Dirigere se stessi come fossimo un’orchestra

1.     Un peso sulla testa

Non è infrequente sperimentare un senso di sopraffazione, come se circostanze, occupazioni e preoccupazioni avessero eroso ogni aspetto della nostra vita. Sì, forse avremmo proprio bisogno di quella vacanza che abbiamo così a lungo desiderato, ma lo stesso indugiare su quella idea, invece di darci sollievo, ci riporta alla mente i problemi da cui vorremo provvisoriamente allontanarci. Sembra un vicolo cieco.

E così, si continua a lavorare o ad essere presenti laddove gli impegni lo richiedano, ma senza una reale spinta. Più che agire, è come se subissimo le nostre stesse azioni.

Sembra davvero difficile tenere insieme in modo armonico due aree della nostra vita, professione e famiglia. In alcuni casi, è come se non si dessero alternative: o lavorare o stare con i figli. In realtà, dividersi tra questi due ambiti è solo una parte del problema perché, se anche riuscissimo ad armonizzare la nostra presenza in entrambi, vi sarebbero comunque aree dalle quali ci saremmo tagliati fuori. Mi riferisco alla dimensione personale, a quella fisica, all’ambito intellettuale, emozionale e spirituale.

Esiste, infatti, una dimensione più squisitamente personale che non dovremmo accantonare: essa coinvolge i nostri hobby e le attività che sentiamo essere importanti per noi stessi. Anche dedicarsi del tempo, perfino per non fare niente o per andarsene a zonzo senza una particolare meta, rientra in questa fetta personale. Poi, c’è la fetta fisica: prendersi cura del proprio corpo, camminare, nuotare, fare fitness, ma anche nutrirsi con cura, dando ascolto alle proprie esigenze alimentari. La terza dimensione, la terza fetta, è quella intellettuale: consentire alla nostra curiosità di manifestarsi. Prendersi il tempo per leggere quel libro che ci aspetta sul comodino o partecipare ad uno spettacolo o ad una mostra. Quarto ambito cui prestare attenzione è la fetta emotiva, il modo in cui sentiamo noi stessi. Quando è stata l’ultima volta che avete scritto sul vostro diario? Quando vi siete soffermati a riflettere su come vi siete sentiti in seguito ad un determinato evento? L’ultima dimensione, la fetta spirituale, include le cose in cui profondamente crediamo, le convinzioni profonde o anche la fede religiosa.

2.     La vita come una grande torta

David J. McNeff in The Work-Life balance Myth ha proposto di immaginare che ogni ambito rappresenti una fetta di una torta ideale. Essere in equilibrio, vivere bene, significa prendersi cura di ciascuna di queste fette di torta.

Da un lato, non è facile porsi in ascolto di questa proposta. Siamo, infatti, convinti che la complessità dell’umano sia poco riducibile a spiegazioni così schematiche. Chi si ritiene più sgamato, poi, non potrà che considerare con aria di sufficienza simili proposte, ritenendole semplicistiche. D’altro canto, è pur vero che il lungo indugiare sulla ricerca della migliore teoria possibile, allontana l’adozione di soluzioni concrete. Una cosa sembra certa: rimanere imbambolati a vivere il disagio di una vita sotto sforzo è sicuramente sbagliato. Vale dunque la pena di considerare ogni opzione sul campo, anche il “metodo delle sette fette” di McNeff, forse con uno sguardo più benevolo. Ma poi, siamo davvero sicuri che la proposta del coach americano sia così semplice da attuare?

3.     Una vita bilanciata

Dunque, una vita bilanciata prevede che ogni giorno riserviamo un’attenzione consapevole a sette aree. Ora, giunti a questo punto, si presenta una obiezione fin troppo semplice: se già facciamo fatica a tenere insieme due tra queste aree, cioè la famiglia ed il lavoro, come è pensabile raggiungere un equilibrio allargando lo spettro delle attività invece di restringerlo?

Il punto è – spiega McNeff – che l’essere umano può volare alto, cioè può essere ciò che è, solo quando partecipa di tutti questi ambiti. L’esaurimento delle sue potenzialità si verifica a mano a mano che si diventa monodimensionali, concentrandosi solo su qualcuno di essi. Si tratta di un errore compiuto in buona fede. La madre di famiglia apprensiva, per esempio, dedicherà tutte le sue attenzioni al figlio e finirà con il sentirsi in colpa se pensa al suo lavoro che ha dovuto mettere da parte. La stessa cosa accadrà al padre che si sentirà indotto a dedicare ogni energia al lavoro, trascurando i figli. Si tratta di due esempi interscambiabili che rivelano una “attenzione escludente”. La soluzione, invece, consiste nella capacità della nostra attenzione di essere inclusiva, cioè di non ignorare tutte le altre “fette di torta”.

Una vita bilanciata prevede di riservare ogni giorno una attenzione consapevole a quelle dimensioni in cui la nostra umanità naturalmente si dispiega.

La maggior parte delle persone tende a concentrare tutte le proprie ore di veglia sulle proprie priorità principali, cioè la fetta familiare e quella professionale.

Adottare la proposta di McNeff richiede prima di tutto di fare un inventario di ogni area della nostra vita. Bisogna identificare le fette dormienti, perché è dedicandosi ad esse che sarà possibile gradualmente ristabilire un equilibrio. L’obiettivo di questo esercizio semplice è di scattare una foto alla nostra vita in un determinato momento, stando bene attenti a tenere a bada quella parte di noi che è sempre pronta a giudicare negativamente ogni nostra azione.

“Purtroppo, non ho più tempo per questo” è la frase che diciamo a noi stessi quando ci accorgiamo che ci sono effettivamente delle cose che non riusciamo più a fare. Inizia così quel processo di rassegnazione che ci porta a limitare il nostro raggio d’azione in ambiti sempre più limitati.

Bisogna cercare di riconoscere frasi di questo tipo ed attuare delle contromisure. Rendersi conto che si è oberati o che uno dei settori della nostra vita sta fagocitando gli altri è il primo passo. Il secondo è di iniziare un piccolo cambiamento, da mettere in pratica ogni giorno: per esempio, anche solo trovare cinque o dieci minuti per meditare o fare qualcosa in cui ci sentiamo riconosciuti.

4.     Conclusione

Immaginate un’orchestra sinfonica che si prepara a suonare. I musicisti aspettano che il direttore batta il suo leggio. Sollevano i loro strumenti. In risposta ai segnali del direttore, l’orchestra comincia a suonare come se fosse una “cosa” sola. Mentre i suoi membri suonano, il direttore comunica quando i violini devono prendere il comando, quando le trombe devono fare una pausa e così via, il tutto mantenendo il tempo.

Di fronte al gran numero di scelte possibili è come se fossimo il direttore d’orchestra di noi stessi.

Allo stesso modo, tu sei il direttore della tua orchestra, e hai sette strumenti da dirigere. Per mantenere la profondità e la struttura della musica, hai bisogno che ogni strumento sia presente e abbia successo – ma alla fine, sta a te portare il tuo senso di armonia.

Non importa quanto tu sia occupato, vivere in armonia ti permette di gestire lo stress e affrontare ogni giorno con un atteggiamento più brillante. Tutto questo concretamente può significare che non perderai la calma in un ingorgo inaspettato e che le soluzioni ai grandi problemi appariranno più facilmente disponibili.

Soprattutto, il Metodo delle Sette Fette ti aiuta a prestare attenzione agli eventi della tua giornata, per assicurarti di non essere completamente assorbito dagli alti e bassi emotivi della vita quotidiana. Ricorda che non è necessariamente quanto tempo passi su ogni fetta che conta, ma la qualità di quel tempo e la forza del tuo impegno. Molte persone che abbracciano il metodo delle sette fette a lungo termine riferiscono che “la vita sembra più un viaggio”, mentre prima sembrava più un lavoro di routine. Alla fine, vivere nelle Sette Fette non solo vi farà sentire meglio; quando inizierete a sentirvi a vostro agio, lo faranno anche tutti quelli che vi circondano.

 

The courage to show your face

When living incognito

Thinking outside the box attracts the judgement of conformists. Now, since nobody likes to be criticised, we tend to reduce the occasions when this can happen. And so we live undercover, a bit like those animals who, before acting, feel what is around them with their eyes.
Being cautious is, of course, a good thing. However, beyond a certain threshold, prudence can lead to omissive behaviour: one prefers not to act, in order not to make mistakes. In practice, it is like living with the handbrake on.

The point is that the individuality that each of us is can not always be realised by following predefined paths, i.e. by staying safe from all risks. We should, therefore, understand when the fear of making mistakes or of being criticised has turned into something more toxic which, by inhibiting our actions, goes so far as to undermine our self-confidence.


We are ourselves when we think for ourselves and when we act consistently. Being constantly ‘undercover’, while seemingly making us feel safe, can in the long run undermine our self-confidence.
By not acting ourselves, we are living someone else’s life. We become anonymous, while we think we are doing our own best. The more time that passes in this chameleon-like state, the more our identity weakens.

Unhinging the concatenation of thoughts


The difficulty in acting appropriately can arise from not being able to govern one’s fears.
Uncontrolled fear can arise from the way thoughts are linked together. Chains of thoughts are not always functional. The anxieties and worries that accompany our days can creep into our thoughts and alter their flow. When this happens, it is easier to come to wrong conclusions.

The result is a situation of bewilderment, chronic uncertainty and disorientation. One can get out of this problematic picture by starting to identify the sequences of thoughts. Isolating these sequences helps to identify the exact point at which the dysfunction has entered and to remedy it. A dysfunction is a logical alteration, a hypertrophic reaction not based on any premise, a real leap in the dark. We must find the courage to confront these changes, to ‘see them in the face’ so to speak. It is necessary to find the natural rhythm of one’s own thoughts, isolating the disturbing ones which, generated by excessive anxiety, make us go astray.


If, for example, I can’t go for a walk in the country because I’m blocked by the idea that I might be chased by the dogs I might meet, I must first put the thoughts in sequence:
(1) I am going for a walk in the country
(2) I’ll be chased by dogs.
Seeing the concatenation is the first step in recognising its illegitimacy.

It will be easier to realise that reaction (2) is taken for granted when in truth it is only an eventuality. I will then be able to further interrogate the reasons why this happens, devoting myself to that special time that is self-care. A perceptive look at oneself, the habit of returning to questioning and meditation, helps us to reorder our thoughts, to have control over ourselves.

Grandi obiettivi a piccoli passi

1.     I piccoli guadagni

Quando David Brailsford è diventato capo della squadra di ciclismo britannica nel 2002, la squadra stava andando piuttosto male. Per migliorare le prestazioni, Brailsford fece scomporre ogni componente del ciclismo in piccole parti – dall’alimentazione dei ciclisti fino alla manutenzione della bicicletta – e diede ai membri della squadra l’obiettivo di migliorare ogni singolo aspetto solo dell’1%.

Invece di puntare alla perfezione fin dall’inizio, Brailsford ha cioè puntato ad ottenere piccoli guadagni che si sarebbero sommati progressivamente l’uno con l’altro. Questa serie di piccoli risultati ha prodotto un “entusiasmo contagioso” all’interno della squadra inizialmente in difficoltà. E così, la nazionale inglese di ciclismo ha iniziato a vincere la maggior parte delle medaglie d’oro nei giochi olimpici del 2008 e del 2012.

Il metodo di Brailsford, il cosiddetto “power of marginal gains”, sembra porsi in controtendenza rispetto ad una cultura come la nostra in cui ci si aspetta risultati immediati senza sforzo. Il metodo del coach inglese viene citato spesso nel tentativo di illustrare la specificità del Kaizen, una teoria giapponese di gestione del flusso di lavoro il cui nome è stato coniato nel 1986 da Masaaki Imai, sebbene esso possa essere fatto risalire già ai tentativi per aiutare il Giappone a riavviare la sua economia dopo la Seconda guerra mondiale.

Kaizen è la composizione di due termini, KAI (cambiamento) e ZEN (migliore) e significa cambiare in meglio.

2.     Scomporre gli obiettivi

Per capire come funzioni il kaizen, chiediamoci: rispetto ad un obiettivo a lungo termine che ci siamo dati, qual è il passo più piccolo e facilmente realizzabile che possiamo compiere? Si tratta, in altri termini, di scomporre l’obiettivo generale in elementi più piccoli e, per così dire, maneggiabili. Per esempio, se vogliamo eliminare la carne dalla dieta, potremmo iniziare ad essere vegetariani progressivamente, per due sere a settimana. All’inizio, il cambiamento deve essere appena percettibile.

Se vi accorgete che non riuscite a raggiungere gli obiettivi a breve termine, tornate semplicemente all’azione più piccola possibile che potete intraprendere. Se vi sentite troppo giù per fare una corsa di 5 chilometri, per esempio, andate per lo meno a fare una breve passeggiata. Fare una piccola azione è meglio che non farne nessuna, e permette di lavorare gradualmente fino al raggiungimento dell’obiettivo.

3.     Le cinque S

Masaaki Imai in Gemba Kaizen ha individuato un percorso in cinque tappe, il cosiddetto percorso delle cinque “S”.

1) Seiri. Consiste nel fare pulizia, nell’eliminare tutti gli oggetti non necessari nel perseguimento del nostro obiettivo. Questi elementi sono chiamati “muda”. Eliminando i muda possiamo liberare risorse che possono essere utilizzate in modo più efficace. Naturalmente, l’individuazione di ciò che non è necessario non è facile, perché in genere tendiamo a circondarci di cose a torto ritenute importanti. Dunque, già questo primo livello ci fa capire quanto sia importante la capacità di fare discernimento.

2) Seiton. Raddrizzare le cose. Una volta che gli oggetti necessari al perseguimento del nostro obiettivo siano stati individuati, è opportuno che essi siano disposti in modo ordinato.

3) Seiso. Spazzare il pavimento. La propria postazione di lavoro deve essere mantenuta pulita ed ordinata.

4) Seiketsu. Sistematizzare i primi tre passi, assicurarsi che essi siano compiuti ogni giorno.

5) Shitsuke. Fare diventare i primi quattro passi una abitudine.

In conclusione, genio e sregolatezza sono visti molte volte come caratteristiche proprie delle persone vincenti. Nell’approccio del Kaizen, invece, assistiamo ad un capovolgimento dei valori. Ciò che garantisce il successo sono la perseveranza e l’umiltà, intraviste alla luce del discernimento.

The unexpected contraction

When we talk about the grammar of the inner life, or, to put it another way, when we talk about how we are made, the temptation to resort to predefined recipes is strong. Of course, given the frequency with which cooks are on video, one might think of a “culinary conversion”, but this is a temptation we can resist, at least for now.

A decisive element of an ordered life—that is, a life in which the difference in value between things is recognised as meaningful—is the right distance between us and the world. It is a middle way between bravado or hypertrophy of the ego and solipsistic closure.

La fontana del villaggio

Quante volte ci hanno detto che siamo troppo generosi? Che non ci risparmiamo mai? Si tratta di un complimento, che in realtà segnala anche un problema: non sapersi dare dei limiti. E così sulla scia di una non del tutto corretta interpretazione del multitasking, sia che si tratti della vita di relazione sia che si tratti del lavoro, siamo come una fontana a cui tutti attingono senza limiti.

Ancora oggi, nella struttura di molti piccoli centri, nella piazza principale è collocata una fontana. È la classica “fontana del villaggio”, la fonte a cui tutti gli abitanti andavano per attingere l’acqua senza cui la vita non era possibile. La presenza della fontana era possibile anche perché tutto il villaggio si prendeva cura che il corso del fiume potesse scorrere liberamente, senza essere ingombrato dai rami degli alberi che, cadendo, inevitabilmente finivano con l’occupare il letto dei ruscelli vicini. In altri termini, c’era equilibrio, c’era una relazione armonica che permetteva alla fontana di essere fonte di vita.

Ovviamente, non c’è niente di male nell’improntare la propria esistenza ad una generale generosità. Tuttavia, quando tale scelta scaturisce dalla mancata tutela delle proprie prerogative e dei propri legittimi bisogni, allora si va incontro ad una postura sbilanciata. È questa la ragione per cui occorre non nascondere le proprie esigenze nel tentativo di giungere ad un rapporto equilibrato tra le proprie esigenze e quelle degli altri.

Quali sono i segnali dai quali ci possiamo accorgere che abbiamo bisogno di limiti?

Bene, riflettete per un momento su alcune domande. Vi sentite spesso stressati, sopraffatti o esauriti dalla quantità di lavoro che dovete fare? Trovate che fate fatica a dire di no alle richieste di amici, familiari e colleghi di lavoro? Vi ritrovate mai ad evitare certe persone che non vi fanno sentire a vostro agio?

Se avete risposto sì a una di queste domande, allora potreste avere un problema di limiti. Questo perché, per quanto diversi possano sembrare questi problemi, in realtà si riducono tutti allo stesso problema fondamentale: hai permesso ai tuoi bisogni di passare in secondo piano rispetto a quelli di qualcun altro. I limiti, quindi, consistono nel farsi valere per se stessi. Avere dei limiti sani significa poter contare sulle persone della tua vita per trattarti in un modo che ti faccia sentire a tuo agio.

Quando pensiamo ai confini, quelli che ci vengono in mente per primi sono i confini fisici del nostro corpo e dello spazio personale. Ma i confini fisici rappresentano, in realtà, solo un tipo di confine. Per esempio, abbiamo anche limiti sessuali, che riguardano la limitazione di argomenti di conversazione inappropriati, battute a sfondo sessuale e altri comportamenti che non siamo disposti a tollerare.

Poi ci sono i limiti intellettuali ed emotivi, che riguardano il rispetto delle nostre opinioni e dei nostri sentimenti da parte degli altri, anche se non sono d’accordo con noi. Abbiamo anche dei limiti materiali, che riguardano il modo in cui gli altri usano i nostri beni. E, infine, abbiamo limiti di tempo, che riguardano la garanzia che gli altri capiscano il valore del nostro tempo.

Certamente, molti di questi limiti sono codificati nella cultura, come lo spazio personale, quindi non dovrebbe essere necessario dichiararli. Tuttavia, altri confini sono più individuali, e sono quelli che dobbiamo comunicare. Per esempio, quando incontri qualcuno per la prima volta, potresti dover fargli sapere che sei più uno che stringe le mani che uno che abbraccia.

Naturalmente, stabilire dei limiti non è sempre facile. Ci preoccupiamo di essere visti come soffocanti, bisognosi o troppo sensibili. Potremmo anche preoccuparci di danneggiare la relazione rendendo le cose imbarazzanti.

Ma, a lungo andare, non porre limiti è controproducente.

Se permettiamo agli altri di calpestare continuamente i nostri confini, la qualità delle nostre relazioni inevitabilmente diminuirà.

Quindi, sì, porre dei limiti può essere scomodo. Ma, alla fine, il disagio a breve termine è un piccolo prezzo da pagare per avere relazioni funzionali e a lungo termine.

Uno sguardo d’insieme sulla vita

Nel simbolo taoista dello yin-yang, un cerchio che è metà scuro e metà chiaro, ci sono due punti. Nel cuore dell’oscurità, si può trovare la luce. E circondata dalla luce, l’oscurità è riconosciuta.

Meno astrattamente, il simbolo significa che anche se le cose non ci vanno bene nella vita, non dobbiamo essere insensibili alla felicità. E se le cose ci vanno bene e siamo felici, non possiamo ignorare la possibilità di soffrire in futuro. Il risultato di una tale integrazione – la capacità di accettare entrambi gli stati, profondamente, allo stesso tempo – è una felicità duratura.

La definizione di felicità della cultura occidentale di solito non fa spazio alla sofferenza. I media e i presupposti culturali suggeriscono che provare dolore o tristezza è vergognoso o degno di biasimo. E alla base di questi messaggi c’è l’aspettativa che dovremmo essere in grado di sopprimere qualsiasi sentimento di paura o perdita.

Il dolore è, per natura, un’esperienza isolante che può farci sentire disconnessi dall’umanità e dalla vita. Quando definiamo il dolore come inaccettabile, la vita diventa ancora più costrittiva. Ma se diventiamo disposti a relazionarci pienamente con la vita, inclusa la sofferenza, possiamo spostare il nostro cuore dall’isolamento alla vera connessione.

Un modo per arrivarci è la meditazione. Nella meditazione, impariamo a prestare davvero attenzione – a diventare consapevoli degli stati mentali costruttivi e ad incarnarli, e a lasciare andare quelli che non ci servono.

Il concetto buddista di Mettā

Il concetto buddista di “Mettā” non ha un esatto equivalente nella cultura occidentale. Tale concetto, infatti, comprende amore, gentilezza e amicizia. Nella nostra cultura, invece, l’amore è di solito associato alla passione o al sentimentalismo, che sono entrambi legati al volere o al possesso.

Il Buddha ha insegnato che gli stati di sofferenza, come la rabbia o la paura, sopprimono temporaneamente le forze positive come l’amore o la saggezza, ma non possono mai distruggerle. D’altra parte, una forza positiva come Mettā è così forte che può effettivamente sradicare le forze negative.

Se sei come la maggior parte delle persone, puoi guardare agli altri per scoprire se sei amabile o capace di provare amore. Facendo così, stai essenzialmente cercando un riflesso dell’innata radiosità che ci connota. In altri termini, stai cercando il tuo centro fuori di te. La consapevolezza interiore è essenziale per essere in grado di offrire “amore” genuino agli altri. Così, quando pratichiamo Mettā, è importante iniziare a dirigere l’amorevole gentilezza verso noi stessi.

Ecco una semplice meditazione che puoi provare. Per iniziare, siediti comodamente e chiudi gli occhi. Prova a lasciare andare l’analisi e l’aspettativa per i prossimi 10-15 minuti. Inizia a riflettere sul bene che c’è in te – ricorda un momento in cui sei stato generoso o premuroso, e prova piacere in questo pensiero. Se non ti viene in mente nulla, sposta delicatamente la tua attenzione su una qualità che ti piace di te stesso, o sul tuo desiderio di essere felice.

Classicamente, quattro frasi sono ripetute durante la pratica di Mettā:

1) “Possa io essere libero dal pericolo”.

2) “Possa io avere la felicità mentale”.

3) “Possa io avere la felicità fisica”.

4) “Possa io avere facilità di benessere”.

Ripeti queste frasi a te stesso, più e più volte.

Poi comincia a dirigere la tua pratica verso gli altri. Per prima cosa, passa al “benefattore” – qualcuno per cui sentite gratitudine e rispetto. Poi, concentrati su qualcuno nei cui confronti senti di essere neutrale. Dopo questo, sarai pronto a dirigere Mettā verso “il nemico” – qualcuno verso cui provi rabbia o paura. A questo punto, l’amore condizionato si dispiega in una forza incondizionata.

Se il dolore fisico sorge in qualsiasi momento della tua meditazione, cambia delicatamente la postura. Possono anche sorgere sentimenti di indegnità. Continuate a respirare, accettate la loro presenza, ricordate la bellezza del vostro desiderio di essere felici e tornate alle frasi.

Ostacoli del desiderio

Siamo pieni di desideri, non è vero?

Il desiderio ci spinge fuori da noi stessi, ci spinge ad essere migliori.

Non tutti la pensano così. Potremmo perfino dire che una tale mentalità è propria soltanto del mondo occidentale. Ci sono altre visioni possibili del desiderare. Nel mondo buddista, il desiderio assume perfino una connotazione negativa.

Con il desiderio, infatti, proietti tutte le tue speranze e i tuoi sogni di realizzazione su qualche oggetto. Ci si affeziona a questo incanto temporaneo, credendo che questo oggetto da solo ci renderà felici – e quando inevitabilmente non lo fa, soffrite.

Nel buddismo, l’attaccamento è chiamato la radice della sofferenza a causa delle due qualità che lo accompagnano: la ricerca e la protezione. Nella ricerca, si perde la felicità del semplice essere e si è sempre in uno stato di divenire il cui inevitabile correlato è la caduta, l’implosione della tensione verso l’oggetto perseguito. Inseguendo i desideri, si perde di vista ciò che si ha realmente e si finisce con un continuo senso di perdita o risentimento.

Vivere senza attaccamento significa essere tutt’uno con la propria vita, essere fermi e in pace. Con Mettā, non ci si concentra sul futuro – ciò che si vuole, di cui ci si preoccupa o da cui ci si deve difendere. La pratica rimuove il senso del tempo, l’aspettativa e la delusione in modo da poter semplicemente permettere alle cose di essere come sono.

Nella tua pratica Mettā, prenditi del tempo per riflettere sulla felicità. Per prima cosa, considera le cose che ti renderebbero felice. Ricorda di andare oltre la felicità condizionata o fugace. Poi, pensa a cosa significa per te l’amicizia. Il Buddha ha detto che mantenere una “saggia compagnia”, o avere buoni amici, è una delle più grandi risorse per la felicità e la libertà.

Dirigi l’amorevolezza verso te stesso per qualche minuto, e poi rifletti su un amico. Dite il suo nome, immaginatelo, sentite la sua presenza. Contempla le sue amabili qualità, deliziati del suo umano bisogno di essere felice, e dirigi le frasi di Mettā verso di lei. Se ti viene in mente un altro amico, permetti a te stesso di concentrarti su di lui. Se la tua mente vaga, torna delicatamente a ripetere le frasi.

Recuperare se stessi

La felicità viene davvero da dentro. Perseguendo il sentiero buddista dell’amorevolezza nella meditazione e nella vita quotidiana, puoi tornare in contatto con la tua bellezza intrinseca, imparare a liberarti degli stati d’essere improduttivi, sviluppare la compassione verso te stesso e gli altri, e liberare la tua mente. La tua ricerca ti condurrà alla realizzazione che sei profondamente connesso a tutti e tutto ciò che ti circonda – e con essa arriverà una gioiosa libertà che si traduce in una felicità vera e duratura.

Il diritto di essere se stessi

1. Sotto mentite spoglie

Pensare fuori dagli schemi, si sa, attira i giudizi dei conformisti. Ora, siccome a nessuno piace essere criticato, si tende a ridurre le occasioni in cui ciò può accadere. E così si vive sottocoperta, un po’ come quegli animali che, prima di agire, sentono con lo sguardo cosa c’è intorno.

Essere prudenti è, ovviamente, positivo. Tuttavia, oltre una certa soglia, la prudenza può dare luogo a condotte omissive: si preferisce non agire, per non incorrere in errori. In pratica, è come vivere con il freno a mano tirato.

Il punto è che non sempre l’individualità che ognuno di noi è può realizzarsi seguendo sentieri prefissati, cioè stando al riparo da ogni rischio. Dovremmo, perciò, capire quando la paura di sbagliare o di essere criticati si sia trasformata in qualcosa di più tossico che, inibendo le nostre azioni, arriva fino al punto di minare la fiducia in noi stessi.

Siamo noi stessi quando pensiamo con la nostra testa e quando agiamo coerentemente. Essere costantemente “sotto copertura”, se apparentemente ci fa sentire sicuri, a lungo andare può minare la fiducia in noi stessi.

Rinunciando ad agire in prima persona, infatti, viviamo la vita di un altro. Diventiamo anonimi, mentre pensiamo di fare il nostro interesse. Più passa il tempo in questo stato camaleontico, più la nostra identità si indebolisce.

2. Scardinare la concatenazione dei pensieri

La difficoltà di agire in modo appropriato può scaturire anche dal non riuscire a governare le proprie paure.

Una paura incontrollata può scaturire dal modo in cui i pensieri sono tra loro collegati. Non sempre, infatti, le concatenazioni dei pensieri sono funzionali. Le ansie e le preoccupazioni che accompagnano le nostre giornate possono insinuarsi all’interno dei pensieri ed alterarne il flusso. Quando ciò accade, è più facile giungere a conclusioni sbagliate. Il risultato è una situazione di smarrimento, di incertezza cronica, di disorientamento. Si può venire fuori da questo quadro problematico, cominciando con l’individuare le sequenze dei pensieri.

Isolare tali sequenze aiuta a cogliere il punto esatto in cui la disfunzione ha fatto il suo ingresso e a porvi rimedio. Una disfunzione è una alterazione logica, una reazione ipertrofica non fondata su alcuna premessa, un vero e proprio salto al buio. Bisogna trovare il coraggio di mettersi di fronte a tali alterazioni, “vederle in faccia” per così dire. Occorre ritrovare il ritmo naturale dei propri pensieri, isolando quelli molesti che, generati dalle ansie in eccesso, ci fanno andare fuori strada.

Se, volendo fare un esempio, non riesco a fare una passeggiata in campagna perché bloccato dalla idea che potrei essere inseguito dai cani che potrei incontrare, debbo in primo luogo mettere in sequenza i pensieri:

(1) Vado a passeggiare in campagna

(2) Sarò inseguito dai cani

Vedere la concatenazione è il primo passo per riconoscerne i motivi di illegittimità. Sarà, infatti, più facile rendersi conto che la reazione (2) è data per certa quando invece si tratta soltanto di un’eventualità. Potrò così ulteriormente interrogare i motivi per cui ciò accade, dedicandomi quel tempo speciale che è la cura di sé. Uno sguardo avvertito su se stessi, la consuetudine di tornare ad interrogarsi, ci aiuta a riordinare i pensieri, ad avere il governo di noi stessi.

Emozioni bollenti. Il conflitto nella vita di coppia

All’interno della vita di coppia, i conflitti sorgono quando le emozioni ribollono e voi ed il vostro partner smettete di comunicare efficacemente.

1.     Quando le “emozioni ribollono”?

Esiste qualcosa come una condizione emotiva di base, simile ad una omeostasi, in cui generalmente viviamo. Al suo interno, noi conduciamo tradizionalmente la nostra esistenza in equilibrio con le cose e con gli altri. In determinate condizioni, tale stato emotivo può alterarsi. Una moderata eccitazione emotiva ci tiene svegli e può migliorare le nostre prestazioni. Tuttavia, quando il livello moderato della eccitazione viene superato, i nostri sforzi si rivolgono a far tacere questo rumore che non ci permette più di vivere normalmente. Ciò che direttamente riguarda i rapporti di coppia è che in una condizione alterata cambia il ritmo delle nostre reazioni: se sei fuori equilibrio, infatti, è probabile che tu attacchi i comportamenti del tuo partner invece di dirgli come ti senti.

Facciamo questo esempio: se sei al ristorante, per ottenere quello che vuoi, devi dirlo al cameriere. Bene, per quanto strano possa sembrare, nelle comunicazioni di coppia succede qualcosa di molto simile: bisogna parlare espressamente. A volte, molti di noi evitano di farlo, dando per scontato che l’altro saprà leggerci nel pensiero e ci rimangono male quando tutto ciò non accade. Questo meccanismo di proiezione di nostri desideri inespressi sul comportamento dell’altro andrebbe interrotto. Quindi, non abbiate paura di dire: “Voglio parlare di come è andata oggi” oppure “Ho bisogno che tu mi sostenga”. Il risultato sarà miracoloso: ne uscirete entrambi più felici!

2.     Tempo e spazio condivisi

Quando in una relazione si sperimentano situazioni conflittuali, il tempo condiviso, trascorso insieme al partner, non è associato ad uno stato di calma, ma ad una eccitazione emotiva negativa. È per questo motivo che le reazioni sono diverse da quelle che avremmo avuto normalmente e, soprattutto, è per questo motivo che la ricomposizione del rapporto di coppia non può prescindere da un lavoro su se stessi che ci insegni a leggerci dentro e a ritrovare la bussola.

L’obiettivo da porsi è di condividere lo stesso spazio emotivo.

Ad un livello basilare, questo significa prestare attenzione all’altro più che ritirarsi nel proprio mondo.

Prestare attenzione significa essere presenti. Una volta che il partner sia al centro della vostra attenzione, potete impegnarvi in qualche attività di coppia. Non è necessario programmare vacanze in luoghi esotici, cosa peraltro oggi di difficile realizzazione. È sufficiente ritrovare il ritmo e la bellezza dello stare insieme che viene spesso posposto in ragione degli impegni o dei figli. Perché, allora, non andare al cinema insieme o uscire a prendere un gelato? Superare un conflitto richiede per entrambi i partner di reimparare il significato della leggerezza.

3.     I problemi e… le bollette

Tutto questo significa che non si incontreranno più problemi?

No, ovviamente.

Nella vita di coppia – ha spiegato Alan E. Fruzzetti, nel volume The High Conflict Couple – i problemi sono come le bollette: a volte, sono prevedibili e a volte saltano fuori all’improvviso.

Come comportarsi, quindi?

Il primo passo per gestire un problema è identificarlo. Sembra facile. Non lo è, perché spesso le discussioni deragliano e non si affrontano le questioni di fondo che le causano. Nelle discussioni, ricordate di essere specifici e di non generalizzare (“tu fai sempre così”). Se il problema è grosso, allora scomponetelo e provate a risolverlo una parte per volta. Nell’ipotizzare le soluzioni, agite come una squadra. Fate una lista e parlatene.

Praticando la mindfulness nelle vostre conversazioni e facendo uno sforzo per essere presenti nella vostra relazione potete iniziare a riconsiderare i vostri problemi. Se riconoscete anche le emozioni dell’altro,  potreste scoprire un percorso da seguire insieme.

Il triplice sentiero della ricerca dell’amore duraturo

Uno dei dolori più grandi che possono capitare nella vita di una persona è di non essere compresa appieno.

Non si tratta di fare i melodrammatici: le incomprensioni – lo sappiamo – non sono così rare, anzi potremmo dire che sono all’ordine del giorno.

Il fatto è che non essere compresi appieno non equivale ad una incomprensione passeggera.

Non essere compresi per ciò che si è, infatti, corrisponde ad un rifiuto nei confronti della parte più intima di noi stessi. Di conseguenza, il dolore che ne deriva non è riferibile solo ad una parte di noi, ma all’intero che siamo, la nostra stessa anima e si tratta di un dolore indimenticabile. Simone Weil, del resto, ci aveva già avvertiti: “Una sofferenza uniforme, trascorso un certo tempo, diventa intollerabile, perché l’energia che permette di sopportarla si esaurisce. Non è dunque vero che la sofferenza passata non conta più” (Quaderni, 2, 43).

Tra questi dolori incommensurabili c’è sicuramente il mal d’amore, il fatto di non riuscire a trovare una esatta corrispondenza nella vita affettiva e sentimentale. Si tratta di qualcosa di molto frequente cui si rivolge un vero e proprio mercato – le app o i siti di incontri – che sebbene sia patinato e glamour, una volta che sia riconosciuto nelle sue reali dinamiche, si rivela per ciò che realmente è: una transazione economica. Triste, non è vero?

Nella ricerca della felicità dal punto di vista affettivo bisognerebbe prestare attenzione ad alcuni elementi, che considerati insieme costituiscono una sorta di triplice sentiero dell’amore duraturo.

1) Non trascurare i “Core Gifts”. Ne parla Ken Page nel libro Deeper Dating. Si tratta dei “doni essenziali” che connotano la nostra personalità e ci rendono diversi dagli altri. Una vita affettiva appagante nasce nel momento in cui vi è una effettiva corrispondenza tra i doni essenziali di entrambi i partner. È questo il motivo per cui, se vogliamo costruire qualcosa di stabile, occorre dedicare del tempo a conoscere se stessi. È su questo “possesso”, infatti, che si può costruire la stabilità di una relazione affettiva. Ancora una volta, dunque, vale ribadire che la meditazione, che ci permette di portarci più vicini a ciò che siamo, non è una fuga dal mondo, ma l’esatto contrario. Quando, invece, i “Doni Essenziali” non sono riconosciuti, allora ci sentiamo rifiutati di un rifiuto profondo e non marginale ed incorriamo in quel dolore incommensurabile di cui parlavamo all’inizio.

2) Come mai siamo spesso attratti da chi alimenta le nostre insicurezze? Bisogna sapere riconoscere due tipi di attrazione: l’attrazione di privazione e l’attrazione di ispirazione. Entrambe creano attaccamenti profondi, ma solo la seconda incentiva i nostri doni essenziali, facendoci sentire realmente a nostro agio ed accettati in ogni modo possibile. La prima, invece, crea dipendenza, subalternità. Di conseguenza, ci sentiamo criticati, inadeguati o costretti ad elemosinare affetto da persone che sono emotivamente più disponibili. L’amore, si sa, ci rende vulnerabili.

3) Gestire la paura. Proprio perché tutti sappiamo, per averlo sperimentato almeno una volta nella vita, cosa significhi il dolore di non essere riconosciuti per ciò che siamo, tendiamo a sottrarci a tutte le occasioni in cui ciò può accadere di nuovo. Si tratta di una sorta di “postura antalgica”, simile a ciò che accade quando ci feriamo ad una parte del corpo e tendiamo ad assumere una posizione che ci eviti di sentire dolore nella parte ferita. Quando incontriamo persone che sono gentili, amorevoli ed emotivamente disponibili, alcuni di noi fuggono: è un modo di proteggerci, è una postura antalgica. In quel caso, siamo sabotatori di noi stessi. Un altro modo in cui la nostra paura dell’intimità si manifesta è ciò che Page chiama “l’onda di distanziamento”. Può assumere varie forme: perdere l’affetto per qualcuno da cui siamo stati inizialmente attratti; prendere in considerazione esclusivamente i suoi difetti o convincersi che, in fondo, non abbiamo tempo per una relazione. Quando arriva l’onda, il nostro istinto è di scappare. Buone notizie! L’onda può essere gestita, attraverso una buona dose di consapevolezza. Occorrerà allora ricordare che il nostro affetto non è scomparso, ma è stato solo sepolto dalla paura.

In conclusione, se volessimo ridurre ad un’unica indicazione la ricerca dell’amore autentico a cosa dovremmo mirare?

C’è un pensiero di Roland Barthes che sembra adattarsi bene a questo scopo. L’altro, se è altro, deve essere – in modo permanente – inclassificabile, atopico, senza collocazione categoriale: “indovino – dice lo studioso francese – che la vera originalità non è né in me né nell’altro, ma nella nostra stessa relazione. Ciò che bisogna conquistare è l’originalità della relazione”.

In cerca dell’ospite misterioso. Le tre vie per ritrovare se stessi nella preghiera

“L’uomo – ha scritto Carlo Maria Martini – è un perenne insoddisfatto, anche quando è apparentemente appagato di tutto. E questo avviene perché la vita di ciascuno di noi ha nostalgia di potersi riavvicinare all’Amore che l’ha generata” (Martini 2012, 840).

È così: molto spesso siamo presi da una inquietudine di fondo, non riferita a qualcosa di episodico, ma per così dire più strutturale. Nonostante proviamo a distrarci vedendo un amico, facendo yoga o trascorrendo del tempo su internet, tale sentimento di fondo – simile, ma non uguale, alla tristezza – ci accompagna ostinatamente. Si cerca di dimenticarlo, facendo finta di nulla, ma rimane lì, come un ospite misterioso. Molti di noi continuano a condurre la propria esistenza tra alti e bassi, abituati ad ignorare questo abitante silenzioso della nostra interiorità.

C’è anche un altro modo per affrontare l’ospite misterioso ed è di mettersi di fronte a lui, di provare a “vederlo” bene, di porsi in ascolto di ciò che vuole dirci. Certo, andare incontro al mistero è più facile a dirsi che a farsi. In fondo, però, quale alternativa rimane? Possiamo davvero pensare di trascorrere l’intera nostra esistenza, sormontati da una inquietudine che non ci permette di esprimere appieno il nostro potenziale?

Iniziare questo percorso alla scoperta di questa parte misteriosa di sé coincide con l’avvio della vita spirituale. A questo livello, la naturale e fisiologica incertezza cede il passo ad una sorta di riverenza[1], un atteggiamento di fiducioso rispetto nei confronti di ciò che, seppure ancora misterioso, in qualche modo ci convoca alla sua presenza. Il convocare, se vogliamo essere coerenti con la sua etimologia, significa “essere chiamati per nome”. Dunque, ricapitolando, c’è una parte misteriosa di me, che mi sollecita a muovermi nella sua direzione e, per farlo, mi chiama per nome.

Questa chiamata corrisponde non ad una dinamica impersonale, ma a qualcosa di personale. “Io” mi sento chiamato.

James Martin, un gesuita americano, già autore di saggi sulla vita interiore, alcuni dei quali pubblicati in italiano come la celebre Guida del gesuita… a quasi tutto (San Paolo), ha appena pubblicato Learning to Pray. È un libro in cui si riflette esattamente su che cosa sia questa “chiamata” che viene a colmare la nostra inquietudine. Per Padre Martin questa chiamata ha un nome: preghiera.

Qui veniamo un po’ colti di sorpresa: generalmente pensavamo che la preghiera fosse una reiterazione di formule o qualcosa destinato ad un “pubblico” specifico. È, infatti, difficile negare che nell’immaginario contemporaneo, “attori” della preghiera siano persone di una certa età, inclini al bigottismo o alle inalazioni di incenso.

Nelle parole di Padre Martin, invece, la preghiera è una specie di lotta che riguarda tutti e i cui esiti non possono essere dati per acquisiti, tanto meno ritenuti un possesso da esibire come un trofeo, come alcuni credenti impunemente fanno, pensando che nessuno si accorga del danno alla vera fede da essi inferto.

Quali sono, secondo Padre Martin, gli altri elementi da tenere presente quando parliamo di preghiera?

1) Pregare è flessibile. Sembra uno slogan, ma è un modo per indicare che si tratta di sviluppare una relazione personale con Dio. La preghiera è per tutti. Cogliere questo aspetto della preghiera è una esperienza in grado di cambiare la vita;

2) Perché dovremmo pregare? Dio vuole conoscerci ed avere una relazione con noi. Il nostro desiderio di affrontare l’inquietudine ne è la prova. Nel profondo di noi stessi, c’è un desiderio naturale di completamento, possibile solo ponendosi in relazione con colui che ci ha creati.

3) Quante concezioni esistono della preghiera? Ne esistono molte. Secondo Giovanni Damasceno, un monaco vissuto in Siria nell’ottavo secolo, la preghiera è “l’elevazione della propria mente e del proprio cuore a Dio o la richiesta di cose buone”. Secondo questa prospettiva, la preghiera è un approccio dal basso. Pregando, noi facciamo memoria della nostra posizione nell’ordine cosmico. Ecco perché nella definizione di Giovanni Damasceno si parla di “elevazione”. Un’altra definizione risale a Teresa d’Ávila, una monaca spagnola del XVI secolo secondo cui la preghiera è niente “altro che una stretta condivisione tra amici”. Immaginate – dice Padre Martin – di ritrovare una vecchia amica a cena. Non vi vedete da molti anni, ma quando vi sedete, voi dite: “Scusa, ho solo cinque minuti: inizia a parlare!”. Non sarebbe assurdo? Bene, nei confronti del nostro più grande “amico”, Dio, noi ci comportiamo nello stesso modo. Ecco il motivo per cui dovremmo trascorrere con Dio più tempo di quello solitamente riservatogli. Un terzo modello di preghiera risale a Teresa di Lisieux, vissuta alla fine dell’Ottocento in Francia. Per Teresa la preghiera è amore e intimità. Per la precisione è: “uno slancio del cuore, uno sguardo verso il cielo e un grido di riconoscimento e di amore, che abbraccia sia la prova che la gioia”.

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Quando si prega, si guarda verso il cielo e, in modo misterioso, è proprio lì che troviamo noi stessi. Qui Teresa attinge al Salmo 42 dove è scritto che “Un abisso chiama l’abisso”. Si tratta di un riconoscimento liberatorio. Infatti, quando si è pienamente riconosciuti, si può parlare liberamente e apertamente.

Quando dopo un viaggio si ritorna a casa si ritrovano le cose familiari. Non è infrequente che esse siano viste con uno sguardo un po’ diverso da quello che avevamo prima di partire.

Per certi versi, le prospettive dischiuse da Learning to Pray assolvono la stessa funzione: non ci sentiamo più “soli” di fronte all’inquietudine che accompagna le nostre giornate. Scopriamo che esse sono costitutive del nostro stesso essere e che, in qualche modo, non ostruiscono ma anzi ci instradano verso una vita di pienezza per il tramite di una relazione personale con ciò da cui veniamo.

La tradizione, quella stessa tradizione da cui è oggi di moda prendere le distanze, ha dato a questa relazione personale il nome di preghiera. Essa è la forma assunta dal nostro essere nomadi sul cui valore proprio Carlo Maria Martini ha scritto riflessioni profonde: “Nomadi. Questa è la condizione reale, oggettiva, di ognuno di noi, di ogni famiglia, di tutti su questa terra. Ma siamo capaci di vivere così? Viviamo come pellegrini o come gente arrivata, sistemata? Come forestieri o come gente che ha messo qui le radici, come se non dovesse mai più andare via? Come zingari in una tenda, o come signori che cercano solo di stare bene, comodi, tranquilli, senza pensare al tempo che passa, al bene che resta, ai fratelli che tendono la mano?” (Martini 2012, 840).

Riferimenti bibliografici

Martini, Carlo Maria. 2012. Le ragioni del credere: scritti e interventi. Milano: A. Mondadori.

Pontiggia, Virginio, Carlo Maria Martini, e Cattedra dei non credenti. 2015. Le cattedre dei non credenti.


[1] È ancora Martini a segnalare che: “La preghiera appare come un continuo atto creativo, un accendersi continuo della speranza. Quando ci si apre alla realtà e ci si abbandona alla meraviglia, alla riverenza, si può guardare quella realtà con occhi pieni di amore e allora la si ringrazia e la si loda perché esiste” (Pontiggia, Martini, e Cattedra dei non credenti 2015, 190).