale per un organismo individuale. Per funzionare correttamente, le diverse parti del vostro essere devono lavorare in sincronia.
Quindi, per raggiungere l’illuminazione, devi creare una stretta cooperazione tra il tuo corpo, la tua mente, le tue emozioni e la tua energia. Questo principio è splendidamente descritto in un’altra storia tradizionale indiana.
Quattro yogi stavano camminando nella foresta. Uno credeva fermamente nel potere dello yoga fisico, il secondo nello yoga della mente, il terzo nello yoga della preghiera e il quarto nello yoga dei chakra, o centri corporei di energia. Ognuno credeva che il suo metodo fosse supremo.Improvvisamente, cominciò a piovere e tutti gli yogi cercarono riparo in un antico tempio. Questa struttura non aveva muri ed era un semplice tetto su pilastri con una divinità al suo centro. Mentre la tempesta peggiorava e la pioggia cominciava a battere nel tempio, gli yogi si raggrupparono intorno alla divinità, abbracciandola infine insieme.In quel momento, Dio apparve loro. Ma erano perplessi. Perché Dio è apparso ora, quando avevano trascorso la loro vita lavorando e pregando per lui? Dio si mise a ridere e disse che era perché i quattro avevano finalmente unito le loro forze.
Esattamente la stessa unità è richiesta ad un individuo che cerca l’illuminazione; lo yoga è uno strumento per raggiungere questa connessione mettendo insieme il corpo, la mente, le emozioni e l’energia.
Secondo la filosofia yogica, se il corpo è in equilibrio ma la mente desidera il cibo o il sesso, il corpo cadrà rapidamente fuori equilibrio. Lo stesso vale per le emozioni e l’energia. Per raggiungere il vero equilibrio, è necessario meditare, praticare yoga fisico, pregare e fare esercizi che influenzano i centri energetici.
3. Il viaggio
Molte persone ancora ritengono che gli insegnamenti spirituali siano qualcosa di esoterico. Anche quelli di noi che prendono sul serio la spiritualità spesso si chiedono da dove cominciare.
C’è una “Distinzione tra coloro che restano nella caverna, chiudono gli occhi e immaginano il viaggio, e coloro che lo fanno” Simone Weil
Viaggiare è un ottimo punto di partenza. Dopo tutto, ci sono luoghi sulla terra che immagazzinano energia spirituale.
Per anni, gli yogi e i mistici sono stati frustrati dalla mancanza di attenzione della gente alla loro conoscenza. Questa frustrazione ha fatto sì che prima di lasciare la terra, “scaricassero” la loro conoscenza ed energia spirituale in luoghi remoti ma accessibili come le cime delle alte montagne.
Un esempio è il monte Kailash in Tibet, che ospita un’enorme biblioteca spirituale ed è considerato sacro dalla maggior parte delle nazioni orientali. Infatti, gli indù e i buddisti lo considerano la casa dei loro dei.
Un altro di questi luoghi sacri è un piccolo tempio chiamato Kedarnath nell’Himalaya. Questo luogo religioso è dedicato al dio Shiva.
Quindi, l’energia mistica è immagazzinata in certi luoghi, e visitare questi siti è un ottimo modo per trovare l’illuminazione e per guarire. C’è una ricchezza di saggezza e di energia nel mondo, che aspetta di essere scoperta!
Ecco perché l’autore ha fatto un pellegrinaggio al Monte Kailash nel 2007. La sua salute era in declino da anni, e i medici avevano difficoltà a diagnosticare la sua malattia. Arrivando a Kailash, l’autore ha iniziato a collegare la sua energia con l’energia della montagna. Quasi immediatamente cominciò a guarire. L’energia è tornata nel suo corpo e, dopo poche ore dal suo arrivo, sembrava essere un uomo più giovane. Per molti cercatori di questo tipo, questa è la strada per un viaggio spirituale. Dovete semplicemente trovare un luogo sacro e un guru che vi guidi sul vostro cammino spirituale.
Questa settimana abbiamo letto The Art of Impossible di Steven Kotler. Le nostre domande al testo:
Quali sono i fattori che incidono sulla nostra motivazione?
Quale ruolo ha la curiosità?
Che cosa si intende esattamente per “driver” quando parliamo di motivazione?
Come si combatte la frustrazione?
Che cosa è la padronanza?
1. Il viaggio verso l’impossibile
Non ci sono due modi per dirlo: il tuo viaggio verso l’impossibile sarà lungo e arduo. Come per ogni lungo viaggio, avrete bisogno di carburante per andare avanti. Questo include cibo e sonno, ma avete anche bisogno di carburante psicologico – in altre parole, la spinta.
La spinta, o motivazione, ci spinge all’azione. Ma cosa crea la spinta? Da una prospettiva evolutiva, si tratta di sopravvivere in un mondo dove le risorse sono scarse. La pulsione è il modo in cui l’evoluzione ci porta a combattere l’un l’altro per ottenere le risorse di cui abbiamo bisogno o ad usare la creatività per ottenere più risorse.
Ma la pulsione non consiste in una sola cosa. Ci sono vari driver, come la paura, la curiosità e la passione. Tutti questi forniscono carburante psicologico – e si possono sfruttare per raggiungere l’impossibile.
Tutti i fattori psicologici si dividono in due categorie: estrinseci o intrinseci. I fattori estrinseci sono cose come il denaro, la fama, il cibo e il sesso. Sono esterni a noi stessi, e li inseguiamo per vincere il gioco della sopravvivenza evolutiva. I driver intrinseci, d’altra parte, sono dentro di noi. Sono concetti psicologici ed emotivi come curiosità, passione, significato e scopo.
Anche solo il buon senso ci dice che i fattori estrinseci ci motivano solo fino a un certo punto. Si indeboliscono una volta che abbiamo abbastanza soldi per pagare il cibo, i vestiti e l’alloggio. Dopo aver soddisfatto questi bisogni di base, sono i motivatori intrinseci che prendono il sopravvento. Sono questi motivatori intrinseci su cui ci concentreremo in questi ammiccamenti.
I cinque più potenti motivatori intrinseci sono curiosità, passione, scopo, autonomia e padronanza. Puoi impilarli insieme in modo che si alimentino a vicenda – e che tu possa raggiungere l’impossibile.
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2. Curiosità
Quando esplorate le vostre curiosità, il vostro cervello vi ricompensa con piccole quantità di una sostanza chimica nota come dopamina. La dopamina ti rende eccitato, impegnato e più propenso a continuare a fare qualsiasi cosa tu stia facendo. Ma soddisfare la tua curiosità ti procura solo piccole quantità di dopamina – non abbastanza per raggiungere l’impossibile a lungo termine.
Ciò di cui avete bisogno è la passione, che fornisce una spinta di dopamina molto maggiore. Spesso, puoi trovare le tue passioni incrociando le tue curiosità. Per questo, occorre trovate una nicchia che attivi tutti i vostri motivatori intrinseci.
Dopo aver identificato le tue passioni, puoi iniziare a esplorarle leggendo articoli, ascoltando podcast (a proposito, hai già ascoltato il nostro, La Vita desta?) o guardando video sull’argomento. Questo aiuterà ad alimentare le tue curiosità e ti permetterà di esplorarle un po’ ogni giorno. Questo è importante, perché dà al tuo cervello il tempo di elaborare le informazioni. Poi, è il momento di trasformarle in uno scopo. Questo è il desiderio di fare cose che contano non solo per te, ma anche per altre persone.
3. Obiettivi chiari
Avete portato alla luce le vostre passioni e scoperto il vostro scopo. Ora, come si fa a trovare la forza di agire in modo coerente nel tempo?
La risposta è: avendo obiettivi chiari. Alla fine degli anni ’60, gli psicologi Gary Latham e Edwin Locke hanno condotto uno studio che ha dimostrato quanto possano essere potenti gli obiettivi. In esso, un gruppo di boscaioli fu diviso in due gruppi più piccoli. Ad un gruppo fu detto di raccogliere più legna possibile. All’altro gruppo fu chiesto di raccogliere una determinata quantità di legna. A nessuno dei due gruppi è stato offerto alcun incentivo finanziario. Il risultato? I boscaioli che avevano come meta di raccogliere una determinata quantità di legna raccolsero molto più legna del gruppo senza quote.
Questi risultati sono stati poi confermati in decine di studi in tutti i settori. Chiaramente, se i driver intrinseci alimentano il nostro percorso verso l’impossibile, gli obiettivi sono la nostra tabella di marcia.
Per questo, è fondamentale suddividere l’impossibile in grandi e piccoli obiettivi.
4. La padronanza
Ricorda il ruolo del quinto motivatore intrinseco, la padronanza. Per raggiungere la padronanza, hai bisogno di competenza. E per acquisire competenza, avrete bisogno di imparare molto. Abbiamo persino un termine speciale per questo: apprendimento permanente.
Per essere artefici del proprio destino non si può prescindere dalla competenza
Per acquisire competenza nell’argomento che hai scelto, avrai bisogno di alcuni strumenti di base. Dopo tutto, non si può sciare senza scarponi. Non è diverso quando si tratta di imparare ad imparare. In questo caso, avrete bisogno di tre attrezzature di base.
Iniziamo con la mentalità di crescita. Una mentalità di crescita è la convinzione che il talento non è semplicemente innato, ma può essere coltivato attraverso la pratica. Le scansioni cerebrali effettuate dalla psicologa di Stanford Carol Dweck mostrano i vantaggi di pensare in questo modo. Di fronte a un problema difficile, Dweck ha scoperto che il cervello delle persone con una mentalità di crescita diventava molto attivo. Al contrario, il cervello delle persone che non credevano che le loro capacità potessero migliorare si “spegneva” completamente – in altre parole, queste persone non pensavano di poter mai risolvere il problema, quindi il loro cervello non ci provava nemmeno.
Quindi, per imparare, bisogna prima credere che l’apprendimento sia, di fatto, possibile. Poi, è necessario sviluppare un filtro di verità.
Un filtro di verità è un modo di valutare la qualità di un’informazione. Essere in grado di fidarsi delle informazioni che stai ricevendo riduce l’ansia, il dubbio e il carico cognitivo, che sono tutte cose che possono bloccare l’apprendimento.
Ora il pezzo finale del puzzle dell’apprendimento: quali materiali usare. Al giorno d’oggi, la lettura non è esattamente popolare. Ma nessun’altra forma di media contiene la stessa densità di informazioni. Inoltre, gli studi hanno dimostrato che la lettura di libri migliora la concentrazione, riduce lo stress e addirittura previene il declino cognitivo. Si può dire che se vuoi imparare, devi essere disposto a leggere dei libri.
5. Frustrazione
Una volta che si inizia a conoscere l’area che si è scelto di perseguire, è probabile che si incontrino molti termini e concetti non familiari. Non capirete o sarete bravi in tutto subito – e questo può essere piuttosto frustrante. Alcune persone potrebbero prendere la frustrazione come un segno che stanno facendo qualcosa di sbagliato. In realtà, è vero il contrario.
In che senso? Beh, quando sei frustrato, aumenta i livelli di noradrenalina nel tuo cervello. La funzione principale di questa sostanza chimica è quella di preparare il cervello all’apprendimento. Quindi, in effetti, la frustrazione è un segno che stai acquisendo informazioni.
Ma come si fa effettivamente a fare la parte dell’apprendimento in modo corretto? Beh, per questo, puoi seguire il processo in cinque passi proposto dall’autore del libro.
6. I cinque passi dell’apprendimento
1) Il primo dei cinque passi riguarda la lettura – cinque libri, per essere precisi. Ogni libro dovrebbe essere più difficile del precedente, e dovresti leggerli senza giudicarti lungo la strada. Il tuo obiettivo non è quello di farti diventare un esperto sull’argomento che hai scelto – è semplicemente quello di familiarizzare con i termini e il linguaggio relativi.
Una volta che hai letto, dovresti scrivere un sacco di note. Naturalmente, queste note includeranno domande rimaste senza risposta.
2) Esplorarle ciò che non è ancora chiaro è l’obiettivo del secondo passo nell’apprendimento: cercare esperti sull’argomento scelto. Ovviamente, potresti non essere in grado di contattare un premio Nobel, ma forse, ponendosi obiettivi più realistici, si può entrare in contatto con altri studiosi.
3) Il terzo passo, è il momento di colmare le lacune nella tua conoscenza. Ipotizziamo che il tuo interesse sia il comportamento animale. Fare ulteriori ricerche sul comportamento di interi ecosistemi può aiutare ad illuminare come funzionano i sottosistemi più piccoli al loro interno.
Per trovare il proprio centro, in genere cerchiamo conferme a ciò che sappiamo. Bisognerebbe invece invertire la tendenza ed iniziare a cercare opinioni che ci contraddicono. Imparando, infatti, diventiamo più forti
4) Questo passo ti porterà naturalmente al quarto: fare ancora più domande sull’argomento, così come cercare opinioni che contraddicono quelle che hai già sentito. Una conoscenza si alimenta non solo dalle continue conferme che tendiamo a cercare. Impariamo molto di più dalle smentite. A questo punto, dovresti essere in grado di capire più opinioni sull’argomento in questione..
5) Infine, per il quinto passo, dovrai trovare la narrazione. Qual è la storia generale che collega tutto ciò che hai imparato? Puoi farlo raccontando le informazioni a qualcun altro come una storia. Perché? Beh, il nostro cervello ama andare a caccia di storie di causa ed effetto. Quando ne troviamo una, il nostro cervello ci ricompensa con la dopamina. E quella dopamina ci induce a voler cercare ancora più modelli – il che porta ad imparare ancora di più.
L’individualismo rappresenta la deformazione dell’individualità. Nel denunciare le lacune del primo, non bisogna compiere l’errore di sbarazzarsi della seconda. L’individualità, la cifra di ciò che siamo, infatti è un valore irrinunciabile. Esso non va confusa con l’egoismo, che ne rappresenta invece una caricatura
Una tale confusione è presente nei difensori d’ufficio dell’alterità a tutti i costi. Schierarsi a favore dell’altro, sempre e comunque; ritenere che le prerogative dell’altro siano superiori a quelle dell’io; avere orecchie solo per l’altro, ignorando le voci che si levano dalla propria parte è generalmente considerato nobile. Temo che non lo sia e che anzi, dal punto di vista pratico, cioè dei benefici pratici che dovrebbero venire a quell’altro che si vorrebbe tutelare, sia finanche controproducente.
L’opzione a favore dell’alterità sempre e comunque è valida in alcuni laboratori del pensiero, si pensi alla filosofia di Lévinas, il quale teorizza che l’unica forma autentica di relazione è quella in cui l’io è ostaggio dell’altro. Trapiantare una tale indicazione sic et simpliciter nella realtà è l’esercizio dei puri e dei disincarnati, non molto avvezzi con il principio di realtà e con quell’idea di etica che va oltre le intenzioni.
Nelle pratiche, è proprio la tutela dell’altro a richiedere l’adozione di strategie ben diverse. È in quella pretesa di imporre la tutela dell’altro come unica opzione praticabile che si rivela il pregiudizio sull’individualità o quella confusione tra individualismo e individualità di cui parlavo poc’anzi.
Vale dunque la pena di chiarire a chi abbia ancora voglia di mettersi in ascolto che guardare il mondo dal punto di vista dell’io è simile a farsi preparare un vestito su misura. Non c’è niente di male, a meno che non si pretenda di voler tenere per sé tutta la stoffa disponibile. Dunque, sia che si tratti di relazioni interpersonali che di politica estera, è del tutto immotivato negare le prerogative individuali (che, in genere, è la propria parte).
C’è, anzi, un valore specifico nel dare ascolto e nel riconoscere spazio all’individuo che ciascuno di noi è, al proprio modo di raccontare gli eventi, alle sintesi che possiamo suggerire, alla propria storia, alle proprie tradizioni cui immotivatamente si ritiene troppo facilmente di dover rinunciare per fare spazio all’altro.
Perché i tratti negativi delle persone ci colpiscono di più di quelli positivi?
Perché ci identifichiamo con il possesso delle cose? C’è un modo per uscirne?
È vero che un livello medio di autostima è preferibile rispetto ad uno alto?
Perché ho un numero esiguo di amici?
Le persone di bell’aspetto sono davvero più felici?
1. Sentirsi sotto attacco
Il neuroscienziato Dr. John Cacioppo ha condotto uno studio in cui ha mostrato ai suoi soggetti diversi set di immagini e misurato la reazione del loro cervello. Ha così scoperto che le persone si impegnavano di più quando guardavano immagini negative, come pistole e animali morti. Le foto positive – cose come pizza e gelato – non creavano lo stesso livello di eccitazione.
TEDx Talks. John Cacioppo spiega l’importanza dell’interazione sociale tra gli umani, come appartenenti
Il dottor Cacioppo ha concluso che le informazioni negative sembrano innescare una maggiore risposta mentale.
Altri studi hanno scoperto che siamo più veloci a individuare una faccia arrabbiata in una folla che una faccia allegra. Questo fenomeno è chiamato effetto di superiorità della rabbia. Peggio ancora, il nostro pregiudizio negativo colpisce anche le nostre relazioni interpersonali. Tendiamo a vedere le caratteristiche negative delle persone come più significative dei loro tratti positivi.
Ma perché siamo così negativi? La risposta si trova nel nostro passato evolutivo e in una regione del nostro cervello chiamata amigdala.
L’amigdala gioca un ruolo chiave nelle emozioni e nel processo decisionale. È particolarmente sensibile alle informazioni negative. Questa sensibilità si è evoluta con i nostri antenati preistorici. Le loro vite erano incredibilmente difficili. Dovevano affrontare molte aggressioni da parte dei membri della loro stessa tribù e i predatori erano una minaccia sempre presente. In altre parole, se i nostri antenati non fossero stati programmati per stare sempre all’erta, è probabile che non sarebbero vissuti abbastanza a lungo per riprodursi.
Per fortuna, la vita moderna non è così pericolosa. Ma l’evoluzione si muove lentamente, e la vostra amigdala sta ancora esaminando le minacce.
2. Dall’identità del possesso al “decluttering”
Hai mai la sensazione di vivere un’esistenza mediocre?
Gli altri sono andati a vivere in un posto bellissimo, tu sei rimasto nella tua città natale; gli altri si godono una villa spaziosa, tu vivi in un appartamento in affitto di media grandezza; gli altri sfoggiano capi firmati, tu sei bloccata su un abbigliamento medio.
Ecco, ci sono gli altri (splendidi) e poi ci sei tu…
Se questo genere di lamenti ti suona familiare, allora sei vittima del cosiddetto pregiudizio di negatività. È una cosa nota da molto tempo, in realtà. Ricordi il detto secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde? Ma non è tutto così semplice. In realtà, nemmeno nel caso in cui fosse possibile prevedere il mantenimento di un livello costante di piacere, le cose andrebbero bene.
Alcune ricerche hanno mostrato che il nostro piacere è più intenso solo se è interrotto, piuttosto che costante. Forse anche per questo amiamo circondarci di cose che immaginiamo ci conferiscano quella stabilità cui aspiriamo. Collezioniamo cose (a volte, purtroppo, anche relazioni).
Oggi sembra diffondersi anche una consapevolezza opposta. Negli ultimi tempi, infatti, hanno ottenuto una certa notorietà i cosiddetti ‘esperti di decluttering’ come la minimalista giapponese Marie Kondo. Nei documentari che la riguardano o nei suoi libri la vediamo in azione mentre aiuta le persone a separarsi delle cose che hanno accumulato. Questa presa di distanza dalle cose è sicuramente un modo per fare ordine nella propria vita.
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3 Autostima
Che aspetto ha una persona perfetta o una persona realizzata? Se dovessimo dar credito ai modelli che ci vengono proposti, una persona realizzata vola sulle ali dell’autostima e non è mai disturbata dall’ansia o dalla rabbia. Esiste davvero questa persona ideale?
In realtà, alti livelli di autostima sono spesso collegati alla protervia, l’atteggiamento per cui si tende a reificare gli altri più a considerarli per ciò che sono.
Alti livelli di autostima possono sfociare nella protervia, l’atteggiamento per cui si tende a reificare gli altri
Da questo punto di vista, un livello di autostima medio è senz’altro preferibile. Questo non vuol dire, ovviamente, che si debba perseguire l’ansia o non cercarne di ridurre i livelli, quando presenti. L’ansia è un’emozione perfettamente naturale. E lo stesso vale per la rabbia. E, per di più, è anche utile. La rabbia ti permette di sapere quando i tuoi confini sono stati superati, o quando hai bisogno di fare un cambiamento nel tuo ambiente o nelle tue relazioni.
Un modo per ridurre l’ansia è di non perdere mai di vista il quadro generale all’interno del quale la nostra vicenda personale si inserisce.
Per esempio, uno studio ha chiesto ai partecipanti di parlare in pubblico. Naturalmente, i partecipanti si sentivano stressati di fronte ad una tale eventualità. Ma i ricercatori hanno trovato un modo per abbassare i livelli di stress dei loro soggetti. Come? Hanno semplicemente chiesto ai partecipanti di pensare ai loro obiettivi generali di vita prima di parlare.
4 Le relazioni
Desideri ardentemente relazioni migliori? Forse vorresti più amici o più romanticismo nella tua vita sentimentale. Se queste insicurezze ti suonano familiari, non temere: è tutto perfettamente naturale.
Oggi ci aspettiamo che le nostre relazioni siano straordinarie. Quando si tratta di amicizie, per esempio, vogliamo il patinato gruppo allargato di compagni che vediamo nelle sitcom. Ma non solo una tale aspettativa non è realistica, non è nemmeno conforme a come gli esseri umani sono “progettati”.
Infatti, cercare di mantenere troppe amicizie non ci rende affatto felici, ma crea una pressione nota come tensione di ruolo. Gli psicologi evolutivi credono che gli esseri umani siano davvero capaci di avere solo uno o due migliori amici, e non più di cinque amici intimi.
Questo non vuol dire che le tue amicizie non siano importanti. Avere un buon amico può rendere il viaggio della tua vita più semplice – a volte letteralmente. Uno studio ha chiesto alle persone di camminare su una collina e poi stimare quanto fosse ripida la salita. Il risultato è stato che quando si è con un amico, la salita appare molto più facile. Quindi la chiave dell’amicizia è la qualità, non la quantità.
Potresti anche sentire che la tua relazione romantica non è così straordinaria come quelle che vedi tappezzate sui social media. Forse ti senti invidioso delle coppie che postano infinite foto di loro stessi sui social network. Ma questi post potrebbero non raccontare la storia intera. Uno studio ha scoperto che più le persone promuovono la loro vita amorosa sui social media, meno si sentono sicure delle loro relazioni. Quindi la prossima volta che paragonate la vostra relazione piuttosto ordinaria alle storie d’amore su Instagram di altre persone, chiedetevi perché quella coppia sul vostro feed ha bisogno di ostentare il suo amore.
5. Il corpo
Ti sei mai trovato a scorrere il tuo feed di Instagram e a desiderare di avere anche tu un aspetto tonico e muscoloso, come quell’influencer con un milione di iscritti? Se l’hai fatto, allora non sei solo. Ma le persone di bell’aspetto sono davvero più felici?
Forse la prima cosa da dire è che la bellezza è negli occhi di chi guarda.
Gli esperti ritengono che la maggior parte delle persone sottovaluta la propria attrattiva di circa il 20%. Inoltre, la ricerca ha scoperto che il tuo partner ti trova più attraente di quanto farebbe un estraneo medio. Quindi, anche se la società pensa che tu abbia un aspetto ordinario, il tuo partner probabilmente pensa che tu sia straordinario.
L’autrice del libro, Catherine Gray, discute in tv i motivi per cui associamo il bere a tutto ciò che facciamo, divertimento incluso.
Nasce dalla consapevolezza della pochezza di un modo di esistere votato al culto del superfluo, la ricerca di un modo di essere alternativo in cui sia finalmente dato spazio all’altro. Sull’eventualità che un modo d’essere diverso possa effettivamente darsi non è però il caso di agitare stendardi trionfalistici. Vivere altrimenti è tutto fuorché semplice ed il motivo di tale difficoltà riposa prima di tutto nella forza dell’abitudine.
Se l’abitudine c’è, potremmo dire noi, è difficile sentire l’esigenza di rinunciarvi. Eppure, l’effrazione della monologia va tentata, va annunciata, va gridata, ieri come oggi, da parte di chi non voglia confondersi con essa.
Cambiare rotta, come se niente fosse, non è semplice, così come non lo sarebbe invertire la corsa di un treno lanciato ad alta velocità. A volte, invece, ad indicare l’urgenza di intraprendere un percorso diverso intervengono specifici eventi traumatici, individuali o collettivi [1].
Abbandonare la strada vecchia è tutt’altro che facile e, per coloro che sono convinti che non esistano altre vie, è veramente difficile.
Va anche detto che, in genere, i cambiamenti intervengono a fronte di un’insoddisfazione di fondo, appena percepibile in un mondo che ci rende satolli dal punto di vista emotivo. In aggiunta, va osservato come tale insoddisfazione andrebbe accolta ed interpretata alla luce di un senso critico che oggi risulta dimidiato dall’uso smodato dei beni con cui ci trastulliamo.
Insomma, per dirla in modo sintetico, ci troviamo nella stessa situazione descritta da Io che amo solo te di Sergio Endrigo: “C’è gente che ama mille cose / e si perde per le strade del mondo”.
Si giunge così nei pressi di un’altra questione: se la società individualistica, nuovo Saturno, alimenta se stessa divorando i suoi figli, sottraendo loro l’individualità, oberandoli con l’offerta di beni materiali che fanno soccombere le aspirazioni più autentiche, come è possibile dare alimento a quegli stessi figli, a noi tutti, perché possiamo trovare la forza per sottrarci alle sue lusinghe?
Saremo in grado di portarci fuori da quell’«educazione a metà» di cui parlava il filosofo ceco Tomáš Masaryk? Nella vita pubblica, egli sosteneva, è piuttosto semplice evidenziare ciò che non funziona. Tuttavia, messi in fuorigioco i fondamenti della vita sociale, è molto più arduo sostenere in positivo i valori che potrebbero dar luogo ad una vita sociale alternativa. Generalmente gli intellettuali sono più allenati sul primo versante che sul secondo. E così, demoliti i fondamenti, cioè i criteri stessi tramite cui distinguere i valori, il risultato è una moralità relativizzata in cui vige un’equivalenza delle opzioni. Si scambia per segno di progresso e per apertura mentale ciò che, se dovessimo chiamarlo per nome, sarebbe impoverimento e svuotamento dall’interno di quelle istanze su cui la nostra cultura si è costruita.
[1] È quanto suggerisce Diego Fares in Un trauma, una breccia (Civiltà Cattolica, 4081) a proposito degli esiti del lockdown.